Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27196 del 28/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 28/12/2016, (ud. 23/11/2016, dep.28/12/2016),  n. 27196

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4578/2014 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

suo legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati CLEMENTINA

PULLI, EMANUELA CAPANNOLO, MAURO RICCI, giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1332/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO

del 17/10/2013, depositata il 12/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSANA MANCINO;

udito l’Avvocato Clementina Pulli difensore del ricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio.

2. La Corte di appello di Catanzaro, in riforma della decisione di primo grado, ha condannato l’INPS al pagamento, in favore dell’attuale parte intimata, della pensione di inabilità con decorrenza settembre 2008, oltre accessori; ha compensato le spese del grado di appello.

3. La decisione è stata motivata, quanto al requisito sanitario, richiamando gli esiti della consulenza tecnica d’ufficio e, quanto al requisito reddituale, mediante richiamo alle produzioni documentali in grado di appello.

4. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso l’INPS, sulla base di due motivi.

5. L’intimato non ha resistito.

6. Con il primo motivo di ricorso l’Istituto previdenziale, deducendo violazione della L. n. 118 del 1971, artt. 11 e 12, dell’art. 2967 c.c. e degli artt. 345, 414, 416, 412 e 437 c.p.c., ha censurato la decisione per avere il giudice di appello ammesso, in sede di gravame, la produzione di documenti relativi al requisito reddituale, non prodotti dal ricorrente in primo grado.

7. Ha sostenuto che l’assistito era decaduto dalla facoltà di produrre detta documentazione e che non sussistevano i presupposti per l’ammissione di ufficio della stessa, stante la carenza di allegazioni, nel ricorso di primo grado, in ordine al predetto requisito (reddituale).

8. Con il secondo motivo di ricorso, deducendo omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ha censurato la decisione per non essersi pronunciata sulla sussistenza o meno del requisito contributivo dagli anni 2009 in poi.

9. Deve rilevarsi, in linea con la giurisprudenza di questa Corte (come, fra le altre, ribadito da Cass., sez. sesta-1, n.547/2015) che, nel rito del lavoro, in base al combinato disposto dell’art. 414 c.p.c., n. 5 e art. 415 c.p.c., comma 1 (che stabiliscono l’obbligo del ricorrente di indicare specificamente i mezzi di prova di cui intende avvalersi e di depositare unitamente al ricorso i documenti ivi indicati) e dell’art. 437 c.p.c., comma 2 (che, a sua volta, pone il divieto di ammissione in grado di appello di nuovi mezzi di prova, fra i quali devono annoverarsi anche i documenti), l’omessa indicazione nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado dei documenti e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi dalla vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo); l’irreversibilità dell’estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato) rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello; tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento, ispirato all’esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova, ai sensi del ridetto art. 437 c.p.c., comma 2, ove essi siano indispensabili ai fini della decisione della causa; poteri, peraltro, da esercitare pur sempre con riferimento a fatti allegati dalle parti ed emersi nel processo a seguito del contraddittorio delle parti stesse (cfr. ex plurimis, Cass. sezioni unite nn. 8202/2005; Cass. n. 11922/2006; n. 14696/2007).

10. L’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio in grado d’appello presuppone la ricorrenza di alcune circostanze: l’insussistenza di colpevole inerzia della parte interessata, con conseguente preclusione per inottemperanza ad oneri procedurali, l’opportunità di integrare un quadro probatorio tempestivamente delineato dalle parti, l’indispensabilità dell’iniziativa ufficiosa, volta non a superare gli effetti inerenti ad una tardiva richiesta istruttoria o a supplire ad una carenza probatoria totale sui fatti costitutivi della domanda, ma solo a colmare eventuali lacune delle risultanze di causa.

11. Non ricorrono, pertanto, i suddetti presupposti, allorchè la parte sia incorsa in decadenze per la costituzione in giudizio in primo grado e non sussista, quindi, alcun elemento, già acquisito al processo, tale da poter offrire lo spunto per integrare il quadro probatorio già tempestivamente delineato (Cass. n. 5878 del 2011).

12. Nel caso di specie, in cui la ricordata documentazione presa in esame dalla Corte territoriale è stata prodotta in grado d’appello, non ricorrono le indicate condizioni in presenza delle quali sarebbe stata possibile l’ammissione dei nuovi mezzi di prova, essendo gli stessi inerenti a circostanze già deducibili e dimostrabili all’atto del deposito del ricorso di primo grado e la cui produzione non era stata resa necessaria dall’evolversi dalla vicenda processuale successivamente al ricorso e alla memoria di costituzione di prime cure.

13. Ne consegue, in accoglimento del ricorso, la cassazione della decisione impugnata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la decisione della causa nel merito, con il rigetto della originaria domanda.

14. L’esito alterno del giudizio di merito giustifica la compensazione delle spese dei gradi di merito.

15. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originaria domanda; compensa le spese dei gradi di merito; condanna la parte intimata al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario del 15 per cento.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2016

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