Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26992 del 02/12/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 26992 Anno 2013
Presidente: TRIOLA ROBERTO MICHELE
Relatore: CARRATO ALDO

di lastrico
solare
SENTENZA
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 31547/07) proposto da:
PALMIERI DOMENICO (C.F.: PLM DCN 50A01 G187Y) e PALMIERI ROSARIA (C.F.:
PLM RSR 51C42 G187H), rappresentati e difesi, in forza di procura speciale in calce al
ricorso, dall’Avv. Francesco Melpignano ed elettivamente domiciliati presso lo studio
dell’Avv. Simona Paiano, in Roma, via Asiago, n. 2 (come da successiva comunicazione
– ricorrenti –

acquisita agli atti);
contro

CAPRIGLIA FRANCESCA (C.F.: CPR FNC 35T51 G187N), rappresentata e difesa, in
forza di procura speciale in calce al controricorso, dagli Avv.ti Salvatore Coronas e Antonio
Napoli ed elettivamente domiciliata presso lo studio del primo, in Roma, Via G. Ferrari, n. 4;
– controricorrente-

23 3)3/13

Data pubblicazione: 02/12/2013

Avverso la sentenza n. 479/07 della Corte di appello di Lecce, depositata il 9 luglio 2007 e
notificata 11 1 ottobre 2007;
Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 13 novembre 2013 dal

Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;
uditi gli Avv.ti Simona Paiano (per delega), nell’interesse dei ricorrenti, e Andrea

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

Ignazio Patrone, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione, notificato il 19 dicembre 1992, i sigg. Palmieri Domenico e Palmieri
Rosaria esponevano: – di essere proprietari di un immobile ubicato nel centro urbano di
Ostuni, posto al piano terra e con accesso dal civico n. 50 di v. Marsala, acquistato con
contratto di compravendita del 7 agosto 1991; – che detto immobile confinava con un altro,
di proprietà di Capriglia Francesca; – che entrambi gli immobili erano precedentemente
appartenuti ad un’unica proprietaria (Tanzarella Oronza), la quale, con rogito del 1966,
aveva venduto a Pecere Paolo e Milone Concetta l’immobile poi trasferito ad essi attori,
con la pattuizione che, nel sopraedificare sul tetto della propria casa, essi acquirenti
avrebbero potuto appoggiare l’erigenda costruzione sul muro di altro fabbricato di proprietà
della venditrice Tanzarella Oronza (destinato a mulino per sfarinare), prospiciente sul tetto
dell’immobile oggetto dell’acquisto, chiudendo l’apertura, avente le caratteristiche di luce,
esistente nel muro medesimo; – che, con successivo atto di compravendita del 12 aprile
1969, la Tanzarella Oronza aveva venduto a Capriglia Francesca il locale seminterrato con
accesso da v. Pacuvio, n. 10, contiguo all’immobile poi divenuto di proprietà di essi attori; che, in virtù della sequenza degli atti come appena descritta, si evinceva che il lastrico
solare ceduto ai coniugi Pecere-Milone e, poi, pervenuto ad essi attori sovrastava anche il
predetto locale seminterrato acquistato dalla Capriglia. Tanto premesso e sul presupposto
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Sgueglia (per delega), nell’interesse della controricorrente;

che era sorto contrasto in ordine alla proprietà del menzionato lastrico solare, dal momento
che la Capriglia sosteneva che lo stesso, in quanto sovrastante l’immobile da lei acquistato,
era di sua proprietà esclusiva, conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Brindisi, la
medesima Capriglia Francesca chiedendo che venisse dichiarato che il lastrico solare, per
la parte soprastante alla proprietà della convenuta, apparteneva “pro indiviso” ad essi

