Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27156 del 23/10/2019

Cassazione civile sez. lav., 23/10/2019, (ud. 11/07/2019, dep. 23/10/2019), n.27156

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28817/2017 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato REMIGIO FIORILLO e VINCENZO

FIORILLO;

– ricorrente –

contro

SANATRIX NUOVO ELAION COOPERATIVA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DELLA BALDUINA 66, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE

SPAGNUOLO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 589/2017 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 26/09/2017, R.G.N. 1126/2015.

Fatto

RILEVATO

che:

– con sentenza in data 26 settembre 2017, la Corte d’Appello di Salerno ha confermato la decisione del giudice di primo grado che aveva respinto la domanda formulata da R.A. nei confronti della Sanatrix Nuovo Elaion Coop. Sociale Onlus con cui era stato richiesto di dichiarare invalide e comunque inefficaci le dimissioni rese dalla ricorrente e, per l’effetto, ancora esistente il rapporto di lavoro;

– in particolare, il giudice d’appello ha ritenuto la idoneità delle dimissioni a risolvere la relazione lavorativa alla luce del carattere ricettizio delle stesse nonostante l’intervenuta quasi contemporanea revoca e l’insussistenza di qualsivoglia aspetto coartativo della volontà della lavoratrice, oltre all’assenza di stati morbosi atti ad influenzarne la scelta;

– per la cassazione della sentenza propone ricorso R.A., affidandolo a tre motivi;

– resiste, con controricorso, la società cooperativa intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo di ricorso si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, con riguardo all’asserito invio, nello stesso giorno ed a distanza di un minuto l’una dall’altra, della raccomandata contenente le dimissioni e di quella che le revocava;

– il motivo è inammissibile;

– con riferimento all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, consistente nell’esame delle risultanze istruttorie acquisite nel giudizio di secondo grado, da cui sarebbe potuto emergere, secondo quanto affermato da parte ricorrente, che le due lettere, di dimissioni e revoca, fossero state inviate quasi contemporaneamente e pervenute lo stesso giorno al destinatario, si tratta di una valutazione di fatto totalmente sottratta al sindacato di legittimità, in quanto in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, che ha limitai:o la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4) e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le più recenti, Cass. n. 23940 del 2017);

– con il secondo motivo di ricorso si censura la decisione di secondo grado per motivazione apparente deducendosi la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, sempre con riguardo alla questione afferente al momento di ricezione delle due raccomandate;

– il motivo è infondato;

– secondo la giurisprudenza di legittimità, (cfr., sul punto, Cass. n. 27112 del 25/10/2018) è nulla, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la motivazione solo apparente, che non costituisce espressione di un autonomo processo deliberativo, quale, ad es., la sentenza di appello motivata “per relationem” alla sentenza di primo grado, attraverso una generica condivisione della ricostruzione in fatto e delle argomentazioni svolte dal primo giudice, senza alcun esame critico delle stesse in base ai motivi di gravame;

– ricorre, quindi, il vizio di motivazione apparente della sentenza, soltanto qualora essa, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche, congetture (Cass. n. 13977 del 23/05/2019);

– di palmare evidenza l’insussistenza del vizio nel caso di specie, nel quale, anzi, la Corte, a sostegno del proprio iter decisorio, si sofferma sulla giurisprudenza di legittimità circa la natura ricettizia delle dimissioni e sulla idoneità delle stesse a determinare la risoluzione del rapporto non appena giungano a conoscenza del datore di lavoro, occorrendo una nuova manifestazione di volontà, questa volta bilaterale, per ricostituire il rapporto stesso;

– con il terzo motivo di ricorso si deduce ancora una volta, con riguardo ai due momenti dell’invio delle dimissioni ed a quello della revoca di esse, la violazione dell’art. 2118 c.c. e dell’art. 2697 c.c., pur se con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– premessa l’erroneità del riferimento al comma 1, n. 4, va rilevato che, anche qualora si riqualificasse la censura nei termini di cui all’art. 360, comma 1, n. 3, la doglianza dovrebbe comunque reputarsi inammissibile atteso che – per costante giurisprudenza di legittimità, (cfr., fra le più recenti, Cass. n. 20335 del 2017, con particolare riguardo alla duplice prospettazione del difetto di motivazione e della violazione di legge) il vizio relativo all’incongruità della motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, comporta un giudizio sulla ricostruzione del fatto giuridicamente rilevante e sussiste quando il percorso argomentativo adottato nella sentenza di merito presenti lacune ed incoerenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione, o comunque, qualora si addebiti alla ricostruzione di essere stata effettuata in un sistema la cui incongruità emerge appunto dall’insufficiente, contraddittoria o omessa motivazione della sentenza;

– invece, attiene alla violazione di legge la deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge implicando necessariamente una attività interpretativa della stessa;

– nella specie, la stessa piana lettura delle modalità di formulazione del motivo considerato ed il riferimento alla mancata ammissione dei mezzi istruttori, di spettanza esclusiva del giudice di merito, induce ad escludere, ictu ocuii, la deduzione di una erronea sussunzione nelle disposizioni normative mentovate della fattispecie considerata, apparendo, invece, chiarissima l’istanza volta ad ottenere una inammissibile rivalutazione del merito della vicenda;

– alla luce delle suesposte argomentazioni, quindi, il ricorso va respinto;

– le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo;

– sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis e comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 -bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 11 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2019

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