Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26951 del 26/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 26/11/2020, (ud. 08/07/2020, dep. 26/11/2020), n.26951

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA E. Luigi – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO di NOCERA M.G. – rel. Consigliere –

Dott. GORI P. – Consigliere –

Dott. ARMONE Maria G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al numero 7645 del ruolo generale dell’anno

2014, proposto da:

Le Tre Sorelle di M.e.L.P. s.n.c. in persona del

legale rappresentante pro tempore, P.M. e P.L.

rappresentati e difesi, giusta procura speciale in calce al ricorso,

dall’avv.to Petillo Salvatore, e dall’avv. Percaccio Giovanni

Battista, elettivamente domiciliati presso lo studio del primo

difensore, in Roma, Via Federico Ozanam n. 69;

– ricorrenti –

contro

– Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Campania, sezione staccata di Salerno, n.

234/02/2013, depositata il 18 ottobre 2013, non notificata.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’8 luglio 2020 dal Relatore Cons. Putaturo Donati Viscido di

Nocera Maria Giulia.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

– con sentenza n. 234/02/2013, depositata il 18 ottobre 2013, non notificata, la Commissione tributaria regionale della Campania, sezione staccata di Salerno, previa riunione, rigettava gli appelli proposti da “Le Tre Sorelle di M.e.L.P. s.n.c.” in persona del legale rappresentante pro tempore, P.M. e P.L., quali soci, nei confronti dell’Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore, avverso la sentenza n.

313/18/2010 della Commissione tributaria provinciale di Salerno che, previa riunione, aveva rigettato i ricorsi proposti dalla società e dai soci rispettivamente avverso 1) l’avviso di accertamento n. (OMISSIS) con il quale l’Ufficio, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, aveva contestato nei confronti della società, esercente attività di ristorazione, maggiori ricavi non dichiarati, per l’anno 2005, ai fini Irap e Iva;2) gli avvisi di accertamento n. (OMISSIS) e n. (OMISSIS) con i quali l’Ufficio aveva contestato nei confronti dei soci un maggiore reddito di partecipazione ai sensi dell’art. 5 TUIR;

– in punto di diritto, la CTR, per quanto di interesse ha affermato che:1) l’appello non poteva trovare accoglimento per mancanza di motivi specifici e deduzioni che non avessero già trovato riscontro nella decisione di primo grado; 2) il giudice di prime cure – la cui decisione andava confermata, in mancanza dell’introduzione di nuovi profili di indagine e di fatti nuovi – aveva ritenuto corretta la ricostruzione dei maggiori ricavi della società da parte dell’Ufficio avendo quest’ultimo, in base al dettaglio delle rimanenze iniziali e finali esibito dalla contribuente, proceduto alla determinazione dei quantitativi delle merci utilizzate per la produzione del servizio di ristorazione e per il consumo diretto pervenendo, attraverso la stima delle porzioni nette e dei corrispettivi di costo, al complessivo computo del volume di affari, considerando anche gli sfridi e i cali nonchè l’autoconsumo per gli addetti ai servizi ed escludendo dal computo gli antipasti non a base di pesce, i contorni, i gelati, i dolci, i liquori e il caffè;3) la contribuente non aveva fornito argomentazioni e documentazioni idonee a superare le presunzioni cui l’Ufficio aveva legittimamente fatto ricorso per la ricostruzione dei maggiori ricavi;

– avverso la sentenza della CTR, la società e i soci propongono ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui resiste, controricorso, l’Agenzia delle entrate;

– il ricorso è stato fissato in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., comma 2, e dell’art. 380-bis.1 c.p.c., introdotti dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

– in data 8 luglio 2020 si tiene l’adunanza camerale nell’aula d’udienza della sezione V civile del palazzo della Corte di Cassazione alla presenza dei magistrati pres. del collegio Enrico Manzon, cons. Ernestino Bruschetta, cons. Giovanni Maria Armone e con la presenza in collegamento remoto attraverso la piattaforma Microsoft Teams individuata con decreto dirigenziale adottato ai sensi del D.L. n. 18 del 2020, art. 83, convertito in L. n. 24 del 2020 dal direttore generale per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della giustizia e pubblicato sul portale dei servizi telematici in data 20 marzo 2020 – dei magistrati cons. Maria Giulia Putaturo Donati Viscido Di Nocera e cons. Pierpaolo Gori, ai quali è assicurata la disponibilità agli atti attraverso la medesima piattaforma;

– con il primo motivo, i ricorrenti denunciano, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), per avere la CTR ritenuto valido l’accertamento in questione anche se era stato basato su di una sola presunzione semplice priva di autosufficienza (per calcolare il numero delle pietanze vendute in base alle materie prime utilizzate per ciascun tipo di pietanza), dalla quale l’ufficio aveva dedotto – in violazione del principio praesumptio de praesumpto non datur – la presunzione di secondo grado, priva del carattere della precisione e concordanza, relativa al prezzo delle singole pietanze, senza, peraltro, considerare che quest’ultima presunzione riposava su elementi statistici desunti dagli studi di settore rispetto ai quali nei confronti del contribuente non era stato evidenziato nè l’elemento della non-congruità nè l’elemento della concreta applicabilità degli studi di settore sulla base di elementi esterni al mero dato statistico da essi riportato;