potabile ivi installata, invocando, in subordine, di accertare che la conduttura stessa non si
trovava a distanza legale, con relativa condanna della medesima convenuta a rimuoverla
ristabilendo la distanza minima prescritta per legge.
Nella costituzione della convenuta (che, oltre ad instare per il rigetto della domanda
principale, formulava, a sua volta, domanda riconvenzionale di intervenuto acquisto per
usucapione della proprietà del lastrico solare dedotto in controversia e, subordinatamente,
della servitù di conduttura di acqua potabile), la Sezione stralcio del Tribunale adito, con
sentenza n. 143 del 2004 (depositata il 4 febbraio 2004), rigettava la domanda
riconvenzionale avanzata dalla Capriglia e, in accoglimento della domanda principale,
dichiarava la sussistenza del diritto dominicale vantato dagli attori, con conseguente ordine,
a carico della convenuta, della rimozione delle tubazioni di adduzione dell’acqua potabile
presenti sul lastrico solare, regolando le spese giudiziali in base al principio della
soccombenza.
Interposto appello da parte della Capriglia, nella resistenza degli appellati (che, a loro volta,
proponevano appello incidentale circa la limitazione dell’oggetto della domanda di
accertamento petitorio), la Corte di appello di Lecce, con sentenza n. 497 del 2007
(depositata il 9 luglio 2007), accoglieva il gravame principale ed, in riforma dell’impugnata
sentenza, rigettava la domanda così come proposta in primo grado dagli appellati, i quali
venivano anche condannati alla rifusione delle spese del doppio grado di giudizio.

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attori, con la conseguente condanna della Capriglia alla rimozione della condotta d’acqua

A sostegno dell’adottata decisione, la Corte territoriale rilevava che, sul presupposto che il
contestato lastrico solare costituiva parte integrante della struttura dell’immobile della
convenuta, nel contratto di compravendita (del 29 agosto 1966) a cui avevano posto
riferimento gli originari attori Palmieri difettava l’individuazione dell’oggetto del trasferimento
come comprensivo anche del controverso lastrico solare, non potendosi ricavare per

previsione contrattuale non consentiva di poter ritenere avvenuto, in assenza di un’esplicita
attribuzione della titolarità della parte del bene controverso e stante l’estraneità della stessa
alla struttura del bene venduto, il relativo trasferimento del diritto dominicale.
Avverso detta sentenza di appello (notificata 1’11 ottobre 2007) hanno proposto tempestivo
ricorso per cassazione i sigg. Palmieri Domenico e Palmieri Rosaria, articolato in tre motivi.
La sig.ra Capriglia Francesca ha resistito con controricorso.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato l’erronea interpretazione del contratto
intercorso in data 29 agosto 1966 tra Tanzarella Oronza ed i coniugi Pecere Paolo e Milone
Concetta relativamente al lastrico solare sovrastante il vano terraneo del civico 48 di v.
Marsala di Ostuni, per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., in quanto
contraria a logica e comunque incongrua, tale, cioè, da non consentire il controllo del
percorso logico-giuridico seguito dal giudice di appello per giungere alla decisione
impugnata.
Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (“ratione temporis” applicabile nella fattispecie, risultando
l’impugnata sentenza pubblicata il 9 luglio 2007) i ricorrenti hanno precisato il fatto
controverso in ordine al quale hanno dedotto l’inadeguatezza della motivazione con
riferimento alla parte in cui la Corte leccese aveva ritenuto indispensabile allo scopo il
trasferimento, dalla cedente Tanzarella agli acquirenti Pecere-Milone, della proprietà del
lastrico solare laddove, invece, tenuto conto che trattavasi non di autentico “lastrico solare”
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implicito dal contesto dell’atto medesimo; pertanto, trattandosi di diritti immobiliari, la

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ma di semplice “copertura” o “tetto” del vano terraneo al civico 48, la costruzione in favore
degli stessi acquirenti del diritto di sopraelevazione o di sopralzo avrebbe comportato la
vanificazione dell’effetto preteso dalla cessione del lastrico solare, peraltro inesistente.
2. Con il secondo motivo i ricorrenti hanno dedotto un ulteriore vizio di illogicità e/o
insufficienza della motivazione della sentenza impugnata circa il fatto decisivo e

