Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27209 del 06/10/2021

Cassazione civile sez. trib., 06/10/2021, (ud. 30/09/2021, dep. 06/10/2021), n.27209

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello – Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 11177/2015 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) s.p.a., in persona del curatore, Dott.ssa

M.A.L., rappresentata e difesa dall’Avv. Flora Caputi, in

virtù di provvedimento di nomina del giudice delegato del 12 maggio

2015, come da procura speciale stesa in calce al presente atto, ed

elettivamente domiciliata in Roma al Lungotevere della Vittoria, n.

5, presso lo studio dell’Avv. Giovanni Arieta;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Puglia, n. 2463/5/2014, depositata il 2 dicembre 2014;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 30 settembre

2021 dal Consigliere D’Orazio Luigi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Commissione tributaria regionale della Puglia accoglieva l’appello proposto dal fallimento della società (OMISSIS) s.p.a. avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Bari (n. 113/12/2012), che aveva respinto il ricorso presentato dalla contribuente contro la cartella di pagamento notificata il 16 gennaio 2012, per Euro 145.881,75, per recupero interessi maturati a seguito della sospensione giudiziale dell’efficacia esecutiva di una precedente cartella esattoriale, emessa per omessi versamenti di imposte, notificata in data 10 novembre 2006 alla società per Euro 3.632.106,00, che era già stata dichiarata fallita dal tribunale di Bari con la sentenza del 10 marzo 2006. In particolare, la Commissione provinciale rigettava il ricorso in quanto gli interessi pretesi da Equitalia erano riferiti alle “dilazioni di pagamento” accordate, su richiesta del contribuente, con provvedimenti del giudice e “come tali…assistiti da privilegio generale della stessa natura di quella che assiste la pretesa fiscale”. Il giudice d’appello, invece, in accoglimento dell’appello della contribuente, evidenziava che gli interessi richiesti con la cartella del 16 gennaio 2012 non avevano natura privilegiata, in quanto inscindibilmente collegati alla natura del credito fiscale originario già ammesso al passivo del fallimento in via chirografaria, in modo definitivo, e per il quale, L. Fall. ex art. 55, la dichiarazione di fallimento sospendeva il corso degli interessi convenzionali o legali fino alla chiusura del fallimento. Era, dunque, errata la cartella di pagamento, in quanto fondata su interessi ritenuti assistiti da privilegio generale della stessa natura di quella che assisteva pretesa fiscale.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate.

3. Resiste con controricorso il fallimento della società.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con un unico motivo di ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate deduce la “violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 19, 36 e 47, della L. Fall., artt. 54 e 55, del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”. In particolare, la cartella di pagamento attiene a quattro iscrizioni a ruolo relative ad “interessi maturati a seguito di sospensione”, originata da richieste formulate dalla ricorrente, in pendenza di giudizio tributario, D.Lgs. n. 546 del 1992 ex art. 47, poi superate a seguito dell’intervenuto revoca delle medesime sospensioni. Pertanto, gli “interessi da sospensione”, richiesti nella cartella di pagamento, non possono essere riconducibili al “credito fiscale originario ammesso in via chirografario”, ma sono interessi originati dai benefici della sospensione ottenuta in pendenza di giudizio. Pertanto, tale peculiare categoria di interessi non può essere attratta nell’ambito delle disposizioni di cui alla L. Fall., artt. 54 e 55. In particolare, tali interessi nulla avrebbero a che fare con le situazioni disciplinate ai fini delle procedure fallimentari, trattandosi appunto di soli interessi maturati in pendenza di giudizio tributario. Diviene, dunque, irrilevante la disquisizione sulla natura privilegiata o meno del credito fiscale originario, in quanto l’iscrizione a ruolo di tali interessi, rappresenta la mera conseguenza del venire meno dei benefici degli effetti sospensive di cui si è avvantaggiata la società. Non vi sarebbe alcun nesso fisiologico tra tali interessi ed il credito fiscale originario ammesso in via chirografaria, non oggetto di alcuna contestazione. Peraltro, la sospensione del corso degli interessi sui crediti chirografari di cui alla L. Fall., art. 55, si riferisce soltanto “agli effetti del concorso”, mentre gli interessi continuano a decorrere nei confronti del fallito e possono essere richiesti al debitore dopo la chiusura del fallimento. Inoltre, il giudice d’appello non ha tenuto conto delle esigenze erariali, che risiedono nella necessità della notificazione dell’atto impositivo, attraverso cui trova compiuta legittimazione la pretesa tributaria, considerato che detta azione si rende indispensabile al fine della costituzione di un titolo nei confronti del fallito, allorché ritorni in bonis. Peraltro, la motivazione della sentenza di appello è assolutamente apodittica e meramente apparente. Con riferimento, poi, alla violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 39, comma 2, gli interessi da sospensione derivano dalla corretta applicazione delle disposizioni contenute nel D.P.R. n. 602 del 1973, art. 39, comma 2. La natura di tali interessi è di tipo compensativo, in quanto decorrono in base al principio della naturale fecondità del denaro, al di là della circostanza che la sospensione sia di tipo amministrativo o di tipo giudiziale.

