Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27038 del 27/12/2016


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Cassazione civile, sez. II, 27/12/2016, (ud. 12/07/2016, dep.27/12/2016),  n. 27038

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6796-2012 proposto da:

P.D., (OMISSIS), P.G. (OMISSIS),

PE.GU. (OMISSIS), A.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in

ROMA, P.ZZA CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE, rappresentati e

difesi dall’avvocato MANFREDO MAGNANI;

– ricorrenti –

contro

B.L., L.G., BE.LI., B.F., elettivamente

domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato MARINA

PETROLO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ANTONIO GIOVANNI CIACCI;

– controricorrenti –

e contro

M.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 129/2011 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 26/01/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/07/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato CIACCI Antonio Giovanni, difensore dei resistenti

che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

Le odierne parti ricorrenti venivano evocate in giudizio innanzi al Tribunale di Firenze da L.G., Be.Li. e F., i quali ultimi chiedevano la di loro condanna al ristoro di tutte le spese sostenute per la sanatoria ed il minor valore dell’immobile, in atti specificamente individuato, ceduto dai primi in favore di tali ultimi medesimi.

L’adito Tribunale di Firenze, a seguito della costituzione in giudizio dei convenuti, nonchè della chiamata in causa del progettista dell’immobile architetto M., con sentenza del 23 agosto 2006, accoglieva le domande delle attrici, con consequenziale condanna dei convenuti, in solido, a pagare alle prime la somma di Euro 51.800,00 per il minor valore del bene, nonchè quella di Euro 31.683,63, oltre interessi, a titolo di risarcimento danni.

Avverso la suddetta decisione del Tribunale di prima istanza, della quale chiedevate la riforma, interponevano appello i medesimi odierni ricorrenti.

Resistevano all’interposto gravame le parti, in origine, attrici, nel mentre rimaneva contumace l’anzidetto M..

L’adita Corte di Appello di Firenze, con sentenza n. 129/2011, in parziale accoglimento del proposto gravame rigettava la domanda di riduzione del prezzo, confermando nel resto l’impugnata decisione e compensava per metà le spese di lite, ponendo il carico relativo al restante a carico delle parti appellanti ed in favore di quelle appellate.

Per la cassazione della decisione della Corte distrettuale gli odierni ricorrenti fondano il loro atto su quattro ordini di motivi. Resistono con controricorso le parti intimate eccetto il M. che non ha svolto attività difensiva.

Nell’approssimarsi dell’udienza hanno depositato memoria, ai sensi dell’art. 378 c.p.c., le parti contro ricorrenti.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- Con il primo motivo del ricorso si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il vizio di insufficiente motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio.

Col motivo si lamenta, nella sostanza, la carenza motivazionale in relazione alla valutazione del fatto inerente l’esclusione della domanda di manleva nei confronti del tecnico incaricato della direzione dei lavori e terzo chiamato in causa M..

Il motivo è infondato e va rigettato.

L’impugnata sentenza con opportuna e corretta valutazione, argomentata in modo logico irreprensibile, ha ritenuto (nell’ambito delle proprie specifiche prerogative di Giudice di merito) e, quindi, acclarato che “gli attori non avevano provato di non avere essi stessi commissionato l’abuso realizzato nel loro interesse”.

La valutazione della Corte distrettuale di cui nella gravata sentenza è quindi corretta specie in considerazione che senza plausibile ragione non poteva addossarsi la colpa al progettista.

Il motivo deve, pertanto, essere respinto.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per la controversia, nonchè nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Col motivo qui in esame si svolgono promiscuamente eterogenee censure, relative alla succitata eccepita nullità della sentenza, nonchè ad una pretesa carenza motivazionale, quest’ultima – in particolare – in relazione alla regolamentazione delle spese non svolta, secondo la prospettazione delle parti ricorrenti, correttamente, nel mentre proprio in ragione della “unitarietà e convergenza delle difese” ben poteva aversi una condanna solidale di più parti soccombenti (Cass. civ., Sez. Seconda, Sent. 12 agosto 2011, n. 17281).

Orbene, così come proposto, il motivo, in quanto incentrato promiscuamente su censure del tutto eterogenee e neppure fra loro logicamente collegabile, deve ritenersi del tutto inammissibile.

Al riguardo non può che richiamarsi il condiviso e già affermato principio enunciato da questa Corte, secondo cui “in terna di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi di impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, non essendo consentita la prospettazione di questione sotto profili incompatibili quali quelli della violazione o falsa applicazione di norma di legge e del vizio di motivazione” (Cass. civ., Sez. Prima, Sent. 23 settembre 2011, n. 19443).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

3.- Con il terzo motivo parti ricorrenti lamentano la nullità della sentenza gravata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per violazione dell’art. 112 c.p.c..

Viene svolta col motivo doglianza in ordine alla prospettata omessa pronuncia relativamente alla “domanda riconvenzionale avanzata da A.E., P.D. e Pe.Gu.” accennata in ricorso a folio 11.

Non viene, tuttavia, trascritta la suddetta domanda in violazione del noto principio di autosufficienza.

Nè la stessa domanda (verosimilmente riferibile ad una pretesa restituzione indebito per migliorie apportate dai precedenti proprietari) viene allegata e prospettata in ricorso come domanda tempestivamente svolta e non solo desumibile dalle conclusioni riportate nella decisione di appello.

In ogni caso la censura sottostante l’esposta doglianza avrebbe potuto avere valenza solo sotto un profilo eminentemente di merito (l’entità delle migliorie) come tale non riesaminabile in questa sede.

Il motivo è, pertanto, inammissibile.

4.- Con il quarto motivo del ricorso si prospetta la nullità dell’impugnata sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Il motivo, in evidente collegamento ai rimanenti motivi del ricorso innanzi esposti e trattati, è relativo alla condanna al pagamento delle spese processuali.

Lo stesso, stante il non accoglimento dei predetti e, quindi, la soccombenza delle parti odierne ricorrenti, non può che essere rigettato.

5.- Alla stregua di quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto va rigettato.

6.- Le spese seguono la soccombenza e si determinano come in dispositivo.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna parti ricorrenti, in solido, al pagamento in favore delle parti contro ricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 12 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2016

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