Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26946 del 29/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 29/09/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 29/09/2021), n.26496

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – rel. Presidente –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

C.S.G., rappr. e dif. dall’avv. Andrea

Ventimiglia (andrea.ventimiglia.pec.ordineavvocaticatania.it), così

elett. dom., come da procura in calce dell’atto;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) S.P.A. in persona del curatore p.t., rappr. e

dif. dall’avv. Massimo Torrisi

(massimo.torrisi.pec.ordineavvocaticatania.it), così elett. dom.,

come da procura in calce all’atto;

– controricorrente –

per la cassazione del decreto Trib. Catania 21/08/2020, n. 7146/2020

in R.G. 7679/2018;

vista la memoria del ricorrente;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 28 settembre 2021 dal Presidente Relatore Dott.

Ferro Massimo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. C.S.G. impugna il decreto Trib. Catania 21/08/2020, n. 7146/2020 in R.G. 7679/2018 che ha rigettato la sua opposizione allo stato passivo già introdotta avverso la decisione con cui il giudice delegato del fallimento (OMISSIS) S.P.A. (SIMEI) a sua volta non aveva ammesso al passivo il credito insinuato quale direttore generale della società, chiesto in privilegio;

2. il tribunale ha premesso che: a) il ricorrente aveva prospettato un credito per Euro 80.538 (IVA inclusa), al netto di acconti ricevuti, pari ai compensi non corrisposti e secondo lettera d’incarico di novembre 2013, in misura fissa per 2 mila Euro mensili (per 32 rate), nonché emolumenti “per provvigione” indicati in una fattura del 2016, così corredando la domanda della nomina quale iscritta al R.I. Catania e di mail interne, oltre alla copia del mastrino relativo alla posizione contabile; b) il giudice delegato non ammetteva il credito, per difetto di data certa del contratto relativamente alla parte economica, incerto nel riferimento anche al periodo correlato alla misura fissa invocata, in difetto di allegati;

3. il tribunale, nel respingere l’opposizione, ha ritenuto che: a) la “trascrizione presso la camera di commercio” della delibera societaria di nomina a direttore generale, benché di data certa, non conferiva analoga prova dell’anteriorità della lettera di incarico rispetto al fallimento e quindi – in particolare – della fissazione del compenso pari a quanto indicato nella lettera, priva di data certa e per quanto richiesto; b) pur ammettendosi la possibilità di provare l’incarico professionale ricorrendo a qualsiasi altro mezzo di prova, la genericità con cui era stata dedotta la testimonianza sulle fatture emesse dal prestatore ne precludeva l’ingresso in giudizio, altresì tenuto conto della inopponibilità della contabilità al curatore fallimentare, anche volendo invocare la annotazione di esse; c) non era stato né prospettato, né provato il tipo di attività in concreto svolta dall’opponente, alla cui stregua valutare la congruità del compenso indicato nella citata lettera; d) la domanda per provvigioni era nuova, introdotta solo in sede di opposizione L. Fall. ex art. 98 e comunque sfornita di prova; e) il termine per il deposito per memorie finali esauriva il contraddittorio, una volta finita la trattazione avanti al giudice relatore;

4. il ricorso è su due motivi, cui resiste con controricorso il Fallimento.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo complesso motivo, si denuncia la violazione di diverse disposizioni normative, di rango costituzionale, art. 111 Cost., e primario, artt. 134 e 116 c.p.c., oltre che L. Fall., artt. 98 e 99, laddove a) sarebbe contraria alle citate norme l’assegnazione dell’opposizione allo stato passivo ad un collegio della “sezione fallimentare”, privo di terzietà e imparzialità rispetto al giudice delegato che faceva parte di essa, oltre che rispetto al curatore, “organo amministrativo controllato dallo stesso giudice delegato”; b) il decreto conterrebbe una motivazione irrazionale e illogica, relativamente alla valutazione dei mezzi di prova, perché si riconoscerebbe data certa alla nomina a direttore generale ma non alla lettera d’incarico e alle fatture che vi si collegavano inevitabilmente, oltre alle mail interne; c) sarebbe illogico e irrazionale il diniego della prova orale a fronte degli indizi documentali predetti, in violazione dell’art. 116 c.p.c., che rimette la valutazione dei mezzi probatori al prudente apprezzamento del giudice, secondo criteri di discrezionalità relativa; d) il tribunale ha ulteriormente errato non permettendo la discussione orale davanti al collegio, negando una replica alle illustrazioni difensive finali del curatore con la concessione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali ex art. 190 c.p.c.;

