Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27076 del 26/11/2020

Cassazione civile sez. lav., 26/11/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 26/11/2020), n.27076

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8207-2015 proposto da:

D.R.V. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA POMPEO MAGNO, 23/A,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO PROIA, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MAURIZIO PANIZ;

– ricorrente principale –

Nonchè da:

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS),

in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore,

in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli

avvocati ESTER ADA VITA SCIPLINO, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO,

CARLA D’ALOISIO;

– controricorrenti – ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 646/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 18/01/2015 r.g.n. 1310/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/09/2020 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Premesso:

che con sent. n. 646/2014, depositata il 18 gennaio 2015, la Corte di appello di Venezia, accolto il gravame dell’I.N.P.S., ha respinto, in riforma della sentenza del Tribunale di Belluno, l’opposizione proposta dalla D.R.V. S.p.A. nei confronti della cartella esattoriale, per il pagamento di contributi non versati e sanzioni, emessa a seguito del verbale del 26 novembre 2009, con il quale era stata accertata la natura subordinata di due rapporti di lavoro sorti nelle forme della collaborazione a progetto;

– che la Corte territoriale, esaminate le risultanze istruttorie, ha ritenuto a sostegno della propria decisione: – che le prestazioni concretamente svolte, riconducibili alla figura e ai compiti di un magazziniere, si erano discostate in modo considerevole dal progetto, il quale prevedeva essenzialmente il compimento di pratiche amministrative di vario genere e un’attività, oltre che di ricezione del materiale, di archiviazione della documentazione; che le prestazioni erano state di carattere elementare e ripetitivo (operazioni di carico e scarico; riempimento scaffali), sicchè non era da considerarsi rilevante il fatto che non vi fosse stata costante sottoposizione al potere direttivo e organizzativo dell’imprenditore; che peraltro era emerso come entrambi i collaboratori, oltre ad avere ricevuto direttive di massima all’inizio della loro attività, facessero riferimento, nel corso della medesima, ad un dipendente della società, il quale dava loro, di volta in volta, disposizioni circa la collocazione del materiale; – che neppure poteva considerarsi rilevante l’inesistenza del requisito della continuità della prestazione (l’attività “era sostanzialmente a chiamata”, secondo quanto dichiarato da uno dei lavoratori), avuto riguardo al pieno inserimento degli stessi nell’organizzazione della società, allo svolgimento dell’attività all’interno dei locali aziendali e mediante l’utilizzo di materiali e di attrezzature appartenenti alla medesima, all’assenza di rischio economico, alla sostanziale riconducibilità della prestazione alle modalità tipologiche proprie del lavoro subordinato;

– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la D.R.V. S.p.A. con unico motivo;

– che l’Istituto previdenziale ha resistito con controricorso, con il quale ha svolto altresì ricorso incidentale, affidato a due motivi, cui la società ha resistito a propria volta con controricorso;

rilevato:

che con il motivo proposto, deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 61 e ss. e dell’art. 2094 c.c., nonchè vizio di motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte di appello attribuito preminente rilievo, ai fini della qualificazione del rapporto, a taluni elementi di fatto, senza che gli stessi potessero effettivamente costituire indici rivelatori della subordinazione, e peraltro senza considerarne altri con valenza contraria, come la saltuarietà delle prestazioni, l’autonomia esecutiva e la mancanza di vincoli di orario; ed inoltre per avere reso una motivazione generica, non ancorata al dato istruttorio e nella quale era stato omesso l’esame di fatti decisivi oggetto di discussione fra le parti;