1.1. Il motivo è infondato.

1.2. Invero, la pretesa erariale origina da una precedente controversia proposta dalla curatela del fallimento contro la cartella di pagamento n. 01420060009772365, dell’importo di Euro 3.632.106,00 (notificata il 10-11-2006), relativa ad omessi versamenti di imposte per gli anni 2000-2001, impugnata dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Bari. Con ordinanza del 4 aprile 2007 la Commissione provinciale ha accolto l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della cartella impugnata, statuendo la sospensione della sua efficacia esecutiva. Con la successiva sentenza n. 222/19/2007, depositata il 19 settembre 2007, la Commissione tributaria provinciale ha accolto parzialmente il ricorso, rideterminando l’importo dovuto nella somma di Euro 1.299.919,01. L’appello proposto dal fallimento è stato dichiarato inammissibile, con conferma della sentenza di primo grado. Analogamente, la cartella esattoriale n. 01420070083662565, pari ad Euro 145,00, impugnata anch’essa dalla curatela del fallimento, era stata sospesa nella sua esecutività con ordinanza n. 30/8/2008, depositata l’11 aprile 2008 e successivamente la sospensione era venuta meno a seguito della sentenza n. 172/8/2008, depositata il 13 ottobre 2008, favorevole all’Ufficio. Con cartella di pagamento n. 01420110099772622000, notificata il 16 gennaio 2012, Equitalia sud s.p.a. ha intimato al fallimento (OMISSIS) s.p.a., per conto dell’Agenzia delle entrate, il pagamento della somma di Euro 145.881,75, per il recupero degli interessi di sospensione derivanti dal ruolo straordinario n. 2011/000825, reso esecutivo in data 8 novembre 2011, per gli interessi maturati durante il periodo di sospensione giudiziale, ovvero dal 4 aprile 2007 al 25 maggio 2009 (primi 3 recuperi: Euro 132.937,86; Euro 1.685,65; Euro 11.100,63) e dall’11 aprile 2008 al 13 ottobre 2008 per il quarto recupero (Euro 151,73).

La cartella di pagamento impugnata n. 01420110099772622000, quindi, ha ad oggetto quattro iscrizioni a ruolo relative ad “interessi maturati a seguito di sospensione”, in quanto il giudice di prime cure ha accolto la richiesta di sospensione dell’esecutività della cartella di pagamento, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47, con il conseguente impedimento al decorso degli interessi nel periodo di sospensione, anche se poi, con la sentenza, ha accolto solo in parte il ricorso della contribuente. Il successivo appello proposto dalla Agenzia delle entrate è stato poi dichiarato inammissibile. La cartella di pagamento, impugnata nel presente giudizio, riguarda gli interessi maturati durante il periodo di sospensione giudiziale, ovvero dal 4 aprile 2007 al 25 maggio 2009 (primi tre recuperi) e dall’11 aprile 2008 al 13 ottobre 2008 (quarto recupero).

1.3. Con istanza tardiva del 21 luglio 2009, la società Equitalia s.p.a. ha chiesto l’ammissione al passivo del fallimento (OMISSIS) s.p.a. in via chirografaria, della somma di Euro 1.362.069,26, così come derivante dalla riduzione operata dalla Commissione tributaria provinciale con la sentenza n. 222 /19/2007, con conseguente ammissione allo stato passivo da parte del giudice delegato, in assenza di opposizioni. Pertanto, lo stato passivo è divenuto definitivo.

1.4. Va anche chiarito che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Agenzia delle entrate, il fallimento non era chiuso al momento della presentazione del ricorso per cassazione (cfr. pagina 2 del ricorso per cassazione “la curatela fallimentare affidata alla Dott.ssa M.A.L. ha avuto inizio in data 10 marzo 2006 ed è terminata in data 10 luglio 2014”). In realtà, dal controricorso emerge che la curatela del fallimento (OMISSIS) è stata autorizzata alla presentazione del controricorso con provvedimento del giudice delegato in data 12 maggio 2015, allegato al controricorso.

