Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27115 del 27/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 27/11/2020, (ud. 08/07/2020, dep. 27/11/2020), n.27115

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino L – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. ANTEZZA F – rel. est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14216/2014 proposto da:

CAPO NORD s.r.l., con sede legale in (OMISSIS), in persona del legale

rappresentate pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avv.

Alessandro Graziani, con domicilio eletto presso il citato Avvocato

(con studio in Roma in Piazza Buenos Aires 14);

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12, domicilia;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale per il

Lazio n. 400/38/2013, pronunciata il 17 aprile 2013 e depositata il

22 ottobre 2013;

udita la relazione svolta nell’adunanza camerale dell’8 luglio 2020

dal Consigliere Fabio Antezza.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. CAPO NORD s.r.l. ricorre, sostanzialmente con quattro motivi, per la cassazione della sentenza (indicata in epigrafe) di rigetto (anche) dell’appello principale dalla stessa proposto avverso la sentenza n. 130/01/2012, emessa dalla CTP di Viterbo.

2. Il Giudice di primo grado, a sua volta, aveva parzialmente rigettato l’impugnazione avverso avviso di accertamento (n. (OMISSIS)), per l’anno 2007 e con riferimento ad imposte dirette ed IVA, emesso al fine di recuperare a tassazione maggiori ricavi inerenti vendite di immobili costruiti dalla stessa contribuente (all’esito di accertamento analitico-induttivo).

3. Con riferimento alle doglianze della contribuente l’Agenzia delle Entrate (“A.E.”) si difende con controricorso sostenuto da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso non merita accoglimento.

2. Con il primo motivo (n. 1.1 in relazioni ai nn. 1.1.1., 1.1.2 e 1.1.3), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si deducono “violazione e falsa applicazione dell’art. 2217 c.c., e D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 15, comma 2”.

2.1. Il motivo in esame è inammissibile.

La ricorrente, difatti, non formula alcuna critica alla statuizione impugnata in termini di violazione o falsa applicazione delle norme di legge (che pur enuncia), cioè di interpretazione delle dette norme giuridiche o di sussunzione del fatto accertato in taluna di esse. Sicchè, la censura in oggetto integra un “non motivo” (sull’inammissibilità della censura in quanto integrante un “non motivo”, si vedano, ex plurimis e limitando i riferimenti solo alle più recenti: Cass. sez. 6-3, 15/10/2019, n. 26052, in motivazione; Cass. sez. 3, 15/10/2019, n. 25933, in motivazione). Essa, in sostanza, critica il “ragionamento seguito dalla Commissione”, circa quelli che sarebbero, nel caso concreto, i presupposti applicativi dell’accertamento analitico-induttivo (incompletezza delle scritture contabili ovvero la complessiva inattendibilità della contabilità), ritenendolo “incompleto” e tale da arrestarsi alla “semplice enunciazione di un canone generale”. La doglianza, peraltro mirando a sostituire proprie valutazioni di merito a quelle della CTR facendo riferimento anche a documentazione processuale neanche indirettamente riportata in ricorso, mira quindi surrettiziamente a sindacare un vizio motivazionale invece inammissibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella sua formulazione (ratione temporis applicabile) successiva alla sostituzione operata dal D.L. n. 83 del 2012.

3. I restanti motivi sono suscettibili di trattazione congiunta, in ragione della connessione delle questioni inerenti i relativi oggetti.

3.1. Con essi (n. 1.2 in rapporto ai nn. 1.2.1, 1.2.2, 1.2.3 e 1.2.4, nonchè nn. 1.3 e 2), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si deducono omessi esami di fatti decisivi per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

3.2. I motivi in esame, dei quali, l’ultimo, è anche infondato, sono inammissibili sotto plurimi profili.

In violazione dell’art. 360 c.c., comma 1, n. 5, come sostituito dal D.L. n. 83 del 2012, difatti, le critiche in oggetto non evidenziano omesso esame di fatti storici bensì (pretese) omesse valutazioni, anche di natura probatoria, sovente mirando a sostituire le proprie a quelle del Giudice (passim), oltre che (presunte) contraddittorietà tra capi della sentenza impugnata (in part. pag. 17), omessa motivazione o difetto assoluto di essa (in part. 21). Quest’ultimo (difetto assoluto di motivazione), comunque, qualora lo si volesse intendere in termini di motivazione al di sotto del minimo costituzionale, è nella specie insussistente, come emerge dall’iter logico-giuridico seguito dalla CTR per l’accertamento della fondatezza delle pretese dell’A.E. e riprodotto nello stesso ricorso (in particolare pag. 21).

4. In conclusione, il ricorso non merita accoglimento con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, in favore della controricorrente, che si liquidano, in considerazione dei parametri ratione temporis applicabili, in Euro 7.300,00, oltre alle spese prenotate a debito.

4.1. Stante il tenore della pronuncia, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (aggiunto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), deve darsi atto della sussistenza dei presupposti, processuali, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1 bis, se dovuto (circa i limiti di detta attestazione, da riferirsi esclusivamente al presupposto processuale della tipologia di pronuncia adottata e non al presupposto sostanziale della dedenza del contributo del cui raddoppio trattasi, si veda Cass. Sez. U, 20/02/20, n. 4315).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, in favore della controricorrente, che si liquidano in Euro 7.300,00, oltre alle spese prenotate a debito, dando atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti, processuali, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 novembre 2020

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