Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27066 del 23/10/2019

Cassazione civile sez. I, 23/10/2019, (ud. 14/06/2019, dep. 23/10/2019), n.27066

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. CAIAZZO Luigi Pietro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25701/2018 proposto da:IMMIGRAZIONE

K.J., domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso la Cancelleria

Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Casini Ropa Iacopo, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1723/2018 della CORTE D’APDELLO di ANCONA,

depositata il 13/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/06/2019 dal Consigliere Dott. FALABELLA MASSIMO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnata per cassazione la sentenza della Corte di appello di Ancona, pubblicata il 13 agosto 2018, con cui è stato respinto il gravame proposto da K.J. nei confronti dell’ordinanza ex art. 702 ter c.p.c. del locale Tribunale, in tema di protezione internazionale. La Corte distrettuale ha escluso che al richiedente potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato e ha negato, altresì, che lo stesso K. potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitarie.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su tre motivi. Il Ministero dell’interno, intimato, non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – I motivi di ricorso si riassumono come segue.

Primo motivo: violazione o falsa applicazione dell’art. 1 Convenzione di Ginevra, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e ss. e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2 travisamento dei fatti, insufficienza e contraddittorietà della motivazione e omesso esame di un fatto decisivo Assume l’istante di aver fornito un “principio di prova” dei fatti da lui affermati, tenuto conto delle difficoltà nel rinvenimento del riscontro da porre a sostegno delle proprie deduzioni.

Secondo motivo: violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2018, art. 8 insufficienza e contraddittorietà della motivazione e omesso esame di un fatto decisivo. Dopo aver rammentato che l’esame della domanda di protezione internazionale è connotato dal dovere di cooperazione del giudice e dal principio di attenuazione dell’onere della prova, il ricorrente deduce che il Bangladesh “da anni vive una congiuntura sociale e politica molto difficile per una pluralità di ragioni”: e a tal fine menziona criticità legate a catastrofi naturali, all’incremento demografico, al mancato rispetto dei diritti umani. Rileva che per effetto della falsa denuncia di cui era stato fatto oggetto egli rischierebbe di essere sottoposto a un ingiusto processo e a una reclusione arbitraria, con sottoposizione a pena inumana o degradante. Aggiunge che l’azione incontrollata di gruppi armati generano, nel paese, quella situazione di violenza indiscriminata che è contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Terzo motivo: violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 insufficienza e contraddittorietà della motivazione e omesso esame di un fatto decisivo. Secondo l’istante la Corte di Ancona avrebbe omesso, con riguardo al tema della protezione umanitaria, una valutazione individuale della propria vita privata e familiare in Italia, da comparare, poi, con la situazione personale in cui egli si trovava prima della partenza.

2. – I motivi di ricorso non hanno fondamenta,.

Occorre anzitutto premettere che la censura di omessa o insufficiente motivazione, svolta in ognuno dei tre motivi di censura non trova riscontro, giacchè la sentenza impugnata non prospetta alcuna delle anomalie motivazionali che oggi assumono rilievo in questa sede: e cioè “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafica”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054). Inammissibile è poi, la deduzione del vizio consistente nell’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, giacchè il ricorrente omette di articolare tale censura come avrebbe dovuto: vale a dire, enunciando il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (cfr. le sentenze sopra citate).

Ciò detto, la Corte di merito ha evidenziato in modo dettagliato (pag. 3 della sentenza impugnata) le ragioni per cui la vicenda narrata dal richiedente (che aveva riferito di più aggressioni da parte di aderenti a un partito di ispirazione contraria rispetto a quello cui egli apparteneva, i quali lo avevano pure accusato di aver provocato un incendio, insieme al fratello: incendio di cui erano invece colpevoli i suddetti esponenti del partito avverso) risultava, oltre che sfornito di prova, generico e inverosimile.

Come è ben noto, in tema di protezione internazionale, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, le lacune probatorie del racconto del richiedente asilo non comportano necessariamente inottemperanza al regime dell’onere della prova, potendo essere superate dalla valutazione che il giudice del merito è tenuto a compiere delle circostanze indicate alle lett. da a) ad e) citata norma (Cass. 29 gennaio 2019, n. 2458; Cass. 10 luglio 2014, n. 15782; in precedenza Cass. 18 febbraio 2011, n. 4138, secondo cui ove il richiedente non abbia fornito prova di alcuni elementi rilevanti ai fini della decisione, le allegazioni dei fatti non suffragati da prova devono essere ritenuti comunque veritieri se ricorrano le richiamate condizioni). Nel caso in esame il giudice dei merito ha però motivatamente escluso che le dichiarazioni del richiedente potessero ritenersi sufficientemente circostanziate e plausibili, come invece è richiesto dall’art. 3, comma 5, lett. a) e lett. c) cit.. D’altro canto, la valutazione di non credbilità del racconto costituisce un apprezzamento di fatto riflesso al giudice del merito, al quale, oltretutto, compete di svolgere tale accertamento solo in presenza di dichiarazioni munite di adeguata specificità (Cass. 30 ottobre 2015, n. 27503). Ne discende che, sotto il profilo che qui interessa, retta mente la Corte del merito ha ritenuto che non ricorressero le condizioni per l’accoglimento delle domande dirette, rispettivamente, al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, con particolare riguardo alle fattispecie d cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b). Con riguardo ad esse viene infatti in discorso – seppure in diverso grado – una personalizzazione del rischio oggetto di accertamento (cfr. Cass. 20 marzo 2014, n. 6503; Cass. 20 giugno 2018, n. 16275) che pone al centro dell’indagine la situazione individuale del richiedente. Ciò spiega come, con riferimento alle menzionate forme di protezione, non vi sia ragione di attivare i poteri di istruzione officiosa se questi siano finalizzati ala verifica di fatti o situazioni di carattere generale che, in ragione della genericità o non credibilità della narrazione del richiedente, non è possibile riferire alla vicenda personale di questo.

Altre considerazioni impone – certamente – la fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); con riguardo ad essa, infatti, il pericolo non è individualizzata, giacchè la protezione è accordata ove il richiedente provenga da territorio interessato da una situazione di violenza indiscriminata: situazione in cui il livello del conflitto armato in corso sia tale che l’interessato, rientrando in quel paese o in quella regione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio in questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia (Corte giust. 17 febbraio 2009, C-465/07, Elgafaji, richiamata da Corte giust. 30 gennaio 2014, C-285/12, Diakitè; per la giurisprudenza nazionale cfr. pure, di recente: Cass. 13 maggio 2018, n. 13858; Cass. 23 ottobre 2017, n. 25083; Cass. 21 luglio 2017, n. 18130). La Corte di appello si è tuttavia fatta carico dell’indagine circa la presenza, in Bangladesh, di una tale situazione e, sulla scorta delle fonti consultate” l’ha esclusa. Per il resto, è appena il caso di sottolineare come l’accertamento della situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale costituisca apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità (Cass. 12 dicembre 2018, n. 32064), salvo che nei limiti consentita dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. 21 novembre 2018, n. 30105): ma una rituale censura, sotto tale profilo, non è stata articolata, come si è in precedenza avvertito.

Quanto, da ultimo, al diniego della protezione umanitaria, su cui è incentrato il terzo motivo di censura, occorre osservare che non potrebbe attribuirsi rilievo a condizioni di vulnerabilità correlate alla vicenda che la Corte di appello ha ritenuto non circostanziata e non credibile: e ciò proprio in quanto detta vicenda non può dirsi provata alla stregua dei criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

3. – Il ricorso è dunque respinto.

4. – Non è luogo a pronuncia sulle spese di giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE

rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2019

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