Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27138 del 23/10/2019

Cassazione civile sez. trib., 23/10/2019, (ud. 16/05/2019, dep. 23/10/2019), n.27138

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. GRASSO Gianluca – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet T – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12713/2012 R.G. proposto da:

D.A.R., rappresentata e difesa dall’avv.to Cesare Rizzo,

con studio in San Severo, via Don Minzoni 101;

– ricorrente –

Contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Puglia n. 82/26/2011 del 17 febbraio 2011, depositata il 30 marzo

2011, non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 16 maggio

2019 dal Consigliere Adet Toni Novik.

Fatto

1. Con l’impugnata sentenza n. 82/26/11, depositata il 30 marzo 2011, la Commissione Tributaria Regionale della Puglia, accoglieva l’appello dell’Ufficio, avverso la decisione n. 125/06/2007 della Commissione Tributaria Provinciale di Foggia (CTR) che aveva accolto il ricorso di D.A.R. avverso il provvedimento in materia di Irpeg, Irap ed Iva 2003, con il quale l’Amministrazione aveva comunicato che per la definizione agevolata ai sensi della L. n. 289 del 2002, art. 15, comma 4, lett. a), del processo verbale della Guardia di Finanza n. RFC 134/2003 la contribuente avrebbe dovuto versare un importo pari ad Euro 117.020,31 e non, in base ai calcoli esposti dalla parte, quella minore di Euro 25.366,00.

2. La CTR, riportato il testo della L. n. 289 del 2002, art. 15, comma 4, riteneva inesatta la tesi della contribuente in merito alla erroneità del calcolo effettuato dall’ufficio e, pertanto, in riforma della sentenza di primo grado, confermava l’operato dell’agenzia.

3. Avverso la sentenza della CTR ha proposto ricorso per cassazione D.A.R. per un motivo, illustrato da memoria, ed hanno resistito il Ministero dell’economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate con controricorso.

Diritto

1. Con l’unico motivo la contribuente deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 15, comma 4, per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio. In sintesi, con richiamo alle doglianze proposte nel giudizio di primo grado, si sostiene che la somma da versare per la definizione agevolata sarebbe quella derivante dalla differenza tra maggiori componenti positivi e maggiori componenti negativi ovverosia della differenza tra i maggiori ricavi ed i maggiori costi accertati.

Il ricorso è inammissibile. In primo luogo, non vi è presente una esauriente esposizione sommaria dei fatti, limitandosi la censura ad una breve ed incompleta narrativa della vicenda processuale, senza riportare le comunicazioni e gli atti contestati: come ha avuto modo di statuire la giurisprudenza di legittimità “per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito. Il principio di autosufficienza del ricorso impone che esso contenga tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa” (Cass. ord. 1926/2015). In secondo luogo, la ricorrente non ha contestato la motivazione espressa da parte dei giudici della CTR, limitandosi a riprodurre le argomentazioni già espresse nel ricorso introduttivo, in ordine all’illegittimità dell’atto impositivo, senza alcun riferimento critico alle statuizioni di secondo grado rado di cui chiedeva la riforma. Risulta, pertanto, che il ricorso non sia sufficientemente specifico e non contenga espresse censure rivolte alla sentenza impugnata e quindi quella necessaria “parte argomentativa, che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, con espressa e motivata censura, miri ad incrinarne il fondamento logico-giuridico” (Cass. S.U. 23299/2011).

2. La ricorrente va condannata alla rifusione del spese del presente giudizio che si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, liquidate, in complessivi Euro 5.600, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2019

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