cedente Tanzarella agli acquirenti coniugi Pecere-Milone, della proprietà del lastrico solare
(peraltro insussistente nella specie), derivando il titolo dall’operata cessione del diritto di
superficie e ciò anche al fine di conseguire gli effetti della eliminazione o dell’arretramento
della condotta di acqua potabile, illecitamente posta in essere dalla Capriglia.
3. Con il terzo ed ultimo motivo i ricorrenti hanno denunciato la violazione del principio della
corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato ex art. 112 c.p.c., avuto riguardo alla
supposta illegittimità posta in essere dalla Corte di secondo grado nel rendere una
pronuncia in base alla ricostruzione dei fatti di causa autonoma rispetto a quella
prospettata dalle parti nonché in base all’applicazione di una norma giuridica diversa da
quella invocata da essa istante.
Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. risulta indicato il seguente quesito di diritto: “è ben vero che il
principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, come stabilito dall’art. 112
c.p.c., implica per il giudicante il divieto di attribuire alla parte istante un bene non richiesto
o di emettere una statuizione che non trovi rispondenza nella domanda, ma può il giudice
rendere la stessa pronuncia in base ad una ricostruzione dei fatti di causa, consentita dalle
risultanze istruttorie già acquisite, autonoma rispetto a quella prospettata ed in base ad una
norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante?”.
4. Le prime due censure — esaminabili congiuntamente siccome strettamente connesse —
sono prive di fondamento devono, pertanto, essere respinte.

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controverso del giudizio consistito nell’aver ritenuto indispensabile il trasferimento, dalla

Rileva, innanzitutto, il collegio che, avendo i ricorrenti dedotto l’insufficienza della
motivazione della sentenza impugnata, sarebbe stato propriamente necessario, nel caso di
specie, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (“ratione temporis” applicabile, risultando la sentenza
della Corte di appello pubblicata il 9 luglio 2007), che gli stessi avessero svolto una sintesi
del vizio motivazionale dedotto (ovvero esposto, in forma autonoma e congrua, un quadro

inidonea a giustificare la decisione), non risultando bastevole, in proposito, la mera
esplicitazione del fatto controverso, invece indispensabile solo in caso di proposizione del
vizio di omessa o contraddittoria motivazione.
Oltretutto, quale ulteriore profilo di inammissibilità, si evidenzia che i ricorrenti, nel
censurare l’interpretazione dell’indicato atto di trasferimento, non pongono riferimento ad
alcun criterio ermeneutico che sarebbe stato in concreto violato, riportando,
necessariamente, a tal fine, anche i passaggi dell’atto ritenuti inesattamente interpretati.
In merito, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, deve porsi in risalto che,
in tema di ermeneutica contrattuale, l’accertamento della volontà delle parti in
relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al
giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di motivazione
inadeguata ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui
agli artt. 1362 e seguenti c.c.; pertanto, al fine di far valere una violazione sotto i due
richiamati profili, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento
alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme
asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare
in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai
canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di
argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del
merito in sede di legittimità.
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riassuntivo delle ragioni per le quali la dedotta carenza della motivazione l’avrebbe resa

Al di là degli evidenziati profili, occorre, in ogni caso, rilevare l’adeguatezza del percorso
logico seguito dalla Corte territoriale nel giustificare la decisione adottata con la sentenza
qui impugnata.
Innanzitutto, occorre mettere in risalto che — per quanto evincibile dall’univoco contenuto
dello svolgimento del processo riportato nella sentenza impugnata e richiamato in narrativa

