Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27217 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. II, 30/11/2020, (ud. 11/09/2020, dep. 30/11/2020), n.27217

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23724/2019 proposto da:

B.A.G., rappresentato e difeso dall’avvocato NICOLETTA

MARIA MAURO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto di rigetto n. 2823/2019 del TRIBUNALE di LECCE,

depositato il 26/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/09/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Lecce disattese l’opposizione proposta da B.A.G., in contraddittorio con il Ministero dell’Interno e la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, avverso il provvedimento di diniego in sede amministrativa della domanda di protezione internazionale dal predetto avanzata;

ritenuto che il richiedente ricorre sulla base di due motivi avverso la statuizione e che il Ministero resiste con controricorso;

ritenuto che con il primo motivo il ricorrente denunzia nullità dell’impugnato decreto per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 4, assumendo che il Tribunale aveva omesso di decidere sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento amministrativo, provvedendo a rigettare direttamente nel merito l’opposizione;

considerato che la doglianza è manifestamente destituita di giuridico fondamento in quanto l’istanza di sospensione è rimasta, all’evidenza, travolta dal celere rigetto dell’opposizione, di talchè il richiedente di alcunchè può dolersi (cfr., Cass. n. 8510/2010);

ritenuto che con il secondo motivo viene prospettata violazione del combinato disposto del D.L. n. 13 del 2017, art. 3, comma 1, lett. d) e comma 4, siccome convertito dalla L. n. 46 del 2017, evidenziandosi quanto segue:

– il richiamato art. 3, attribuisce alle sezioni specializzate la competenza per le controversie in materia di riconoscimento della protezione umanitaria D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 32, comma 3; tuttavia del D.Lgs. n. 25 del 2008, nuovo art. 35 bis, stabilisce che solo le “controversie aventi ad oggetto l’impugnazione dei provvedimenti previsti dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, sono regolate dal nuovo rito (quelle relative alle forme di protezione tipiche), mentre, pacificamente, esulano da quella disposizione quelle previste dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, relative, appunto, alla protezione c.d. umanitaria (che è misura di protezione atipica” e per quest’ultima resta previsto il rito camerale monocratico, con possibilità d’appello;

– il Tribunale, invece, “pur avendo il ricorrente proposto ricorso ex art. 702 bis c.p.c., volto al riconoscimento della sola protezione umanitaria, non ha preso posizione sul punto, ma ha mutato il rito sic et simpliciter, in violazione di legge”;

considerato che la doglianza è manifestamente destituita di giuridico fondamento, valendo le osservazioni che seguono:

– consta dal provvedimento impugnato che il ricorrente ebbe a dolersi del mancato riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, del diritto alla protezione sussidiaria e di quella umanitaria;

– di conseguenza, siccome già chiarito da questa Corte, in tema di protezione internazionale, nella vigenza del D.L. n. 13 del 2017, art. 3, comma 1, lett. d), e comma 4, convertito con modificazioni dalla L. n. 46 del 2017, prima della modifica introdotta dal D.L. n. 113 del 2018, art. 1, comma 3, lett. a), convertito con modificazioni dalla L. n. 132 del 2018, sulla domanda di protezione umanitaria la competenza per materia appartiene alla sezione specializzata del tribunale in composizione monocratica, che giudica secondo il rito ordinario ovvero secondo il procedimento sommario di cognizione ex artt. 702-bis c.p.c. e segg., tuttavia quando il ricorrente per sua scelta abbia cumulato la domanda di protezione umanitaria con quelle aventi per oggetto lo “status” di rifugiato o la protezione sussidiaria, assoggettate allo speciale rito camerale di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, egli non può poi dolersi della mancata pronuncia di inammissibilità della domanda di protezione umanitaria, in applicazione del divieto di “venire contra factum proprium” di cui all’art. 157 c.p.c., comma 3, secondo il quale la nullità non può mai essere opposta dalla parte che vi ha dato causa (Sez. 1, n. 2120, 30/1/2020, Rv. 656808);

considerato che il soccombente ricorrente deve essere condannato al rimborso delle spese in favore del costituito Ministero nella misura di cui in dispositivo, tenuto conto della qualità della causa, del suo valore e delle attività svolte;

considerato che il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) è applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali in favore del Ministero controricorrente, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese anticipate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

 

 

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