1.5. Si premette anche che sono due le norme che si occupano in modo specifico degli interessi sui crediti erariali. Il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 20 (interessi per ritardata iscrizione a ruolo) prevede che “sulle imposte o sulle maggiori imposte dovute in base alla liquidazione ed al controllo formale della dichiarazione od all’accertamento d’ufficio si applicano, a partire dal giorno successivo a quello di scadenza del pagamento e fino alla data di consegna al concessionario dei ruoli, nei quali tali imposte sono iscritte, gli interessi al tasso del 4% annuo”. Lo stesso D.P.R., art. 30 (interessi di mora), che si occupa della fase successiva alla notifica della cartella di pagamento (60 giorni dopo tale notifica), dispone che “decorso inutilmente il termine previsto dall’art. 25 comma 2, sulle somme iscritte a ruolo, esclusi le sanzioni tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

2. Il provvedimento di ammissione del credito fiscale al passivo del fallimento della società olearia è divenuto definitivo, in assenza di impugnazione. Pertanto, trova applicazione la L. Fall., art. 96, richiamato dalla L. Fall., art. 101, comma 2, u.p., in base al quale “il decreto che rende esecutivo lo stato passivo e le decisioni assunte dal tribunale all’esito dei giudizi di cui all’art. 99, producono effetti soltanto ai fini del concorso”. Si tratta quindi di efficacia “endo concorsuale” del decreto di esecutività dello stato passivo.

2.1. Per questa Corte, nel procedimento fallimentare l’ammissione di un credito, sancita dalla definitività dello stato passivo, una volta che questo sia stato reso esecutivo con il decreto emesso dal giudice delegato ai sensi della L. Fall., art. 97, acquisisce all’interno della procedura concorsuale un grado di stabilità assimilabile al giudicato, con efficacia preclusiva di ogni questione che riguardi il credito, comprese le eventuali cause di prelazione che lo assistono (Cass., sez. 1, 27 ottobre 2017, n. 25640; Cass., sez. 1, 16 marzo 2001, n. 3830).

Ciò significa, che se è ormai cristallizzato in via chirografaria il credito relativo alla sorte capitale, non può che essere chirografario anche il credito relativo agli interessi maturati su tale somma. Infatti, una delle caratteristiche principali degli interessi, intesi quali prestazioni accessorie ed omogenee rispetto alla prestazione principale, è costituito dalla accessorietà dell’obbligazione di interessi rispetto ad una obbligazione principale; tanto che se il titolo del credito principale è nullo, annullato o risolto, viene meno anche l’obbligazione di interessi.

La L. Fall., art. 55, poi, prevede che “la dichiarazione di fallimento sospende il corso degli interessi convenzionali o legali, agli effetti del concorso, fino alla chiusura del fallimento, a meno che i crediti non siano garantiti da ipoteca, da pegno o privilegio, salvo quanto disposto dal comma 3 dell’articolo precedente “.

Pertanto, da tale norma emerge che, se un credito chirografario quanto alla sorte capitale, come nel caso di specie, in cui il credito della Agenzia delle entrate è stato ammesso al passivo in chirografo, in via tardiva, in modo definitivo, si verifica la sospensione del corso degli interessi, siano essi di fonte legale o di fonte negoziale, sempre “agli effetti del concorso”, e inoltre “fino alla chiusura del fallimento” (Cass., sez. 1, 19 giugno 2020, n. 11983, che sottolinea che la “sospensione L. Fall. ex art. 55, vale solo all’interno del concorso).

Allo stesso modo, la L. Fall., art. 55, comma 2, stabilisce che “i debiti pecuniari del fallito si considerano scaduti, agli effetti del concorso, alla data di dichiarazione di fallimento”. In tal modo, l’insolvenza del debitore fa ritenere prevedibile il futuro inadempimento, ai sensi dell’art. 1186 c.c., in base al quale, anche se il termine sia stabilito a favore del debitore, il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore sia divenuto insolvente. Per tale ragione i debiti pecuniari del fallito si intendono scaduti alla data dichiarazione di fallimento.

Si realizza, in base a tale binomio normativo, il principio della par condicio creditorum, con la “cristallizzazione” dei crediti e con l’eliminazione della fruttuosità degli stessi, in modo da impedire una generale lievitazione degli importi dei singoli crediti. Con la sospensione, dunque, si evita ogni disparità di trattamento tra creditori forti, che hanno pattuito interessi convenzionali a tassi molto elevati, e creditori deboli. La scadenza dei debiti pecuniari, poi, determina l’importo della massa passiva al tempo della dichiarazione di fallimento, sicché si realizza una regola di semplificazione della procedura fallimentare, in modo da rendere omogeneo il trattamento di tutti i creditori, soprattutto al momento delle ripartizioni.

Ovviamente, gli interessi post fallimentari, nei limiti della esdebitazione del fallito persona fisica ai sensi della L. Fall., art. 142, possono essere chiesti in caso di revoca della dichiarazione di fallimento o dopo la chiusura dello stesso.

3. Pertanto, solo il credito tributario, se assistito da privilegio, non subisce la sospensione del corso degli interessi durante lo svolgimento della procedura fallimentare, ai sensi della L. Fall., art. 54, richiamato dalla L. Fall., art. 55.

