Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27216 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. II, 30/11/2020, (ud. 11/09/2020, dep. 30/11/2020), n.27216

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23576/2019 proposto da:

T.G.I., rappresentato e difeso dall’avvocato

CLEMENTINA DI ROSA, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto di rigetto n. 5884/2019 del TRIBUNALE di NAPOLI,

depositato il 16/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/09/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Napoli disattese l’opposizione proposta da T.G.I., in contraddittorio con il Ministero dell’Interno e la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, avverso il provvedimento di diniego in sede amministrativa della domanda di protezione internazionale dal predetto avanzata;

ritenuto che il richiedente ricorre sulla base di quattro motivi avverso la statuizione e che il Ministero risulta essersi costituito tardivamente al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione;

considerato che il primo motivo, con il quale il ricorrente denunzia violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6,7,8 e 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere il Giudice negato il diritto allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria, non supera il vaglio d’ammissibilità in quanto:

– l’esponente dopo essersi a lungo intrattenuto sulla natura e fonti degli istituti di protezione internazionale evocati, non coglie, nè minimamente contrasta la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale ha escluso attualità del rischio per il richiedente in caso di rientro in patria (il ricorrente ha narrato che essendosi arruolato per alcuni anni nell’esercito e, poi, una volta dimessosi, aver lavorato, nel settore della sicurezza in (OMISSIS), presso un’azienda privata fino al (OMISSIS), aveva lasciato il Senegal nel 2016, temendo le rappresaglie di gruppi terroristici), stante che i fatti riportati risalgono ad epoca lontana (2011) e che, nel frattempo la situazione della Casamance (zona di provenienza del richiedente), dal 2014 in poi, risulta essere positivamente mutata, di talchè il provvedimento ha escluso versarsi attualmente in situazione di violenza indiscriminata, sulla base dell’indagine officiosa esperita, in conformità all’orientamento di questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

– con il motivo si contesta la decisione, senza tuttavia, proporre una critica coerente e alternativa al ragionamento del Tribunale, limitandosi a contrapporre, tout court, all’istruttoria del Giudice risultanze di vari report sulla situazione generale del Paese, senza, tuttavia, contrastare precipuamente gli snodi motivazionali del provvedimento;

ritenuto che con il secondo motivo il ricorrente prospetta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per essere stato negato il diritto alla protezione umanitaria, evidenziando, in sintesi, che:

– interpretato l’istituto quale clausola di salvaguardia, sulla base della situazione socio-politica del Paese di provenienza, sulla scorta delle COI (contry of origin information), caratterizzata da insicurezza, violazione dei diritti umani, tenuto conto dell’assenza di legami sociali del richiedente, il Tribunale non avrebbe potuto negare il riconoscimento del diritto, valorizzando le dichiarazioni rese dall’esponente davanti alla Commissione, ricorrendo l’ipotesi di vulnerabilità riconosciuta in sede di legittimità con la pronunzia n. 4455, 23/2/2018;

considerato che il motivo non supera il vaglio d’ammissibilità per le ragioni che seguono:

– occorre premettere che la denunzia di violazioni di legge in genere non determina, per ciò stesso, nel giudizio di legittimità lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, essendo, all’evidenza, occorrente che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente;

– come già chiarito in relazione al primo motivo non può che ribadirsi, che anche in relazione alla seconda censura il ricorrente non attinge in alcun modo la motivazione della decisione del Tribunale, la quale ha spiegato che il richiedente, omettendo di comparire in udienza senza giustificato motivo, era “venuto meno al suo onere di allegare tutti i fatti posti a sostegno della sua domanda”;

– in definitiva la censura, al di là della ricostruzione astratta dell’istituto, non svolge una effettiva critica impugnatoria, il che avrebbe implicato la specifica sottoposizione a questa Corte di emergenze di causa tali da sconfessare sul punto la sentenza d’appello, dalla quale il ricorrente si limita a dissentire, senza neppure indicare il percorso argomentativo, sostenuto da elementi probatori specificamente evidenziati (cfr., da ultimo, Sez. 1, n. 6519, 6/3/2019);

ritenuto che con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1-bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, dolendosi del mancato esercizio del potere istruttorio d’ufficio, in quanto il Tribunale locale, violando la legge, non aveva fatto luogo ad acconcia istruttoria, implicante l’accesso alle fonti di conoscenza (COI) utili a fotografare la situazione del Paese d’origine, con la conseguenza che la decisione impugnata doveva reputarsi frutto di asserti apodittici, che non avevano tenuto conto della forte instabilità e la tensione sociale tuttora presenti in Sengal e, in particolare, nella regione della Casamance, ricavabile dal sito del Ministero degli Esteri, (OMISSIS) e dai report di Amnesty International;

considerato che il motivo è inammissibile in quanto propone una lettura alternativa dei fatti di causa, non consentita in questa sede, in assenza di puntuali allegazioni capaci di contrastare lo specifico accertamento giudiziale di merito;

ritenuto che con il quarto motivo il ricorrente denunzia l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, assumendo che il Tribunale di Napoli aveva inopinatamente giudicato lacunoso e non credibile il racconto del richiedente, non tenendo conto degli elementi di “numerosi profili di vulnerabilità”, così negando ingiustamente anche la protezione umanitaria;

considerato che anche quest’ultima censura non supera il vaglio d’ammissibilità per una pluralità di convergenti ragioni:

– il motivo, erroneamente “incollato” nel ricorso qui al vaglio, non è congruente con la vicenda esaminata dal Tribunale, che non riguarda un cittadino Nigeriano e non ha espresso un giudizio di lacunosità e inattendibilità del narrato, avendo invece escluso, a voler reputare attendibile la narrazione, la ricorrenza dei presupposti per la protezione internazionale;

– inoltre l’esponente non chiarisce dove le evidenziate circostanze abbiano formato oggetto di discussione fra le parti; nè, tantomeno specifica nel dettaglio, con puntuale riferimento agli atti processuali, in cosa siano consistite le violenze patite, in cosa consista il concreto rischio derivante dal rimpatrio, in cosa consista il radicamento in Italia;

– per contro il Tribunale, al contrario dell’assunto, ha motivatamente spiegato che, per un verso, la situazione nel Paese d’origine era notevolmente migliorata e, per altro verso, il richiedente non aveva allegato le ragioni per le quali aveva chiesto la protezione umanitaria;

– la decisione, a dispetto dell’assunto censuratorio, ha dato conto, con indicazione delle fonti, degli elementi univoci che facevano escludere che si fosse in presenza di una situazione di violenza indiscriminata, la quale, va precisato, non può identificarsi con situazioni d’instabilità, anche significative (peraltro diffuse in larga parte delle Nazioni), bensì in un incontrollato, indistinto e violento disordine, costituente, appunto, indiscriminato pericolo per i residenti, non fronteggiato efficacemente dall’apparato statale;

– il ricorrente presuppone una situazione fattuale che il Giudice del merito non ha riscontrato, attingendo a plurimi e attendibili report, e contrappone ad essa un’alternativa ricostruzione del complesso informativo, il cui apprezzamento non è in questa sede predicabile;

considerato che non deve farsi luogo a regolamento delle spese poichè il competente Ministero non ha svolto difese in questa sede;

considerato che il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) è applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

PQM

dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

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