Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26993 del 27/12/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. un., 27/12/2016, (ud. 15/11/2016, dep.27/12/2016),  n. 26993

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente aggiunto –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di sez. –

Dott. DIDONE Antonio – Presidente di sez. –

Dott. DI IASI Camilla – Presidente di sez. –

Dott. PETITTI Stefano – Presidente di sez. –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15216-2015 proposto da:

C.G., M.G., elettivamente domiciliati in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati

e difesi dall’avvocato ANTONINO GENTILE, per delega in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO AGRICOLTURA DI RAGUSA, in

persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata

e difesa dall’avvocato AGATINO CARIOLA, per delega a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1026/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 13/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/11/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DEL FATTO

1. C.G. e M.G. – dipendenti della Camera di Commercio di Ragusa, in quiescenza rispettivamente a decorrere dal 5 ottobre 1991 e dal 22 giugno 1992 con atto di diffida e messa in mora del 21 maggio 1996 chiesero alla Camera di commercio suindicata la corresponsione di quanto dovuto ai fini della rideterminazione del trattamento previdenziale, in applicazione della L.R. Sicilia n. 19 del 1991, art. 5 e del D.P.R.S. 30 gennaio 1993, art. 8 per il personale regionale, cui quello delle Camere di commercio siciliane è equiparato.

2. Tale iniziativa non ebbe esito positivo e intanto la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la Regione Siciliana, con due analoghe decisioni (n. 3885 e n. 3891 del 29 novembre 2011) dichiarò l’improponibilità dei ricorsi proposti dei pensionati davanti al Giudice contabile, affermando che, in difetto di espressa disposizione normativa, spetta al giudice ordinario la giurisdizione per le pensioni dei dipendenti delle Camere di commercio.

3. Con ricorsi del 2007 gli interessati hanno adito il Tribunale di Ragusa che, con sentenza n. 278/2012, accolse la loro domanda volta ad ottenere il suindicato trattamento.

4. La Corte d’appello di Catania, con la sentenza attualmente impugnata, in accoglimento di apposita eccezione della Camera di commercio di Ragusa, ha affermato la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 69 visto che i rapporti di impiego dei pensionati sono cessati prima del 30 giugno 1998.

La Corte territoriale ha, in particolare, sottolineato che indubbiamente ha rilevanza nella fattispecie le delibere con le quali la Camera di commercio ha proceduto alla rideterminazione del trattamento economico dei pensionati, ma si tratta di delibere emesse nel dicembre 1995.

5. Il ricorso di C.G. e M.G. domanda la cassazione della sentenza per un unico motivo; resiste, con controricorso, illustrato da memoria, la Camera di Commercio, Industria, Artigianato, Agricoltura (d’ora in poi: CCIAA) di Ragusa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1 – Sintesi del ricorso.

1. Con l’unico motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7, con riferimento alla circolare 13 marzo 2002, n. 1085 della Presidenza della Regione Sicilia in ordine alla applicabilità a decorrere dalla suindicata data della L.R. Sicilia n. 19 del 1991, art. 5, commi 4 e 6; b) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 1, motivi attinenti alla giurisdizione, generati dalle sentenze n. 3885 e n. 3891 del 29 novembre 2001 della Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per la Regione Siciliana.

In primo luogo si sottolinea che i ricorrenti hanno adito il Tribunale del lavoro di Ragusa dopo che la Corte dei Conti aveva dichiarato l’improponibilità dei ricorsi da loro proposti davanti al Giudice contabile, ritenendo, in difetto di espressa disposizione normativa, la giurisdizione in materia di controversie per le pensioni dei dipendenti delle Camere di commercio di spettanza del giudice ordinario.

Comunque, ad avviso dei ricorrenti, la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario si desumerebbe anche dal richiamato D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7, come interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, visto che è pacifico il diritto vantato dai ricorrenti è divenuto azionabile solo per effetto della circolare 13 marzo 2002, n. 1085, con la quale l’Amministrazione ha invitato gli uffici a provvedere alla rideterminazione dei trattamenti.

Anteriormente, infatti, la circolare 20 giugno 1996 stabiliva che il beneficio di cui alla L.R. Sicilia n. 19 del 1991, art. 5, commi 4 e 6, potesse essere ottenuto soltanto in esecuzione di sentenze della Corte dei Conti passate in giudicato, ma questo aveva generato un contenzioso enorme dinanzi al giudice contabile.

2 – Esame delle censure.