3.1. La L. Fall., art. 54, comma 3, regola l’estensione del diritto di prelazione (privilegio, pegno e ipoteca) anche agli interessi (Cass., sez. 1, 4 giugno 2014, n. 12551), sicché gli interessi sui crediti di imposta continuano a maturare e ad essere assistiti da privilegio anche dopo la dichiarazione di fallimento (Cass., sez. 5, 31 maggio 2018, n. 13923; Cass., Sez. 6-1, 10 marzo 2017, n. 6319; Cass., sez. 5, 3 maggio 2005, n. 9147); ciò anche prima del D.Lgs. n. 5 del 2006, in quanto la sentenza della Corte costituzionale (Corte Cost. 28 maggio 2001, n. 162) ha dichiarato illegittimo la L. Fall., art. 54, comma 3, nella parte in cui (prima del D.Lgs. n. 5 del 2006) non richiamava anche l’art. 2749 c.c., relativo al privilegio, ma solo gli artt. 2788 e 2855 c.c. relativi rispettivamente a pegno ed ipoteca.

3.2. Nella specie, come detto, il credito per sorte capitale è stato, invece, ammesso in via chirografaria ed in modo definitivo, senza opposizione di alcuno.

Ne’ è plausibile la tesi dell’Agenzia delle entrate, per cui gli interessi di cui si discute, non avrebbero “nulla a che fare con le situazioni disciplinate ai fini delle procedure fallimentari”, in quanto si tratterebbe di “soli interessi maturati in pendenza di giudizio tributario”. Di qui, sarebbe, per l’Agenzia, “irrilevante la disquisizione sulla natura privilegiata o meno del credito fiscale originario”, in quanto l’iscrizione a ruolo di tali interessi rappresenterebbe la conseguenza del venir meno dei benefici degli effetti di sospensive di cui si era avvantaggiata la società. L’unico nesso eziologico relativo agli interessi da sospensione sarebbe solo l’ordinanza di sospensione e non, invece, il credito fiscale originario ammesso in chirografo, non oggetto di contestazione.

Tale tesi non è fondata, in quanto gli interessi, compresi quelli di cui si discute, sono caratterizzati dalla “accessorietà”, sebbene “autonomi”, rispetto alla sorte capitale, sicché, una volta ammesso al passivo del fallimento il credito originario per sorte capitale in via chirografaria, ne discende necessariamente la natura chirografaria anche dei relativi interessi.

4. Ogni provvedimento relativo al riconoscimento o meno del privilegio, anche sugli interessi, è di precisa spettanza degli organi delle procedure concorsuali, essendo peraltro necessaria la presentazione di apposita istanza di ammissione al passivo in modo specifico per gli interessi. L’ammissione al passivo in via tardiva degli interessi “già maturati” alla data del fallimento non è preclusa in conseguenza della già avvenuta richiesta ed ammissione dello stesso credito per il solo capitale, stante la piena autonomia degli interessi (cass., sez. 1, 22 marzo 2012, n. 4554); inoltre, la proposizione tardiva della domanda di ammissione al passivo fallimentare del credito accessorio agli interessi “moratori”, in quanto fondata sul ritardo nell’adempimento, non è preclusa, stante la diversità della rispettiva “causa petendi”, dalla definitiva ammissione in via tempestiva del credito relativo al capitale (nella specie, a titolo di compenso per attività professionale), salvo che gli interessi costituiscano una mera componente della pretesa già azionata, come nel caso del credito risarcitorio da illecito aquiliano (Cass., sez. un., 26 marzo 2015, n. 6060). Nel caso in esame, però, si tratta di interessi successivi alla dichiarazione di fallimento e di natura chirografaria, con la conseguente sospensione L. Fall. ex art. 55.

Invero, sulla suddivisione della giurisdizione nella verifica del passivo vi è una sostanziale convergenza della giurisprudenza in ordine alla dicotomia tra fatti costitutivi del diritto e quindi del credito fiscale, che vanno esaminati dalle commissioni tributarie, e questioni relative alla esistenza del titolo, anteriore alla dichiarazione di fallimento, alla dimostrazione del credito ed alla sussistenza del privilegio o, comunque, della prelazione, che sono oggetto di delibazione del giudice delegato al fallimento (Cass., sez. un., 18 ottobre 2005, n. 20112, per cui la giurisdizione del tribunale fallimentare non può estendersi alla questione sulla debenza dei tributi o di sanzioni; Cass., sez. un., 12 dicembre 2001, n. 15715). Il giudice delegato, allora, decide sulla esistenza del titolo, sulla prova del credito fornita dall’Amministrazione finanziaria e sulla sussistenza del privilegio invocato (Cass., sez. un., 23 gennaio 2004, n. 1230), oltre che sulla prescrizione del diritto maturata successivamente alla notifica della cartella di pagamento, o su altri fatti estintivi del diritto posti a valle della notifica della cartella o dell’avviso di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 50, come l’avvenuto pagamento o l’adesione ad una definizione agevolata (Cass., sez. un., 24 dicembre 2019, n. 34447; Cass., sez. un., 14 aprile 2020, n. 7822, Corte Cost., 31 maggio 2018, n. 114). Va tenuto presente che, in caso di credito fiscale e di riscossione a mezzo ruolo, il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 88, prevede l’ammissione con riserva da parte del giudice delegato.