2. con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente – richiamate per relationem le stesse censure poste alla base dell’atto di opposizione (rubricate “Travisamento dei fatti, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione opposta al provvedimento di rigetto della domanda di insinuazione tardiva. Violazione del principio di tutela del diritto alla difesa ed al contraddittorio” (pag. 3) -, aggiunge la “Violazione dell’art. 2396 c.c.” (pag. 3, 16), contestando l’ammissione del credito in chirografo, secondo la originaria proposta del curatore (disattesa dal giudice delegato), poiché il direttore generale è lavoratore subordinato e le sue prestazioni hanno corrispettivo in una retribuzione, dunque meritando il privilegio;

3. il primo motivo sottintende plurime violazioni, distinte e autonome; la conseguente disamina articolata su ciascuna è peraltro accomunata dal medesimo fattore, causativo di una prima ragione d’inammissibilità, per difetto di specificità nel richiamo agli atti del processo, da un canto e assoluta genericità del contrasto giuridico alle affermazioni del tribunale dall’altro; invero, l’esposizione sommaria dei fatti prescritta, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, essendo considerata dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso stesso, deve consistere in una esposizione che garantisca alla Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa decisione impugnata (cfr. Cass. s.u. 11653/2006; Cass. n. 5640 del 2018, in motivazione); la prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (cfr. Cass. s.u. 2602/ 2003);

4. così, e preliminarmente, appare gravemente carente il richiamo in ricorso ai documenti su cui si sarebbe esercitato il contraddittorio, emergendo l’assenza della trascrizione o almeno riassunzione per passi essenziali del loro contenuto, secondo il canone della decisività con cui si menziona il difetto o l’errore di analisi da parte del giudice di merito;

5. muovendo poi dall’asserita violazione della fondamentale disposizione costituzionale – art. 111 Cost. – che sancisce il principio del giusto processo, il motivo è manifestamente infondato, atteso che la L. fallimentare vieta esclusivamente al giudice delegato del fallimento di far parte del collegio che decide in ordine all’opposizione (L. Fall., art. 99, comma 10), prevedendo poi, alla L. Fall., art. 24, che “il tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, qualunque ne sia il valore”; all’interno del tribunale le cause sono poi distribuite tra le varie sezioni secondo le rispettive materie di competenza e in base alle norme tabellari fissate secondo l’ordinamento giudiziario dal C.S.M., derivandone che il giudice delegato e il collegio che decide in ordine all’opposizione allo stato passivo appartengono inevitabilmente alla medesima sezione, quella fallimentare; né la censura, sul punto, oltrepassa una generica deduzione di presunta non terzietà dei giudici del collegio, con accostamenti inferenziali che non si elevano oltre la stessa espressione rappresentativa del sospetto, senza alcun dato storico, alcuna argomentazione a commento critico dell’organizzazione tabellare assunta dall’ufficio e tanto meno indicazione di ipotetiche, per quanto irrilevanti, violazioni (Cass. 19660/2016);

6. quanto alla violazione delle disposizioni di cui agli artt. 134 e 116 c.p.c., le censure possono essere esaminate congiuntamente per identità di contenuto, avanzando doglianze attinenti alla valutazione dei documenti probatori; esse sono inammissibili traducendosi, già per enunciazione e dunque per l’intero, in un tentativo di sottoposizione al giudice di legittimità di valutazioni di merito attinenti, in particolare, alle risultanze delle prove addotte a fondamento della pretesa creditoria, non condividendo nella sostanza la selezione degli elementi, in realtà valutati dal tribunale e coordinati in un unitario convincimento di non raggiungimento della dimostrazione della effettività dell’operato quale direttore del creditore, delle sue mansioni e della correlazione con gli emolumenti rivendicati; in questo senso, va opposto che, per un verso, “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. s.u. 8053/2014); per altro verso, il ricorrente omette di censurare la precisa ratio decidendi con cui il decreto ha negato la opponibilità della data certa al curatore di plurimi documenti, con impossibilità di ricostruire il preteso collegamento con l’unico dotatone, cioè la delibera di nomina, insufficiente in sé ad integrare il titolo del credito concorsuale, né integrabile mediante prova orale motivatamente disattesa;

