Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27002 del 27/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 27/12/2016, (ud. 24/11/2016, dep.27/12/2016),  n. 27002

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15806/2014 proposto da:

C.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA D. FALCIONI

66, presso lo studio dell’Avvocato ERMELINDA DI DONATO,

rappresentato e difeso dagli Avvocati GENNARO MARANO, PIETRO

STRIANO, procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati LIDIA

CARCAVALLO, ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN, LUIGI CALIULO, procura

a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7787/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del

18/11/2013, depositata il 20/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;

udito l’Avvocato ANTONELLA PATTERI, difensore del controricorrente,

che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti:

“La Corte di appello di Napoli, in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda con la quale C.V. aveva chiesto (in relazione al periodo lavorativo svolto alle dipendenze del Gruppo Montedison presso gli stabilimenti Rhodiatoce di (OMISSIS) e Montefibre di (OMISSIS)) il riconoscimento del beneficio della rivalutazione contributiva ai sensi della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8. Riteneva la Corte territoriale che non fosse stata fornita dall’appellato la prova dell’esposizione qualificata all’amianto.

Per la cassazione della decisione propone ricorso C.V. affidato a tre motivi.

L’I.N.P.S. resiste con controricorso.

Con il primo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 434 c.p.c., dolendosi della mancata pronuncia di inammissibilità dell’appello dell’I.N.P.S. per assenza di specificità dei motivi di gravame.

Il motivo è manifestamente infondato.

Dalla stessa sentenza impugnata e dai passaggi dell’atto di appello riprodotti nelle parti di interesse tanto dal ricorrente quanto dall’I.N.P.S., si evince che oggetto di impugnazione era stato l’avvenuto riconoscimento dell’esposizione qualificata del lavoratore in assenza di alcuna dimostrazione, sulla base della mera prova di un generico rischio ambientale e senza aver riguardo alla singola collocazione lavorativa. L’Istituto appellante aveva, in particolare, rimarcato che il riconoscimento era avvenuto in assenza della certificazione Contarp e che nei reparti in cui l’appellato aveva svolto la propria attività lavorativa e con riguardo alle mansioni espletate non era risultata alcuna esposizione superiore ai valori limite legislativamente previsti. Non vi è dubbio allora che l’I.N.P.S. avesse censurato la sentenza di primo grado per avere accolto la domanda a prescindere da una esposizione qualificata a rischio amianto. Si ricorda, del resto, che il principio della necessaria specificità dei motivi di appello previsto dall’art. 342 c.p.c., comma 1 e, nel rito del lavoro, dall’art. 434 c.p.c., comma 1, nella formulazione anteriore alla novella operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 – prescinde da qualsiasi particolare rigore di forme, essendo sufficiente che al giudice siano esposte, anche sommariamente, le ragioni di fatto e di diritto su cui si fonda l’impugnazione, ovvero che, in relazione al contenuto della sentenza appellata, siano anche indicate, oltre ai punti e ai capi formulati e seppure in forma succinta, le ragioni per cui è chiesta la riforma della pronuncia di primo grado, con i rilievi posti a base dell’impugnazione, in modo tale che restino esattamente precisati il contenuto e la portata delle relative censure (cfr. ex multis Cass. 11 ottobre 2006, n. 21745; Cass. 6 luglio 2007, n. 15263; Cass. 20 marzo 2013, n. 6978). Si imponeva quindi nel giudizio di gravame la verifica della valutazione effettuata sul punto dal Giudice di primo grado.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 416 e 434 c.p.c., dolendosi del fatto che, in mancanza di contestazione dei fatti dedotti a fondamento della domanda attorca ritenuti dal giudice di primo grado utili ai fini della decisione, la Corte territoriale abbia dato spazio ai rilievi dell’Istituto e ritenuto non provata l’esposizione qualificata all’amianto.

Il motivo è manifestamente infondato per le stesse ragioni illustrate al punto che precede dovendosi evidenziare che la lamentata assenza di prova di una esposizione superiore ai valori limite legislativamente previsti nello specifico reparto in cui l’appellato aveva espletato la propria attività lavorativa e con riguardo alle mansioni svolte implicava, a monte, una prospettazione di irrilevanza della pur documentata presenza di amianto nell’ambiente lavorativo ovvero di quella dell’esposizione di altri lavoratori presso la stessa azienda.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8 e successive modificazioni, dolendosi del fatto che la sentenza impugnata abbia ritenuto rilevante la sola esposizione diretta del lavoratore addetto a mansioni comportanti manipolazione diretta di amianto e non quella cosiddetta ambientale.

Il motivo non è conferente con il decisum della Corte territoriale secondo il quale, correttamente, l’accertamento della sussistenza di una esposizione significativa all’amianto idonea ad attribuire il diritto alla rivalutazione contributiva, deve essere compiuto avendo riguardo alla singola collocazione lavorativa, verificando cioè, nel rispetto del criterio di ripartizione dell’onere probatorio ex art. 2697 c.c., se colui che ha fatto richiesta del beneficio abbia non solo indicato e provato la specifica lavorazione praticata, ma abbia anche dimostrato che l’ambiente nel quale questa si svolgeva presentava una concentrazione di polveri di amianto superiore ai valori limiti sopra indicati (vedi per tutte, Cass., 1 agosto 2005, n. 16118). Attraverso, poi, il compiuto esame dei fatti di causa e delle prove raccolte la Corte di merito è pervenuta, attraverso un ragionamento congruo, esaustivo e aderente a quanto è emerso dall’istruttoria, al convincimento che il ricorrente non è stato esposto all’amianto nella misura e per il periodo indicato dalla legge. In particolare, ha evidenziato che, a fronte di una certificazione negativa del Contarp (relativa all’azienda Montefibre) non poteva assumere rilevanza la documentazione prodotta dal ricorrente che, al più, attestava la presenza di amianto in determinati luoghi ma senza alcuna precisazione circa la durata e l’entità dell’esposizione ovvero la coincidenza di tali luoghi rispetto a quelli frequentati dal lavoratore in ragione delle mansioni dal medesimo svolte. A tal fine, secondo i giudici di appello, non potevano assumere rilevanza gli attestati dell’I.N.A.I.L. relativi ad altri lavoratori ovvero le consulenze tecniche d’ufficio svolte in altri procedimenti.

Nè fondatamente si duole il ricorrente del fatto che la Corte territoriale non abbia ritenuto di avvalersi dell’opera di un consulente tecnico d’ufficio.

Come è noto, la consulenza tecnica d’ufficio è mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria) sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego può anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (cfr. ex pluribus, Cass. 21 aprile 2010, n. 9461; Cass. 5 luglio 2007, n. 15219; Cass. 2 marzo 2006, n. 4660). Nella specie, il diniego della nomina di un c.t.u. è coessenziale alla logica dell’impianto motivazionale prescelto dalla Corte di merito, incentrato sul difetto di prova di una esposizione qualificata nel luogo di lavoro del ricorrente.

Per quanto sopra considerato, si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5”.

2 – Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e non scalfite dalla memoria ex art. 380 bis c.p.c., con la quale il ricorrente ripropone sostanzialmente le argomentazioni già esposte nel ricorso, insistendo in particolare nel sostenere l’inidoneità delle censure dell’atto di appello a contrastare l’iter argomentativo della sentenza di primo grado, nell’evidenziare la mancata contestazione da parte dell’I.N.P.S. delle circostanze addotte dal ricorrente e l’ingiusta svalutazione della valenza probatoria delle relazioni e certificazioni CONTARP, rilievi cui nella relazione è stata data adeguata risposta.

Va, in ogni caso, ulteriormente sottolineato che la Corte territoriale, dopo aver valorizzato la circostanza che in sede di originario ricorso il C. non avesse fornito precise indicazioni circa la frequenza e la durata delle operazioni che lo avevano esposto personalmente alla manipolazione, circa l’entità dell’esposizione e la coincidenza dei luoghi in cui pure era stata rilevata la presenza dell’amianto con quelli frequentati dal lavoratore e con le mansioni dal medesimo espletate (peraltro in stabilimenti e reparti diversi a seconda dei periodi), ha correttamente ritenuto che le suddette scarne deduzioni, a fronte della certificazione negativa dell’I.N.A.I.L. (relativa allo stabilimento Montefibre e rilasciata tenendo conto dello specifico curriculum professionale del ricorrente), precludessero la possibilità di un approfondimento attraverso lo strumento dell’indagine tecnica d’ufficio.

