Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27128 del 16/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 16/12/2011, (ud. 24/11/2011, dep. 16/12/2011), n.27128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FELICETTI Francesco – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.C. (C.F.: (OMISSIS)), in persona del suo

tutore B.A., elettivamente domiciliata in Roma, viale

Giuseppe Mazzini 55, presso lo studio dell’avvocato SORGE MONACO

Carmine, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato Fossati

Carlo;

– ricorrente –

contro

BE.RE. (C.F.: (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in Roma, via L. Andronico 24, presso lo studio

dell’avvocato Romagnoli Ilaria, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Carrara Sutour Stefano;

– controricorrente –

e contro

B.A., in proprio;

– intimato –

avverso la sentenza n. 859/2009 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 04/08/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/11/2011 dal Consigliere Dott. Stefano Petitti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che P.C., in persona del suo tutore B.A., e quest’ultimo in proprio, convennero in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Savona, Be.Re., marito di P.M., della quale C. era sorella, per ivi sentir dichiarare, in via principale, che, in virtù del testamento redatto da M. P. il 1 marzo 1998, pubblicato il 24 novembre 2003, la sua eredità doveva intendersi devoluta al marito solo limitatamente all’usufrutto, ed attribuita invece all’attrice C. o, in caso di sua premorienza, al di lei figlio A., quanto alla nuda proprietà; in via subordinata, la nullità del testamento e la conseguente devoluzione dell’eredità di P.M. secondo le regole della successione legittima;

che il Tribunale respinse le domande con sentenza depositata il 13 marzo 2007;

che avverso questa sentenza proposero appello P.C., in persona del suo tutore B.A., e quest’ultimo in proprio;

che nella resistenza di Be.Re., l’adita Corte d’appello di Genova, con sentenza n. 859 del 2009, depositata il 4 agosto 2009, ha dichiarato inammissibile l’appello di B.A. in proprio e ha respinto quello di P.C.;

che per la cassazione di questa sentenza ricorre P.C., in persona del suo tutore B.A., proponendo tre motivi;

resiste con controricorso, Be.Re.;

che essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso con il rito camerale, è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti e al pubblico ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“… Con il primo motivo, la ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto e vizio di motivazione, per avere la Corte d’appello disatteso il primo motivo di gravame, con il quale si era dedotta la erroneità della sentenza di primo grado, per avere il Tribunale impedito agli attori di articolare le proprie difese in punto istanze istruttorie volte ad introdurre in causa elementi di valutazione e interpretazione della volontà della testatrice, nonostante avesse formulato specifica istanza di fissazione del termine di cui all’art. 184 cod. proc. civ..

Il motivo è manifestamente infondato, alla luce del principio secondo cui qualora venga dedotto il vizio della sentenza di primo grado per avere il tribunale deciso la causa nel merito prima ancora che le parti avessero definito il thema decidendum e il thema probandum, l’appellante che faccia valere tale nullità – una volta escluso che la medesima comporti la rimessione della causa al primo giudice – non può limitarsi a dedurre tale violazione, ma deve specificare quale sarebbe stato il thema decidendum sul quale il giudice di primo grado si sarebbe dovuto pronunciare ove fosse stata consentita la richiesta appendice di cui all’art. 183 c.p.c., comma 5, e quali prove sarebbero state dedotte, poichè in questo caso il giudice d’appello è tenuto soltanto a rimettere le parti in termini per l’esercizio delle attività istruttorie non potute svolgere in primo grado” (Cass. n. 9169 del 2008). Nel caso di specie, la ricorrente si limita a dolersi della mancata concessione del termine per la proposizione delle istanze istruttorie ma omette completamente di indicare quali fossero le prove che aveva già articolato nell’atto di citazione in giudizio e quelle che avrebbe articolato nel termine all’uopo richiesto, ove fosse stato concesso. Si deve solo aggiungere che dalle conclusioni formulate dalla ricorrente nel giudizio di appello non emerge alcuna richiesta istruttoria.

Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione di legge nonchè vizio di motivazione, in riferimento all’art. 1362 cod. civ., dolendosi della interpretazione data dalla Corte d’appello, e prima dal Tribunale, al testamento redatto dalla sorella. In particolare, la ricorrente si duole del fatto che il giudice del gravame, in modo semplicistico e acritico, e fondandosi solo sul dato letterale, omettendo così ogni indagine complessiva su altri elementi da cui desumere la reale volontà della testatrice, abbia ritenuto che la disposizione testamentaria (secondo cui i beni venivano lasciati al Be. “che li gestisca per il meglio e come meglio crede”, con disposizione che alla morte dello stesso “tutti i beni pervenutigli o quanto rimastogli dovrà pervenire alla famiglia C.P. o B.A.”), costituisse una clausola di fedecommesso de residuo.

