Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27104 del 16/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 16/12/2011, (ud. 22/09/2011, dep. 16/12/2011), n.27104

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

T.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

Roma, via Giuseppe Ferrari 11, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

PACIFICO, rappresentato e difeso dagli avvocati TULLIA BORDIGNON

PAOLA, EMANUELA RUTIGLIANO, giusta procura alle liti a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

L.M.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, LUNGOTEVERE MELLINI 7, presso lo studio dell’avvocato

ZACCAGNINI LUCIA, che lo rappresenta e difende unitamente agli

avvocati PASINO ANGELO, PASINO MASSIMO, giusta procura speciale del

Consolato Generale d’Italia di Miami del 27.5.2010 n. rep. 166/2010,

che viene allegata in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 48/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA del

2.10.09, depositata il 26/01/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/09/2011 dal Consigliere Relatore Dott. BRUNO SPAGNA MUSSO;

udito per il ricorrente l’Avvocato Paola Tullia Bordignon che si

riporta ai motivi del ricorso;

udito per il controricorrente l’Avvocato Lucia Zaccagnini che si

riporta agli scritti;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. ROSARIO

GIOVANNI RUSSO che nulla osserva.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con atto di citazione notificato il 29 maggio 2002, T. E. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Bologna, il dott. L.M.S. esponendo che: “essendo stato afflitto negli anni giovanili da disturbi nella trasmissione affettiva”, si era affidato, nel 1966, alle cure del dott. L.M. nell’erroneo convincimento che lo stesso fosse uno psicoanalista di “tipo freudiano”;

che nel corso della terapia, eseguita, peraltro, in modo discontinuo, il dott. L.M. lo aveva invitato a rivolgersi ad altro professionista, ma poi, anche su sollecitazione di “terzi”, aveva ripreso il trattamento nell’anno 1967;

che nel frattempo il T. era caduto in grave stato di depressione e la terapia c.d. del paradosso, praticatagli dal dott. L.M., non solo non gli aveva portato alcun miglioramento, ma anzi le sue condizioni erano notevolmente e vistosamente peggiorate;

che nel 1968 il dott. L.M. aveva chiaramente comunicato al dott. T. che ormai le sue condizioni non sarebbero più migliorate, tant’è che, nel mese di febbraio del 1969, aveva interrotto improvvisamente la terapia;

che a seguito di ciò il T. si era rivolto alle cure del dott. M.R. il quale informò il T. che il dott. L.M. invece di sottoporlo ad un trattamento psicoanalitico gli aveva praticato, con modalità peraltro erronee, un trattamento psicoterapeutico. A seguito di tali fatti, il 27.10.1969 egli aveva presentato denuncia-querela nei confronti del dott. L.M. alla Procura della Repubblica di Bologna; che perseguito per il reato di truffa aggravata (art. 640 c.p. e art. 61 c.p., n. 11) il L. M. era stato prosciolto per la insussistenza del fatto;

che su richiesta poi del P.m. il procedimento a carico del L. M. era stati successivamente riaperto e di nuovo concluso con sentenza istruttoria di proscioglimento;

che pertanto il T., deduceva di aver subito gravissimi danni (in quanto si era laureato in ritardo in medicina e per i disturbi psichici di cui soffriva non aveva potuto svolgere attività professionale) chiedeva la condanna del convenuto al risarcimento dei danni (morali e patrimoniali) subiti;

che si costituiva il L.M. e l’adito Tribunale, con sentenza in data 23.12.2004, rigettava la domanda per intervenuta prescrizione (ordinaria decennale, con decorrenza dal 1969), allorchè il T. ebbe consapevolezza dell’aggravamento delle proprie convinzioni;

che a seguito dell’appello del T., costituitosi l’appellato, la Corte d’Appello di Bologna, con la decisione in esame, depositata in data 26.1.2010, rigettava il gravame, affermando tra l’altro che: “quand’anche si volesse ritenere applicabile, ma non lo è, non foss’altro perchè non è mai intervenuta sentenza penale irrevocabile (ma solo sentenze istruttorie che irrevocabili non diventano potendo l’istruttoria essere sempre riaperta, almeno fino a quando non è intervenuta prescrizione), tanto meno di condanna (come è scritto nelle conclusioni dell’appellante), la disposizione dell’art. 2947 c.c., comma 3, u.p. in relazione al comma 1, il termine di prescrizione dell’azione civile applicabile sarebbe quello quinquennale (e non quello decennale, come vorrebbe l’appellante) e sarebbe interamente decorso tra il 1980 (data dell’ultima sentenza penale) e il 1985;

che ricorre per cassazione il T. con un motivo (deducendo insufficiente motivazione in ordine all’asserita prescrizione), illustrato da memoria, mentre resiste con controricorso l’intimato;

che è stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c. con cui si chiede dichiararsi inammissibile il ricorso o comunque rigettarsi;

che deve, preliminarmente, rilevarsi che il thema decidendum dell’odierna controversia ha oggetto esclusivamente l’accertamento della responsabilità professionale del L.M. e non riguarda comportamenti illeciti e delittuosi configuranti la truffa o altre ipotesi correlate;

che, condividendo la suddetta relazione, il ricorso è inammissibile in quanto, stante la più che sufficiente motivazione della Corte di merito sul punto della prescrizione del diritto dell’odierno ricorrente a ottenere il risarcimento del danno, tende a riesaminare circostanze di fatto in ordine a date ed eventi in relazione ai quali tale prescrizione è stata accertata; che su tale ultimo punto la Corte di merito, con accertamento in fatto, ha ampiamente e logicamente motivato (affermando che “quand’anche si volesse ritenere applicabile, ma non lo è, non foss’altro perchè non è mai intervenuta sentenza penale irrevocabile, ma solo sentenze istruttorie che irrevocabili non diventano potendo l’istruttoria essere sempre riaperta, almeno fino a quando non è intervenuta prescrizione, tanto meno di condanna, come è scritto nelle conclusioni dell’appellante, la disposizione dell’art. 2947 c.c., comma 3, u.p. in relazione al comma 1, il termine di prescrizione dell’azione civile applicabile sarebbe quello quinquennale, e non quello decennale, come vorrebbe l’appellante, e sarebbe interamente decorso tra il 1980, data dell’ultima sentenza penale, e il 1985”);

che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese della presente fase che liquida in complessivi Euro 2600,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre spese generali ed accessorie come per legge.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2011

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