2. Il ricorso non è da accogliere per le ragioni di seguito esposte.

3. Vanno, in primo luogo, ricordati i consolidati e condivisi orientamenti di questa Corte secondo cui:

a) le circolari amministrative non sono fonti del diritto oggettivo, ma rappresentano il semplice presupposto chiarificatore della posizione espressa dall’Amministrazione su un determinato argomento (Cass. 14 dicembre 2012, n. 23042; Cass. 27 gennaio 2014, n. 1577; Cass. 6 aprile 2011, n. 7889; Cass. 12 gennaio 2016, n. 280);

b) le Amministrazioni destinatarie delle circolari possono discostarsi dalla direttiva ivi impartite, purchè con adeguata motivazione onde evitare di porre in essere atti viziati da eccesso di potere per violazione di circolari (figura sintomatica);

c) in ogni caso la cui violazione delle circolari – anche se di provenienza ministeriale – non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo esse norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali (negoziali o amministrativi), in riferimento ai quali può essere denunciata per cassazione soltanto la violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, nella misura in cui essi sono applicabili anche agli atti unilaterali (Cass. 26 luglio 2002, n. 11114; Cass. 5 agosto 2005, n. 16505; Cass. 9 ottobre 2007, n. 23031; Cass. 9 gennaio 2009, n. 237; Cass. 21 ottobre 2011, n. 21904).

4. Ne deriva l’inammissibilità del profilo di censura riguardante la pretesa violazione della circolare 13 marzo 2002, n. 1085 della Presidenza della Regione Sicilia, salvo restando che, in nessun caso, una circolare amministrativa può modificare la disciplina legislativa.

5. Ebbene – secondo quanto riferiscono anche i ricorrenti – in base al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 69, comma 7, come interpretato dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte, al fine del discrimine temporale per il passaggio dalla giurisdizione amministrativa a quella ordinaria fissato alla data del 30 giugno 1998, la determinazione della giurisdizione deve essere effettuata con riguardo ai fatti materiali o ai provvedimenti posti alla base della pretesa dedotta in giudizio sulla cui giuridica rilevanza si discuta (fra le tante: Cass. SU 19 maggio 2014, n. 10915; Cass. SU 12 aprile 2012, n. 5764; Cass. SU 29 aprile 2011, n. 9509).

Nel caso all’esame, i fatti costitutivi dei diritti azionati – nello specifico i rapporti di impiego dei ricorrenti, che sono alla base della rivendicata corresponsione della rideterminazione del trattamento previdenziale, in applicazione della L.R. Sicilia n. 19 del 1991, art. 5 e del D.P.R.S. 30 gennaio 1993, art. 8 per il personale regionale, cui quello delle Camere di commercio siciliane è stato equiparato – si sono verificati ed esauriti in data anteriore al 30 giugno 1998, essendo, rispettivamente, C.G. in quiescenza a decorrere dal 5 ottobre 1991 e M.G., dal 22 giugno 1992.

6. Di qui la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo, secondo disposto dal citato D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7, nonchè l’inapplicabilità del più recente – e ormai consolidato, a partire da Cass. S.U. 1 marzo 2012 n. 3183 – orientamento di queste Sezioni Unite secondo cui, in tema di pubblico impiego contrattualizzato, la sopravvivenza della giurisdizione del giudice amministrativo oltre il 30 giugno 1998 ha carattere residuale, non essendo ammissibile che sul medesimo rapporto abbiano a pronunciarsi due giudici diversi, con possibilità di differenti risposte ad una stessa istanza di giustizia (Cass. SU 16 settembre 2014, n. 20566; Cass. SU 22 dicembre 2015, n. 25768).

Tale indirizzo, infatti, è stato formulato con riferimento alle questioni riguardanti i rapporti di lavoro che si pongono “a cavallo” dei due periodi divisi dalla data del 30 giugno 1998, mentre nel caso qui in esame è pacifico che le questioni rientrano tutte nel periodo anteriore al 30 giugno 1998, come ha correttamente sottolineato la Corte d’appello di Catania.

3 – Conclusioni.

7. In sintesi, il ricorso deve essere respinto, confermandosi la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo, al quale le parti potranno rivolgersi, con gli effetti di traslatio judici predicati da Cass. SU 22 febbraio 2007, n. 4109, e nel rispetto del principio generale, affermato da Corte costituzionale 12 marzo 2007 n. 77, secondo cui gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservano, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione (principio poi espressamente sancito dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 59, vedi, per tutte, Cass. SU 9 settembre 2010, n. 19250).

Le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 (duecento/00) per esborsi, Euro 5000,00 (cinquemila/00) per compensi professionali, oltre spese generali e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 15 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA