Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26960 del 22/10/2019

Cassazione civile sez. lav., 22/10/2019, (ud. 02/07/2019, dep. 22/10/2019), n.26960

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26650-2017 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

STOPPANI N 1, presso lo studio degli avvocati PAOLO CACCIAGRANO e

PIERO VOLPE, che lo rappresentano e difendono;

– ricorrente principale –

contro

ASTALDI S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo studio

degli avvocati ROBERTO PESSI e LORENZO CONFESSORE, che la

rappresentano e difendono;

– controricorrente – ricorrente inc.le –

avverso la sentenza n. 2564/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/05/2017 r.g.n. 5307/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/07/2019 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

principale e dell’incidentale, in subordine acquisizione della

documentazione;

udito l’Avvocato PIERO VOLPE;

udito l’Avvocato SIMONA DELLE FAVE per delega verbale Avvocato

LORENZO CONFESSORE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso proposto ai sensi della L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 48 C.A. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Roma la Astaldi s.p.a. esponendo di essere stato illegittimamente licenziato in data 21.1.2015 in relazione ad una inesistente riorganizzazione aziendale in Algeria e chiedendo che, previo accertamento dell’applicabilità della legge italiana al rapporto e della illegittimità del licenziamento, la condanna della datrice di lavoro alla reintegrazione del lavoratore ovvero, in subordine, al risarcimento del danno. Il Tribunale in esito alla fase sommaria dichiarava inammissibile il ricorso ritenendo che al rapporto non fosse applicabile la L. n. 300 del 1970, art. 18 e, per l’effetto, non trovasse applicazione il rito c.d. Fornero disciplinato dalla L. n. 92 del 2012.

2. Il Tribunale, in esito all’opposizione proposta ai sensi della citata legge, L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 5 riteneva che la legge applicabile al rapporto di lavoro fosse quella Algerina (nello specifico la loi 21 avril 1990, n. 11) e che invece non trovasse applicazione la L. n. 300 del 1970, art. 18. Conseguentemente rigettava il ricorso.

3. La Corte di appello di Roma, decidendo sul reclamo proposto ai sensi della L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 58 da C.A. avverso la sentenza del Tribunale di Roma in parziale accoglimento del gravame ha accertato la illegittimità del licenziamento ed ha ritenuto che al rapporto trovasse applicazione la legge contrattuale condannaido, perciò, la Astaldi a corrispondere al C. un indennizzo che ha quantificato in cinque mensilità di retribuzione condannando la società al pagamento delle spese di due gradi di giudizio.

3.1. La Corte territoriale nel rilevare che il contratto era sorto, si era svolto e si era concluso all’estero ha accertato che la legge applicabile non poteva che essere individuata se non ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 59 e sulla base delle disposizioni della Convenzione di Roma del 19 giugno 1980, resa esecutiva con la L. 18 dicembre 1984, n. 975, oltre che del Regolamento n. 593 del 2008. Ha quindi evidenziato che le parti avevano disposto che, per quanto non previsto nel contratto, avrebbe trovato applicazione la legge del luogo dove era stata resa la prestazione lavorativa (nello specifico la legge algerina) con esclusione, quindi, degli altri criteri di collegamento. Ha sottolineato che il contratto recava una dettagliata disciplina del licenziamento che, vietato ad nutum, era consentito solo nel caso di conseguimento dei requisiti per la pensione, giusta causa, giustificato motivo soggettivo e giustificato motivo oggettivo. Ha osservato che l’irrogazione delle sanzioni disciplinari era stata procedimentalizzata, le conseguenze del licenziamento illegittimo erano state individuate nella sola corresponsione di in un’indennità risarcitoria da quantificare nella misura ritenuta corretta tra 2,5 e 5 mesi di retribuzione di fatto. Ha verificato la compatibilità di tale assetto normativo (contrattuale e legale) con quanto previsto dall’art. 8, comma 2 regolamento n. 593 del 2008 e, nel richiamare un suo precedente in materia analoga, ha ritenuto che la tutela reale prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18 non rientra tra le ipotesi previste dalla norma regolamentare. Ha accertato quindi che il recesso, intimato senza che fosse stata offerta una prova da parte del datore di lavoro, che si era in tal senso auto vincolato nella comunicazione del licenziamento, della possibilità di ricollocare il lavoratore in una posizione diversa, era illegittimo e, per l’effetto, ha condannato la società datrice al risarcimento del danno che ha quantificato, ai sensi dell’art. 20 del contratto, nella misura massima di cinque mensilità di retribuzione.

4. Per la cassazione della sentenza ricorre C.A. che articola tre motivi ai quali resiste con controricorso la Astaldi s.p.a. che propone ricorso incidentale. Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5. Il ricorso è inammissibile. Ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 62 che ha regolato sin dal primo atto il presente procedimento, il ricorso per cassazione avverso la sentenza che ha deciso il reclamo, deve essere proposto nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione a cura della cancelleria della Corte di appello della sentenza nel suo testo integrale. Tale comunicazione, infatti, analogamente alla notifica della decisione a cura della parte consente alla parte di avere conoscenza delle ragioni sulle quali la pronuncia è fondata e di valutarne la correttezza (sulla necessità che la comunicazione a cura della cancelleria contenga il testo integrale della sentenza v. Cass. 24/10/2017 n. 25136 e 16/05/2016 n. 10017). Dall’esame degli atti, consentito alla Corte per verificare la ritualità del ricorso, emerge che la sentenza della Corte di appello di Roma, resa nel procedimento regolato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 48 e ss. è stata pubblicata il 10 maggio 2017 ed è stata comunicata nel suo testo integrale, in pari data, ad entrambe le parti del giudizio (v. anche l’attestazione della cancelleria della Corte di appello di Roma in data 22 novembre 2018 a seguito di ordinanza di questa Corte). Ne consegue che il ricorso, avviato per la notifica il 6 novembre 2017 è tardivo.

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso principale segue di diritto l’inefficacia del ricorso incidentale tardivo, proposto, cioè, allorchè erano già scaduti i termini di impugnazione della sentenza di appello. Le spese del giudizio, liquidate in dispositivo, vanno poste a carico del ricorrente principale. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater va poi dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del solo ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R. mentre il ricorrente incidentale, il cui ricorso è stato dichiarato inefficace per effetto dell’accertata inammissibilità del ricorso principale, non vi è tenuto in quanto con la perdita di efficacia il ricorso incidentale tardivo diviene tamquam non esset e non viene preso in esame dalla Corte di tal che non si può pervenire ad una pronuncia di rigetto o ad una declaartoria di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione che costituiscono le sole ipotesi in presenza delle quali il D.P.R. n. 115 del 22002, art. 13 comma 1 quater, prevede che chi ha proposto impugnazione debba versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato (cfr. Cass. 25/07/2017 n. 18348).

PQM

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso principale ed inefficace il ricorso incidentale.

Condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 comma 1 bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 15 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2019

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