primo grado che di quello di appello (v. pag. 2 della sentenza della Corte leccese) — la
domanda originariamente proposta dai sigg. Palmieri riguardava l’ottenimento della
riconoscimento del loro diritto di proprietà relativamente al lastrico solare sovrastante il
vano sito in Ostuni, di proprietà della Capriglia, senza che, perciò, il “petitum” della
domanda investisse propriamente l’accertamento del loro diritto a sopraedificare.
Ciò posto e circoscritto il “thema decidendum” nei suddetti termini, bisogna evidenziare che
la Corte salentina, una volta precisato che il lastrico solare oggetto della controversia
costituiva parte integrante della struttura dell’immobile trasferito alla Capriglia (ed era,
quindi, estraneo a quello acquistato dai Palmieri), procedendo alla valutazione degli atti di
trasferimento ha, con motivazione adeguata, rilevato che nel contratto di vendita del 29
agosto 1966 (al quale hanno posto riferimento i ricorrenti), con il quale l’originaria
proprietaria comune ebbe a vendere ai coniugi Pecere-Milone l’immobile poi alienato agli
stessi Palmieri, non era stata inserita alcuna idonea indicazione dell’oggetto del
trasferimento che fosse tale da far ritenere ricompreso in esso anche il lastrico solare poi
divenuto controverso, non potendo certamente dedursi ciò, per implicito, dalla prevista
autorizzazione, nel medesimo atto di alienazione, in favore degli acquirenti della facoltà di
sovraedificare. A quest’ultimo riguardo, la Corte di secondo grado ha esattamente rilevato
che tale disposizione contenuta nell’atto di provenienza non aveva certamente un
significato univoco ai fini di poter ritenere avvenuto il trasferimento della proprietà
immobiliare nei termini indicati dai Palmieri, potendo, tutta più, la suddetta previsione
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nonché alla stregua delle incontestate conclusioni precisate sia all’esito del giudizio di

considerarsi funzionale alla costituzione di un diritto dal contenuto più limitato di quello di
proprietà, ovvero del diritto di superficie.
Del resto, è risaputo che — secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte — per
l’individuazione del bene rivendicato, del quale si chiede il rilascio (ovvero per
stabilire esattamente l’unità immobiliare contesa, come nel caso di specie), la base

valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà; a tal proposito, si osserva,
altresì, che il giudizio sulla corrispondenza o meno del bene domandato con quello
descritto nel titolo costituisce un accertamento di fatto che il giudice di legittimità
non può sindacare, qualora abbia verificato la correttezza dei criteri ermeneutici
adottati dal giudice del merito e l’adeguatezza logico-giuridica della motivazione che
ne giustifica i risultati (cfr. Cass. n. 4068 del 1975 e Cass. n. 6066 del 2001).
5. Il terzo motivo è, invece, inammissibile perché sorretto da un quesito di diritto del tutto
generico (siccome sganciato dalla concreta fattispecie dalla quale evincere la possibile
esclusione della violazione del principio di cui all’art. 112 c.p.c., in base all’autonoma
ricostruzione della vicenda giudiziaria da parte del giudice del merito) e, in ogni caso, è da
qualificarsi privo di fondamento perché — alla stregua dell’effettivo “petitum” dedotto in
giudizio in correlazione con il titolo della domanda fatto valere — il giudice adito non
avrebbe potuto che pronunciarsi sulla fondatezza dell’azione di rivendicazione della
proprietà sul lastrico solare (così come proposta e ribadita anche in sede di precisazione
delle conclusioni) e non su una diversa domanda ponente riferimento al diverso oggetto
riconducibile al riconoscimento di un supposto diritto di superficie in favore degli attuali
ricorrenti. Di conseguenza, anche il giudice di appello non avrebbe che potuto mantenersi
nell’ambito delle questioni riproposte con il gravame principale e con quello incidentale, con
l’obbligo di lasciare inalterati il “petitum” e la “causa petendi” ed osservando il divieto di

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primaria dell’indagine del giudice di merito è costituita proprio dall’esame e dalla

introdurre nel tema controverso nuovi elementi di fatto e, quindi, pronunciarsi su un oggetto
estraneo all’effettivo “thema decidendum” dedotto in controversia.
6. In definitiva, alla stregua delle complessive ragioni esposte, il ricorso deve essere
integralmente respinto, con la conseguente condanna dei soccombenti ricorrenti (con
vincolo solidale) al pagamento delle spese della presente fase di legittimità, che si

giudizio di legittimità dal D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (applicabile nel caso di
specie in virtù dell’art. 41 dello stesso D.M.: cfr. Cass., S.U., n. 17405 del 2012)
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in via fra loro solidale, al pagamento delle
spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi euro 2.200,00, di cui euro
200,00 per esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.

Così deciso nella camera di consiglio della 2^ Sezione civile in data 13 novembre 2013.

liquidano nei sensi di cui in dispositivo sulla scorta dei nuovi parametri previsti per il

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