Pertanto, fermo restando che ogni decisione in ordine alla natura privilegiata o meno del credito spetta al giudice delegato in sede di ammissione al passivo, L. Fall. ex artt. 52 e 93 e ss. (come ribadito da Cass., 13 giugno 2014, n. 13458, che si occupa proprio di una cartella di pagamento portante iscrizione a ruolo di “interessi da sospensione”, ma con duplicazione degli interessi già insinuati al passivo fallimentare, con necessaria giurisdizione delle commissioni tributarie), nella specie la cartella di pagamento è stata emessa per “interessi da sospensione”, mentre l’istanza tardiva di ammissione al passivo, L. fall. ex art. 101, ha riguardato il credito per sorte capitale, con conseguente ammissione in via definitiva in chirografo, senza alcuna specifica richiesta in ordine agli interessi (Cass., sez. 1, 15 settembre 2017, n. 21459, per cui occorre una specifica domanda per l’ammissione al passivo degli interessi tributari, con indicazione della scadenza del credito e del tasso applicabile). Trattandosi, però, di interessi relativi ad un credito, ormai accertato definitivamente come chirografario, ne deriva la sospensione del corso degli interessi (di natura evidentemente accessoria) all’interno del procedimento fallimentare, ancora aperto al momento della notificazione del ricorso per cassazione.

Peraltro, la questione di giurisdizione non è stata sollevata dalle parti, sicché sulla stessa si è formato il giudicato implicito.

5. Neppure può essere accolta la tesi dell’Agenzia, per cui la notificazione della cartella, con conseguente sua legittimità, era necessaria per la ricostituzione di titolo nei confronti del fallito, per il momento in cui fosse tornato in bonis, in quanto la pretesa doveva essere avanzata nei confronti della società (fallita) e non della curatela fallimentare, alla quale è stata notificata la cartella. Ne’ è condivisile la tesi per cui la notifica della cartella di pagamento sarebbe necessaria per ottenere l’ammissione al passivo.

6. Sul punto, si evidenzia l’aspetto tutto peculiare alla “doppia” notifica dell’avviso di accertamento sia al curatore del fallimento che al fallito. Costituisce principio giurisprudenziale monolitico quello per cui l’accertamento tributario, se inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento o nel periodo d’imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore, in ragione della partecipazione di tali crediti al concorso fallimentare previa presentazione della domanda di ammissione al passivo del fallimento o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione dei beni e delle attività acquisite al fallimento (profilo pubblicistico), ma anche al contribuente fallito (profilo personalistico), il quale resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, conseguenti alla definitività dell’atto impositivo (Cass., sez. V, 30 aprile 2014, n. 9434).

L’Amministrazione potrebbe scegliere di non domandare l’insinuazione al passivo in caso di assoluta mancanza di attivo nel fallimento, magari coltivando il recupero del credito nei confronti di eventuali terzi garanti. Pertanto, in caso di inerzia degli organi fallimentari, che non impugnano l’avviso di accertamento notificato al curatore, è possibile per il fallito in via eccezionale proporre autonoma impugnazione avverso tale avviso (Cass., sez. 5, 11 maggio 2017, n. 11618), a meno che la mancata impugnazione da parte degli organi della procedura sia frutto di una scelta di merito in ordine alla infondatezza della impugnazione (Cass., sez. 5, 6 luglio 2016, n. 13814; Cass., sez. 5, 12 febbraio 2020, n. 3393; Cass., sez. 5, 18 febbraio 2020, n. 4105, pure se tale valutazione non è motivata; per Cass., sez. 5, 6 febbraio 2009, n. 2910, però, il fallito è legittimato a prescindere dalla valutazione compiuta dagli organi della procedura sul merito dell’accertamento, quindi anche se il giudice ha negato al curatore l’autorizzazione a proporre ricorso).

Peraltro, qualora, a seguito della dichiarazione di fallimento, la parte che aveva agito in giudizio nei confronti del debitore coltivi la propria azione nei confronti del curatore, subentrato all’originaria parte ai sensi della L. Fall., art. 43, la domanda dev’essere dichiarata improcedibile, in quanto inidonea a condurre ad una pronuncia di merito opponibile alla massa, a meno che il creditore non dichiari espressamente di voler utilizzare tale titolo, dopo la chiusura del fallimento, per agire esecutivamente nei confronti del debitore ritornato “in bonis” (Cass., sez. 1, 22 dicembre 2005, n. 28481). Tale precisazione non è mai stata effettuata dalla Agenzia delle entrate né da Equitalia s.p.a.