– che con il proprio ricorso incidentale l’I.N.P.S. denuncia: mediante il primo motivo, il vizio di cui all’art. 360, n. 4 in relazione all’art. 112 c.p.c., per avere la Corte territoriale omesso di pronunciare sul motivo di appello relativo all’assenza di un vero e proprio progetto e comunque di un progetto adeguatamente specifico; mediante il secondo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 61 e 69 e agli artt. 2728 e 2729 c.c., sul rilievo che la Corte avrebbe dovuto applicare la presunzione assoluta, senza dare alcuno spazio alla prova preordinata alla ricostruzione delle modalità concrete ed effettive del rapporto;

osservato:

quanto al ricorso principale, che risulta inammissibile la censura di ordine motivazionale, non attenendosi il motivo proposto al modello legale del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5, quale risultante dalle modifiche introdotte con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, e dalle precisazioni fornite, quanto a perimetro applicativo e oneri di deduzione, da questa Corte a Sezioni Unite con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014 (e con le numerose successive che ad esse si sono conformate: cfr., fra le più recenti, Cass. n. 27415/2018) e, nella sostanza delle critiche svolte, risolvendosi nella richiesta di una diversa lettura del materiale probatorio e di un difforme apprezzamento dei fatti, come tale estraneo ai compiti e al ruolo assegnato a questa Corte di legittimità;

– che, d’altra parte, la sentenza di appello deve considerarsi esente dalla denunciata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, posto che la Corte territoriale, nel pervenire alla qualificazione dei rapporti dedotti in giudizio come di natura subordinata, ha fatto applicazione di consolidati principi di diritto;

– che, in particolare, in caso di prestazioni elementari e ripetitive (come nella specie, alla stregua degli accertamenti compiuti), il criterio rappresentato dall’assoggettamento del prestatore all’esercizio del potere direttivo, organizzativo e disciplinare può non risultare significativo, occorrendo fare ricorso a criteri distintivi sussidiari, quali la continuità e la durata del rapporto, le modalità di erogazione del compenso, la regolamentazione dell’orario di lavoro, la presenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale e la sussistenza di un effettivo potere di autorganizzazione in capo al prestatore, senza che rilevi, di per sè, l’assenza di un potere disciplinare, nè quella di un potere direttivo esercitato in modo continuativo (Cass. n. 23846/2017; conforme Cass. n. 9251/2010);

– che inoltre, come ribadito da Cass. n. 58/2009 (conf. Cass. n. 7304/1999), il vincolo della subordinazione non ha tra i suoi tratti caratteristici indefettibili la permanenza nel tempo dell’obbligo del lavoratore di tenersi a disposizione del datore di lavoro, con la conseguenza che la scarsità e saltuarietà delle prestazioni rese da un lavoratore non costituiscono elementi idonei a qualificare come autonomo il rapporto di lavoro intercorso tra le parti, essendo invece rilevanti, quali indici di subordinazione, l’assenza di rischio economico per il lavoratore, l’osservanza di un orario e l’inserimento nell’altrui organizzazione produttiva, specie in relazione al coordinamento con l’attività degli altri lavoratori;

– che è stato altresì affermato che la prestazione di attività lavorativa onerosa all’interno dei locali dell’azienda, con materiali ed attrezzature proprie della stessa e con modalità tipologiche proprie di un lavoratore subordinato, in relazione alle caratteristiche delle mansioni svolte, comporta una presunzione di subordinazione, che è onere del datore di lavoro vincere (Cass. n. 18692/2007);

– che i due motivi del ricorso incidentale, da esaminarsi congiuntamente per connessione, sono infondati;

– che, infatti, dal tenore complessivo della sentenza (cfr. pp. 6-7) emerge che il giudice di appello ha considerato esistente il progetto e, in sè, dotato di sufficiente specificità, ritenendo, tuttavia, che il rapporto fosse stato in concreto diverso (e cioè avesse avuto natura subordinata) e, pertanto, che dovesse trovare applicazione la norma di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 69, comma 2 conformemente a consolidato orientamento (Cass. n. 12820/2016, fra le molte);

ritenuto:

conclusivamente che entrambi i ricorsi devono essere respinti;

– che le spese del presente giudizio devono essere compensate per intero, stante la reciproca soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; rigetta altresì il ricorso incidentale; dichiara interamente compensate fra le parti le spese del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2020

 

 

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