7. va allora ripetuto che “il curatore deve considerarsi terzo rispetto al rapporto giuridico posto a base della pretesa creditoria fatta valere con l’istanza di ammissione, conseguendone l’applicabilità della disposizione contenuta nell’art. 2704 c.c. e la necessità della certezza della data nelle scritture allegate come prova del credito” (Cass. s.u. 4213/2013); inoltre, “in sede di accertamento dello stato passivo, ai fini dell’opponibilità al fallimento di un credito documentato con scrittura privata non avente data certa, mediante la quale voglia darsi la prova del momento in cui il negozio è stato concluso, il creditore può dimostrare la certezza della data attraverso fatti, quali che siano, equipollenti a quelli previsti dall’art. 2704 c.c., ivi compresa la documentazione proveniente dalla società in bonis, ove tale documentazione sia idonea allo scopo” (Cass. 23582/2017, 18938/2016), ma “con il limite del carattere obiettivo del fatto, il quale non deve essere riconducibile al soggetto che lo invoca e deve essere, altresì, sottratto alla sua disponibilità” (Cass. 4509/2018); per altro verso, avendo il decreto dato conto del rigetto della prova orale per genericità, della circostanza del difetto di data certa di altri documenti e qui emergendo la omessa contestazione specifica di tale ratio decidendi, impugnata per generica illogicità, si ribadisce che “l’omessa ammissione della prova testimoniale o di altra prova può essere denunciata per cassazione solo nel caso in cui essa abbia determinato l’assenza di motivazione su un punto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa ovvero non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito” (Cass. 27415/2018);

8. la censura avente ad oggetto la violazione della L. Fall., artt. 98 e 99, e con cui il ricorrente lamenta il rigetto delle richieste di discussione orale e assegnazione del termine per il deposito di memorie conclusionali è inammissibile; essa difetta di ogni specificità laddove, come visto, non riporta il contenuto delle istanze, precisandone la pertinenza rispetto al contraddittorio sviluppato tra le parti e, soprattutto, la decisività con cui la lamentata e peraltro assai generica violazione avrebbe inciso sull’attività difensiva; né il mero richiamo agli istituti del codice di rito appare in sé sufficiente enunciazione critica per poter predicare la autosufficienza del motivo, a confronto di una ricostruzione avversata ed alternativa dell’istituto, quale letta ed applicata dal tribunale; in tema, vige il principio per cui nel giudizio di opposizione allo stato passivo, integralmente disciplinato dalla L. Fall., art. 99, non ricorre alcuna dovuta concessione dei termini di cui all’art. 183 c.p.c., comma 6, e, in particolare, di quello indicato al n. 2 della menzionata disposizione, previsto solo per consentire la replica e la richiesta di mezzi in conseguenza di domande ed eccezioni nuove della parte convenuta, laddove l’onere di provare il fondamento della domanda prescinde da ogni eccezione di controparte; né può invocarsi la violazione del diritto di difesa per la mancata concessione del termine per memorie conclusive ai sensi della L. Fall., art. 99, comma 11, che può essere accordato, o meno, dal tribunale in base ad una valutazione discrezionale, avuto riguardo all’andamento del giudizio, che potrebbe anche rendere superflua un’appendice scritta (Cass. 5596/2017);

9. riqualificando infine il secondo motivo di ricorso nei termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, il ricorrente sembrerebbe lamentare la mancata analisi del motivo di opposizione concernente la violazione dell’art. 2396 c.c. da parte del giudice delegato, il quale avrebbe errato a disconoscere al credito in questione natura privilegiata posto che il ricorrente era titolare di un diritto ai compensi in qualità di lavoratore subordinato della società; si tratta di doglianza inammissibile, posto che la condotta del giudice è conseguente al mancato accoglimento dei motivi di censura concernenti l’esclusione in sé della pretesa creditoria dallo stato passivo, derivandone, anche in questa sede, l’assorbimento della questione posta;

il ricorso va dunque rigettato, con condanna alle spese secondo il principio della soccombenza e liquidazione come meglio in dispositivo, nella sussistenza dei presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, liquidate in Euro 4.500 oltre ad Euro 100 per rimborso, alla misura forfettaria del 15% sul compenso e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2021

 

 

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