6.1. Inoltre, mentre sino al 2008 la giurisprudenza della Suprema Corte (Cass., Sez. I, 17 giugno 1998, n. 6032) riteneva univocamente che elemento indefettibile per l’ammissione al passivo fosse la previa notifica della cartella di pagamento, con una decisione dirompente (Cass., sez. L, 26 febbraio 2008, n. 5063), seguita poi da una sentenza di questa Corte a sezioni unite (Cass.,sez. un., 15 marzo 2012, n. 4126; Cass., sez. VI-1, 30 gennaio 2019, n. 2732; Cass., sez. I, 13 giugno 2017, n. 14693; Cass., sez. I, 26 novembre 2014, n. 25071; Cass., sez. I, 31 maggio 2011, n. 12019), si è invece affermato che il concessionario alla riscossione può presentare domanda di ammissione al passivo sulla base del semplice estratto di ruolo, senza la previa iscrizione a ruolo del credito azionato, la notifica della cartella di pagamento e la allegazione all’istanza della documentazione comprovante l’avvenuto espletamento delle dette incombenze. Sono sufficienti, dunque, per l’Agenzia delle entrate, anche titoli di “diverso tenore”, quali fogli prenotati a ruolo, sentenze tributarie di rigetto dei ricorsi del contribuente ed altri. Per l’Agenzia delle entrate-Riscossione, invece, è sufficiente la produzione dell’estratto di ruolo.

7. Neppure può essere accolto il motivo di impugnazione nella parte in cui si duole della motivazione del giudice d’appello, che sarebbe meramente apparente e tautologica, con conseguente violazione dell’art. 132 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36.

In realtà, la motivazione del giudice d’appello esiste, non solo graficamente, ma anche dal punto di vista contenutistico, in quanto, pur nella sua assoluta stringatezza, fa emergere con chiarezza la ratio decidendi. Si chiarisce, in modo secco, ma chiaro, che gli interessi richiesti con la cartella oggetto di impugnazione, non potevano avere natura privilegiata in quanto inscindibilmente correlati alla stessa natura del credito fiscale originario, ammesso in via chirografario; con la conseguente sospensione del corso degli interessi convenzionali o legali fino alla chiusura del fallimento ai sensi della L. Fall., art. 55. Non era poi plausibile l’esistenza di una terza categoria di interessi, che non sarebbero né legali né convenzionali. 8. Va rigettato anche il motivo di impugnazione nella parte in cui si deduce che il giudice d’appello ha violato il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 39, comma 2, avendo ritenuto “assorbito ogni altro motivo di gravame”.

8.1. In realtà, effettivamente, in astratto, l’Agenzia delle entrate avrebbe avuto diritto agli “interessi da sospensione giudiziale” per il periodo dal 4 aprile 2007 al 25 maggio 2009 (primi 3 recuperi) e dall’11 aprile 2008 al 13 ottobre 2008 (quarto recupero).

8.2. Invero, per questa Corte, in materia tributaria, qualora il ricorso del contribuente sia accolto solo parzialmente e la sentenza di merito confermi la legittimità del titolo impugnato, l’intervenuta sospensione giudiziale della riscossione di cartelle di pagamento non determina la necessità di una nuova iscrizione a ruolo per gli interessi intanto maturati sull’importo dell’imposta dovuta, fondandosi tale pretesa sul principio generale di cui all’art. 1282 c.c., comma 1, secondo cui i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono interessi di pieno diritto in misura del tasso legale, salvo che la legge o il titolo dispongano diversamente (Cass., sez. 5, 11 luglio 2014, n. 15970). Più recentemente, si è affermato, in linea con la precedente giurisprudenza di legittimità che, qualora il ricorso del contribuente sia accolto solo parzialmente e la sentenza di merito confermi la legittimità del titolo impugnato, l’intervenuta sospensione giudiziale della riscossione di cartelle di pagamento non determina la necessità di una nuova iscrizione a ruolo per gli interessi intanto maturati sull’importo dell’imposta dovuta, fondandosi tale pretesa sul principio generale di cui all’art. 1282 c.c., comma 1, secondo cui i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono interessi di pieno diritto in misura del tasso legale, salvo che la legge o il titolo dispongano diversamente. Ne’ la conclusione muta a seguito dell’introduzione, nel D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47, del comma 8-bis, ad opera del D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 9, comma 1, lett. r, n. 4, – disposizione comunque inapplicabile “ratione temporis” al caso di specie – giacché l’innovazione introdotta da tale norma non consiste nell’avere essa previsto l’applicazione, durante il periodo di sospensione cautelare, di interessi che prima, in mancanza di espressa previsione, andavano esclusi, ma solo nell’aver parificato il tasso di interesse applicabile in detto periodo a quello che sarebbe stato da applicare laddove, anziché di sospensione giudiziale, si fosse trattato di sospensione amministrativa disposta D.P.R. n. 602 del 1973 ex art. 39 (Cass., sez. 5, 28 settembre 2020, n. 20361).