– il motivo è infondato;

– ed, invero, l’accertamento con metodo analitico-induttivo, con cui il fisco procede alla rettifica di singoli componenti reddituali, ancorchè di rilevante importo, è consentito, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacchè la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte su/la base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata (ex multis: Cass., sez. 5, n. 33508 del 2018; n. 20060 del 2014);

– parimenti non si dubita che, se il giudice tributario ha il potere di controllare l’operato della P.A. e di verificare se gli effetti che l’Ufficio ha ritenuto di desumere dai fatti utilizzati come indizi siano o meno compatibili con il criterio della normalità, nondimeno gli elementi assunti a fonte di presunzione che legittimano l’accertamento analitico-induttivo della condizione reddituale del contribuente “non debbono essere necessariamente plurimi potendosi il convincimento del giudice fondare anche su un elemento unico, preciso e grave, la valutazione della cui rilevanza, peraltro, nell’ambito del processo logico applicato in concreto, non è sindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria” (Cass. 6689/16; 403/16; 25706/15; 656/14).

-nella vasta casistica dei principi regolativi in materia, si è ritenuto da questa Corte che nell’accertamento tributario, sia presuntivo del reddito d’impresa (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett.d)), sia induttivo in materia di IVA (D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 55), è legittima la ricostruzione dei ricavi di un’impresa di ristorazione anche sulla base del solo consumo (di acqua minerale), costituendo lo stesso un ingrediente fondamentale, se non addirittura indispensabile, nelle consumazioni effettuate (Sez. 5, Sentenza n. 17408 del 23/07/2010, Cass. n. 11622 del 2013); invero, non può dirsi che, riguardo al settore della ristorazione, vi sia un indicatore “principe” per la ricostruzione presuntiva dei ricavi, ben potendo gli indici rivelatori variare da caso a caso ed essendo compito del fisco, prima, e del giudice tributario di merito, poi, quello di cogliere i peculiari nessi inferenziali che siano adeguati alla singola fattispecie concreta (Cass. n. 11622 del 2013);

– la CTR si è attenuta ai principi di cui sopra, nel ritenere-confermando la decisione di prime cure- condivisibile l’operato dell’Ufficio che, pure in presenza di una posizione fiscale della contribuente congrua e coerente con gli studi di settore, partendo dagli stessi dati dichiarati dalla contribuente (fatture di acquisto dei quantitativi di materie prime utilizzate per la preparazione delle pietanze; dettaglio delle rimanenze iniziali e finali) ha effettuato un accertamento analitico-induttivo dei maggiori ricavi non dichiarati, determinando in base ai quantitativi di materie prime utilizzate, nel periodo in questione, per la produzione del servizio di ristorazione e per il consumo diretto, il numero delle pietanze vendute – considerati gli sfridi, i cali e l’autoconsumo, e senza conteggiare i contorni, gelati, caffè etc.- nonchè il corrispettivo per ogni pietanza; il giudice d’appello si è, dunque, chiaramente servito di una sequenza d’inferenze tali da individuare quella relazione tra fatto noto (consumi di materie prime in un dato periodo) e fatto ignoto (ricavi), che, senza avere i caratteri della necessarietà, è sufficiente a dimostrare il nesso di derivazione secondo canoni di ragionevole probabilità; sicchè si è al cospetto di un’unica presunzione che, ad avviso del giudice di appello – con un apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità- rivestiva i caratteri della gravità, precisione e concordanza tale da fondare il legittimo accertamento ex art. 39, comma 1, lett. d), cit.; presunzione a fronte della quale la CTR- con una valutazione di merito insindacabile – ha ritenuto che la contribuente non avesse opposto argomentazioni e documentazione sufficienti a superarla; ogni altra argomentazione sottesa al motivo tende inammissibilmente ad una rivisitazione di apprezzamenti di merito già effettuati dal giudice di appello;

– con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano un vizio di motivazione della sentenza impugnata per avere la CTR: 1) con una motivazione “perplessa” dapprima affermato, che la contribuente non avesse dedotto motivi specifici di gravame- il che avrebbe dovuto condurre a una pronuncia di inammissibilità- e poi rigettato nel merito l’appello; 2) in ogni caso, con una motivazione insufficiente, rigettato l’appello ribadendo tout court la decisione di primo grado senza alcuna valutazione critica delle censure mosse dall’appellante;

– il motivo è inammissibile, nella parte in cui denuncia in rubrica, peraltro genericamente, “il vizio di motivazione” (sotto il profilo della perplessità e della insufficienza) della sentenza impugnata su un punto decisivo e controverso della controversia, essendo tale vizio non più censurabile in virtù della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5), come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis nella specie, per essere stata la sentenza di appello depositata in data 18 ottobre 2013 (v. Cass. 30948 del 2018);

– in conclusione, il ricorso va rigettato;

– le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

la Corte:

– rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti al pagamento in favore dell’Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessive 5.600,00 oltre spese prenotate a debito;

Dà inoltre atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2020

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