Il motivo è manifestamente infondato. La Corte d’appello ha dato atto che “l’interpretazione dell’olografo di P.M., che lascia al marito tutti i suoi beni e dispone che alla morte di lui i beni così pervenutigli, “o quanto rimastogli”, vengano assegnati alla “famiglia P.C. o B.A.”, non necessita di quegli ulteriori accertamenti istruttori, a cui parte appellante si duole non sia stato dato ingresso: è indubbia infatti – ad una lettura del testamento rispettosa del dato letterale e delle verosimili finalità, nonchè del criterio di buona fede – la intenzione dell’autrice di attribuire al coniuge la proprietà di tutti i suoi beni, e non soltanto la possibilità di utilizzarli;

quest’ultima tesi, sostenuta nel gravame, trova un ostacolo non superabile nella disposizione della testatrice in virtù della quale sarebbe poi stato attribuito alla sorella C., o al figlio di lei, “quanto rimasto” della sua eredità dopo la morte di Be.

R.”.

Orbene, l’interpretazione della volontà del testatore espressa nella scheda testamentaria, risolvendosi in un accertamento di fatto demandato al giudice di merito, è compito esclusivo di questo, nel senso che a lui è riservata la scelta e la valutazione degli elementi di giudizio più idonei a ricostruire la predetta volontà, potendo egli avvalersi in tale attività interpretativa, ovviamente con opportuni adattamenti per la particolare natura dell’atto, delle stesse regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 cod. civ.; con la conseguenza che, se siffatta operazione è compiuta nel rispetto delle predette regole e se le conclusioni che vengono tratte sono aderenti alle risultanze processuali e sorrette da logica e convincente motivazione, il giudizio formulato in quella sede non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. n. 7422 del 2005). Nella specie, la Corte d’appello ha dato compiutamente conto delle ragioni che la hanno indotta ad attribuire alle disposizioni testamentarie il significato di attribuzione al marito dei beni e di configurazione della previsione della attribuzione alla sorella, o al figlio di questa, di quanto rimasto all’erede, in termini di invalida sostituzione fedecommissaria. Le censure della ricorrente si sostanziano nella richiesta di attribuzione alla richiamata disposizione di un significato difforme da quello indicato dal giudice di merito, ma non evidenziano nè vizi logici nè lacune o difetti motivazionali.

Con il terzo motivo, la ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione di legge e vizio di motivazione in riferimento agli artt. 626 e 692 cod. civ., deducendo che la Corte d’appello avrebbe errato nell’escludere che la clausola del testamento richiamata, ove interpretata come fedecommesso, non integrasse la nullità dell’intero testamento. La Corte d’appello non avrebbe tenuto conto di tutti gli elementi di fatto, esterni rispetto alla scheda testamentaria, dai quali avrebbe potuto desumere che la clausola fedecommissaria – nulla in quanto contra legem – costituiva l’unico motivo che aveva determinato la testatrice a dettare le richiamate disposizioni.

Il motivo è inammissibile. La Corte d’appello ha invero rigettato analogo motivo di gravame osservando che la censura della P., allora appellante, non coglieva nel segno, muovendo da una non consentita sovrapposizione concettuale fra la contrarietà alla legge della singola clausola e la illiceità del motivo unico e determinante che impronterebbe (e condizionerebbe) il testamento nel suo complesso. Tuttavia, ha osservato la Corte, nella scelta della testatrice che, dopo avere manifestato la volontà chiara e incondizionata di istituire il marito suo erede universale, senza onerarlo di alcun vincolo o limite nella gestione e nella disposizione dei beni, previde altresì che quanto del compendio fosse eventualmente restato al decesso del suo unico erede venisse attribuito alla sorella o alla sua prole, non era ravvisabile alcuna illiceità, con la conseguenza che ogni ulteriore accertamento sul punto non sarebbe neanche stato ipotizzabile, stante il divieto di cui all’art. 626 cod. civ..

Orbene, la ricorrente non censura tale specifica ratio decidendi e si limita a contrapporre una diversa interpretazione, il che non è consentito in sede di legittimità.

Sussistono, pertanto le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio.”;

che il Collegio condivide tale proposta di decisione, alla quale non sono state rivolte critiche di sorta;

che in conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, il 24 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2011

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