8.3. Pertanto, se è vero che la previsione degli interessi “da sospensione” è stata espressamente prevista solo per la “sospensione amministrativa della riscossione” di cui al D.Lgs. n. 602 del 1973, art. 39 (comma 2 dell’art. 39 “sulle somme il cui pagamento è stato sospeso ai sensi del comma 1 e che risultano dovute dal debitore a seguito della sentenza della Commissione tributaria provinciale si applicano gli interessi al tasso del 4% annuo”), mentre analoga previsione non si rinviene nel D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47, tranne il riferimento al comma 8-bis agli “interessi al tasso previsto per la sospensione amministrativa”, tuttavia, proprio per il principio della naturale fecondità del denaro, è evidente che gli “interessi da sospensione” spettino all’Agenzia delle entrate anche in caso di sospensione giudiziale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47.

8.4. Pertanto, anche se è evidente la differenza tra la sospensione amministrativa e quella giurisdizionale, in quanto quest’ultima è concessa, su istanza del contribuente, da un soggetto terzo, ossia dal giudice tributario, sulla base dei presupposti diversi quali sono il fumus boni iuris ed il periculum in mora, tuttavia sia nell’uno che nell’altro caso maturano “interessi compensativi”. In particolare, si è osservato che la sospensione dell’atto impositivo, di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47, concernendo l’esecuzione, non spiega diretti effetti sulla cartella, che è atto prodromico all’esecuzione.

Del resto, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47, comma 7, prevede che “gli effetti della sospensione cessano dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado”. La sospensione, dunque, non determina in alcun modo la sterilizzazione della pretesa fiscale, con riferimento ai suoi accessori (Cass., sez. 5, 27 ottobre 2020, n. 23548; Cass., sez. 5, 19 gennaio 2018, n. 1312). Proprio la funzione cautelare e non decisoria della sospensione dell’esecutività, non incide sull’efficacia del provvedimento impugnato, il quale conserva nelle more del giudizio i suoi effetti e la sua validità (Cass., sez. 5, 28 settembre 2020, n. 20361). Il provvedimento cautelare incide, infatti, soltanto sulla esecutività del provvedimento di sospensione, sicché fin quando permane la sospensione, non si può procedere alla riscossione coattiva né dei tributi né dei relativi interessi (Cass., n. 20361/2020, citata). Pertanto, la sentenza di rigetto del ricorso determina la “caducazione” degli effetti della sospensione accordata dal giudice, comportando la possibilità di procedere alla riscossione coattiva per l’intero credito dei relativi accessori accertati nel merito dalla sentenza.

Ne’ l’accoglimento solo parziale del ricorso del contribuente, con conferma della legittimità del titolo impugnato, in caso di intervenuta sospensione giudiziale della riscossione di cartelle di pagamento, determina la necessità di una nuova iscrizione a ruolo per gli interessi legali intanto maturati sull’imposta dovuta, la cui misura è quella stabilita dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 30 (Cass., sez. 5, 27 ottobre 2020, n. 23548). La sospensione dell’esecutività della cartella esattoriale non rileva ai fini del calcolo degli interessi che, comunque, decorrono dalla notifica della cartella come disposto dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 30, che non è derogato nel caso di sospensione provvisoria dell’esecutività della cartella stessa (Cass., sez. 5, 5 dicembre 2019, n. 31786).

9. Tuttavia, nella specie, poiché è intervenuta la sentenza di fallimento della società in data 10 marzo 2006, con conseguente “cristallizzazione” del passivo e blocco degli interessi sui crediti chirografari, a tutela della par condicio creditorum, ai sensi della L. Fall., art. 55, mentre gli interessi “da sospensione giudiziale” sono maturati nel periodo successivo, dal 4 aprile 2007 al 25 maggio 2009 (per i primi 3 recuperi) e dall’11 aprile 2008 al 13 ottobre 2008 (per il quarto recupero), non spettano all’Agenzia delle entrate gli interessi maturati dopo la sentenza dichiarativa del fallimento. Insomma, il fallimento della società è stato dichiarato il 10 marzo 2006, la cartella originaria nei confronti della società per il credito da capitale è stata notificata alla società fallita il 10 novembre 2006; per il credito per capitale è stata presentata domanda di ammissione al passivo in via tardiva, L. Fall. ex art. 101,l’11 luglio 2009, con ammissione in via chirografaria, in modo definitivo; gli interessi “da sospensione” sono maturati dopo la dichiarazione di fallimento; la cartella recante gli interessi “da sospensione” è stata notificata al curatore del fallimento della società il 16 gennaio 2012 ed è oggetto del presente giudizio. Tale ultima cartella, poiché recante interessi chirografari maturati dopo il fallimento, quindi “sospesi” L. Fall. ex art. 55, non poteva essere emessa nei confronti della curatela del fallimento. Si sarebbe potuto emettere tale cartella per “interessi da sospensione” nei confronti della società, con notifica agli organi societari, che non vengono meno a causa del fallimento, previa avvertenza che il credito sarebbe stato preteso nei confronti della società, una volta tornata in bonis.