Nè sussiste alcuna violazione della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, nell’avere la Corte territoriale, con riguardo alle certificazioni CONTARP, sostanzialmente ritenuto di poter operare una differenziazione fra lavoratori impegnati a svolgere mansioni diverse nel medesimo ambiente lavorativo, sul dedotto presupposto che al rischio è esposto non solo l’operaio a contatto diretto con materiale contenente amianto, ma anche il dipendente che renda la prestazione in un luogo nel quale vi sia comunque diffusione e concentrazione delle fibre. Infatti, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, “l’attribuzione del beneficio cui alla L. n. 257 del 1991, art. 13, comma 8 (nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.L. n. 169 del 1993, art. 1, comma 1, convertito in L. n. 271 del 1993) presuppone l’adibizione ultradecennale del lavoratore a mansioni comportanti un effettivo e personale rischio morbigeno a causa della presenza, nei luoghi di lavoro, di una concentrazione di fibre di amianto che, per essere superiore ai valori limite indicati nella legislazione prevenzionale di cui al D.Lgs. n. 277 del 1991 e successive modifiche (valori espressamente richiamati dalla predetta L. n. 257 del 1991, art. 3, così come modificato dalla L. n. 128 del 1998, art. 16), renda concreta e non solo presunta la possibilità del manifestarsi delle patologie che la sostanza è idonea a generare. La esplicita previsione normativa di tale doppia soglia (riguardante cioè sia la durata che l’intensità dell’esposizione) non contrasta con i principi costituzionali di parità di trattamento di situazioni uniformi, come riconosciuto dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 5 del 2000 e 127 del 2002. La norma contenuta nella L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, deve, pertanto, essere interpretata nel senso che il beneficio pensionistico ivi previsto spetta unicamente ai lavoratori che, in relazione alle lavorazioni cui sono stati addetti e alle condizioni dei relativi ambienti di lavoro, abbiano subito per più di dieci anni (periodo in cui vanno valutate le pause fisiologiche, quali riposi, ferie e festività) una esposizione a polveri di amianto superiori ai limiti previsti dal D.Lgs. n. 277 del 1991, artt. 24 e 31” (cfr. Cass. 20 luglio 2012, n. 12703). Poichè il riconoscimento del beneficio è legato, non alla sola presenza di fibre aerodisperse nel luogo di lavoro, bensì alla dimostrazione di un effettivo e personale rischio morbigeno, sussistente solo in presenza del superamento della soglia limite, è evidente che il lavoratore, onerato della prova degli elementi costitutivi del diritto fatto valere in giudizio, non può limitarsi ad affermare di aver reso la prestazione in ambienti nei quali vi era dispersione di amianto, ma deve anche dimostrare, sia pure nei limiti del rilevante grado di probabilità, di essere stato personalmente esposto ad una concentrazione di fibre superiore alla soglia legale. Inoltre, poichè la maggiore o minore esposizione è necessariamente legata ad una pluralità di fattori (caratteristiche dell’ambiente di lavoro, composizione dei materiali utilizzati, natura e modalità delle operazioni direttamente compiute), ben può verificarsi che, pur a fronte dell’accertamento della presenza della sostanza nociva nell’ambiente di lavoro, la soglia limite risulti, ad esempio, superata solo per i lavoratori addetti ad alcune lavorazioni e non per quelli per i quali, l’esposizione sia rimasta limitata alle fibre disperse dai materiali con i quali lo stabilimento era stato realizzato (in tal senso in motivazione Cass. n. 6507/2011, Cass. n. 20194/2013 e Cass. n. 16136/2014).

A detti principi di diritto si è correttamente attenuta la Corte territoriale.

Ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione il ricorso va rigettato.

5 – Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico del ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo.

6 – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

La suddetta condizione sussiste nella fattispecie in esame.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore dell’I.N.P.S., delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2016

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