Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2718 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 28/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 28/01/2022), n.2718

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5459-2020 proposto da:

I.V., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli avvocati MASSIMO CARLO SEREGNI, TIZIANA ARESI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Siracusa, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 21/2020 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 03/01/2020 R.G.N. 1452/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte di appello di Catania, con la sentenza n. 21 del 2020, ha respinto il gravame proposto dal richiedente indicato in epigrafe, cittadino della Nigeria (Edo State), avverso l’ordinanza del Tribunale della stessa sede che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento dello status di rifugiato nonché della protezione sussidiaria ed umanitaria.

2. Il richiedente, in sintesi, aveva dichiarato di avere lasciato il suo paese di origine perché la gente del suo villaggio aveva tentato di ucciderlo; in particolare, aveva precisato che, dopo la sua conversione al cristianesimo, i componenti della sua comunità lo avevano aggredito con l’intenzione di costringerlo a adorare gli idoli, inducendolo a fuggire e ad abbandonare definitivamente la Nigeria.

3. A fondamento della decisione la Corte di merito, premesso che la valutazione di non credibilità del racconto non era stata censurata in grado di appello, ha rilevato che, in relazione alla richiesta di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. c), la situazione nella regione di provenienza del richiedente non era caratterizzata da una condizione di violenza indiscriminata tale da costituire un rischio per i civili di essere esposti ad episodi di pericolo; con riguardo, invece, alla richiesta di riconoscimento della protezione umanitaria, è stata escluso, da un lato, che l’Edo State vivesse una situazione di emergenza umanitaria e, dall’altro, che fossero state prospettate condizioni di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva.

4. Avverso il suddetto provvedimento della Corte di appello il richiedente ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, per non essere stato valutato, dalla Corte territoriale, il periodo di permanenza nei paesi in cui era transitato né il trattamento subito in Libia.

3. Con il secondo motivo si censura la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, nonché la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5 e 14; si sostiene che la valutazione della vicenda narrata avrebbe dovuto essere effettuata sulla base dei criteri citati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, per cui la concessione di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, o per motivi umanitari, non risultava correttamente ponderata dalla Corte di merito.

4. L’esame dei motivi di censura porta alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

5. Tutti e due i motivi sono inammissibili perché nella loro genericità non risultano riferiti ad individuate statuizioni del provvedimento impugnato, in contrasto con il principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione.

6. Deve essere ricordato che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, il ricorrente pertanto ha l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nel provvedimento impugnato, in quanto il singolo motivo assume una funzione identificativa condizionata dalla sua formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative di censura formalizzate con una limitata elasticità dal legislatore, con la conseguenza che il requisito in esame non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) – pur se articolato in motivi – si risolva in una generica critica al provvedimento impugnato nella quale sia impossibile l’individuazione delle diverse contestazioni mosse a parti ben identificabili del giudizio espresso nel provvedimento stesso, in quanto in tal caso risulta del tutto carente la specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione (vedi, tra le tante: Cass. 22 gennaio 2018, n. 1479; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202; Cass. 18 maggio 2005, n. 10420).

7. Infatti, il ricorso per cassazione, da un lato, richiede, per ogni motivo di ricorso, la rubrica del motivo, con la puntuale indicazione delle ragioni per cui il motivo medesimo – tra quelli espressamente previsti dall’art. 360 c.p.c. – è proposto; dall’altro, esige l’illustrazione del singolo motivo, contenente l’esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 17 luglio 2007, n. 15452).

8. In particolare, quando nel ricorso per cassazione è denunziata la violazione e/ la falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nel provvedimento impugnato debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, con riguardo alla specifica vicenda sub judice; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 16 gennaio 2007, n. 828; Cass. 5 marzo 2007, n. 5076).

9. Nella specie, le argomentazioni svolte in entrambi i motivi di ricorso risultano del tutto generiche e prive di puntuali riferimenti alla sentenza impugnata (che sul periodo di permanenza in altri Paesi né sul trattamento subito in Libia nulla ha precisato e né il ricorrente ha specificato il “dove, come e quando” le questioni erano state sottoposte ai giudici del merito mentre, sulla tematica della credibilità del racconto, la doglianza non si confronta con la ratio decidendi dell’impugnato provvedimento); pertanto, in applicazione dei su richiamati principi, il ricorso va dichiarato inammissibile, tanto più simili argomentazioni risultano del tutto inidonee ad impugnare le rationes decidendi poste a base del decreto impugnato, le quali sono pertanto divenute definitive, sicché in nessun caso se ne può più produrre l’annullamento (vedi, al riguardo: Cass. 7 novembre 2005, n. 21490; Cass. 26 marzo 2010, n. 7375; Cass. 7 settembre 2017, n. 20910; Cass. 3 maggio 2019, n. 11706);

10. Nulla va disposto in ordine alle spese di lite non avendo l’Amministrazione resistente svolto attività difensiva.

11. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla in ordine alle spese del presente giudizio. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

 

 

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