Invero, prima della riforma del diritto societario di cui al D.Lgs. n. 6 del 2003, l’art. 2484 c.c. indicava l’intervenuto fallimento tra le cause di scioglimento della società. Tuttavia, per questa Corte il fallimento di una società per azioni non determina lo scioglimento, per impossibilità sopravvenuta, del contratto preliminare, anteriormente stipulato, di compravendita delle azioni della stessa società, poiché ai sensi dell’art. 2448 c.c., nel testo “ratione temporis” applicabile (anteriore alla riforma del diritto societario), la dichiarazione di fallimento è causa di scioglimento, ma non di immediata estinzione, della società, sicché la perdurante esistenza in vita dell’ente (sia pure ormai privo di ogni potere in relazione al suo patrimonio) conferisce natura di beni commerciabili alle relative quote di partecipazione (Cass., sez. 2, 23 maggio 2013, n. 12831). Con il D.Lgs. n. 6 del 2003 il fallimento non è più previsto come causa di scioglimento della società ex art. 2484 c.c., sicché l’avvio della procedura fallimentare, come osservato dalla dottrina, non rende inefficace il contratto sociale e non comporta l’immediata estinzione della società. Peraltro, la conferma di tale assunto si rinviene nella fase di chiusura del fallimento di cui alla L. Fall., art. 118, ove solo nelle ipotesi di chiusura di cui alla L. Fall., art. 118, nn. 3 e 4 (compiuta ripartizione finale dell’attivo e insufficienza dell’attivo) il curatore chiede la cancellazione della società, con conseguente estinzione, mentre nelle ipotesi di chiusura di cui alla L. Fall., art. 118, nn. 1 e 2 (assenza di domande di ammissione al passivo ed estinzione del passivo) non v’e’ obbligo di cancellazione e la società rientra nella fase ordinaria di attività.

Nel nuovo codice della crisi e dell’insolvenza, che entrerà in vigore il 22 maggio 2022, l’art. 380 c.c.i., non richiamato dall’art. 389 c.c.i. tra le norme già entrate in vigore dal 15 marzo 2019, ha inserito tra le cause di scioglimento della società anche l’apertura della liquidazione giudiziale e la liquidazione controllata di cui all’art. 268 c.c.i.

10. Trattandosi di questione di diritto di particolare importanza, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, può essere enunciato il seguente quesito di diritto: “L’intervenuta sospensione giudiziale D.Lgs. n. 546 del 1992 ex art. 47, della riscossione delle cartelle di pagamento non determina la necessità di una nuova iscrizione a ruolo per gli interessi nel frattempo maturati sull’importo della imposta dovuta, fondandosi tale pretesa sul principio generale di cui all’art. 1281 c.c., comma 1, secondo cui i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono interessi di pieno diritto in misura del tasso legale, salvo che la legge o il titolo dispongano diversamente. Tuttavia, tali interessi, per la loro intrinseca accessorietà, sono della medesima natura del credito principale, sicché, ove quest’ultimo sia stato ammesso al passivo del fallimento del debitore, in via definitiva, come credito chirografario, è illegittima la cartella di pagamento emessa, dopo la dichiarazione di fallimento, nei confronti del curatore del fallimento del debitore, senza la dichiarazione, previa notificazione agli organi della società ancora presenti, di voler utilizzare il titolo dopo la chiusura del fallimento, per la successiva azione esecutiva nei confronti del debitore tornato in bonis, con riferimento ad interessi da sospensione giudiziale sorti dopo la dichiarazione di decozione, stante il principio generale di sospensione “endoconcorsuale” degli interessi su crediti chirografari di cui alla L. Fall., artt. 54 e 55″.

11. Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico dell’Agenzia delle entrate, per il principio della soccombenza, e si liquidano come da dispositivo.

12. Non opera a carico dell’Agenzia ricorrente il raddoppio del contributo unificato (Cass., 890/2017; Cass., 5955/2014).

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Condanna l’Agenzia delle entrate al pagamento in favore del fallimento (OMISSIS) s.p.a. delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 5.600,00, di cui Euro 200,00, per esborsi, oltre Iva e cpa, oltre spese generali nella misura forfettaria del 15%.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2021

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