Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26990 del 22/10/2019

Cassazione civile sez. I, 22/10/2019, (ud. 25/09/2019, dep. 22/10/2019), n.26990

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14283/2018 R.G. proposto da:

D.A., rappresentato e difeso dall’Avv. Paolo Sassi, con

domicilio in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria civile della

Corte di cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, con domicilio legale in

Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di Campobasso depositato il 22 marzo

2018.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 25 settembre

2019 dal Consigliere Dott. Guido Mercolino.

Fatto

RILEVATO

che D.A., cittadino del Gambia, ha proposto ricorso per cassazione, per tre motivi, avverso il Decreto 22 marzo 2018, con cui il Tribunale di Campobasso ha rigettato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, della protezione sussidiaria o del permesso di soggiorno per motivi umanitari da lui proposta;

che il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 1, lett. e) e g), artt. 3, 14 e art. 16, comma 1, lett. b), nonchè l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, osservando che, nel rigettare la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, il decreto impugnato ha omesso di rapportare la sua vicenda personale alla situazione generale del suo Paese di origine, non avendo tenuto conto da un lato del suo timore di essere arrestato, in caso di rimpatrio, e di subire in prigione trattamenti inumani e degradanti, anche in ragione delle persecuzioni subìte in passato e delle precarie condizioni delle carceri gambiane, e dall’altro delle violazioni dei diritti umani verificatesi nel Gambia e della situazione di persistente instabilità politica del Paese;

che con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, nonchè l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che il Tribunale ha omesso di valutare le predette circostanze anche ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, la quale, rivestendo una portata residuale ed essendo volta a soddisfare esigenze di tutela non riconducibili alle altre fattispecie previste dalla legge, può trovare giustificazione sia in particolari situazioni soggettive di vulnerabilità che in condizioni oggettive d’instabilità politica o crisi economica del Paese di origine, violenza, insufficiente rispetto dei diritti umani, carestie o disastri ambientali;

che con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 28-bis, comma 2, lett. a), censurando il decreto impugnato per aver rigettato le domande nonostante la valutazione della sua vicenda personale e della situazione politico-sociale del Gambia, nonchè per aver ritenuto che le questioni da lui sollevate non attenessero alla protezione internazionale, nonostante la deduzione del timore di subire in prigione trattamenti inumani o degradanti;

che il ricorso è inammissibile, per difetto del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, non recando l’esposizione sommaria dei fatti di causa, ed in particolare della vicenda personale allegata a sostegno della domanda di riconoscimento della protezione internazionale, le cui linee essenziali non si evincono neppure dall’illustrazione dei motivi d’impugnazione, nei quali il ricorrente si limita a prospettare il rischio di essere arrestato, in caso di rimpatrio, e di essere quindi sottoposto a trattamenti inumani o degradanti, senza spiegarne le ragioni;

che la predetta esposizione, pur non dovendo necessariamente costituire una parte a sè stante del ricorso, ma potendo risultare dal contesto dello atto, ivi compresa l’illustrazione dei motivi (cfr. Cass., Sez. III, 28/06/2018, n. 17036; 8/07/2014, n. 15478), richiede infatti una compiuta ricostruzione della vicenda sostanziale e processuale, volta a fornire al Giudice di legittimità tutti gli elementi indispensabili per avere una completa cognizione della controversia e del suo oggetto, nonchè per cogliere pienamente il significato e la portata delle censure proposte, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata (cfr. Cass., Sez. I, 31/07/2017, n. 19018; Cass., Sez. VI, 3/02/2015, n. 1926);

che nella specie, d’altronde, il richiamo della vicenda personale riferita nel ricorso introduttivo del giudizio riveste una portata decisiva ai fini del giudizio in ordine alla correttezza giuridica ed alla coerenza logica delle argomentazioni poste a fondamento della decisione impugnata, avendo quest’ultima ricondotto le preoccupazioni manifestate dal ricorrente alla commissione di un grave reato, che, oltre ad essere di per sè sufficiente a precludere l’accesso allo status di rifugiato ed alla protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 10, comma 2, lett. b) e art. 16, comma 1, lett. b), (cfr. Cass., Sez. VI, 30/10/2018, n. 27504; 23/10/2017, n. 25073), può costituire un elemento rilevante nella comparazione, richiesta ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, tra la situazione del ricorrente in Italia e quella cui si troverebbe esposto in caso di rientro nel Paese di origine (cfr. Cass., Sez. I, 15/05/2019, n. 13079); che le spese processuali seguono la soccombenza, e si liquidano come dal dispositivo.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 25 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2019

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA