Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26914 del 14/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 14/12/2011, (ud. 07/11/2011, dep. 14/12/2011), n.26914

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.P., domiciliato per legge in Roma, alla Piazza Cavour,

presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, unitamente

all’avv. MARRA Alfonso Luigi, dal quale è rappresentato e difeso in

virtù di procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro

p.t., domiciliato per legge in Roma, alla Via dei Portoghesi n. 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, dalla quale è

rappresentato e difeso;

– controricorrente –

avverso il decreto della Corte di Appello di Napoli depositato il 29

marzo 2010.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 7

novembre 2011 dal Consigliere Dott. Guido Mercolino;

udito il Pubblico Ministero, in persona de Sostituto Procuratore

Generale Dott. VELARDI Maurizio, il quale ha concluso per il rigetto

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con decreto del 29 marzo 2010, la Corte di Appello di Napoli ha accolto la domanda di equa riparazione proposta da P.P. nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze per la violazione del termine di ragionevole durata del processo, verificatasi in un giudizio dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per la Campania, promosso dall’istante nei confronti della Regione Campania per l’annullamento di una delibera con cui era stato disposto il recupero di somme precedentemente erogate a titolo di trattamento economico.

Premesso che il giudizio presupposto, iniziato con ricorso depositato il 3 agosto 1999, era ancora pendente, la Corte ne ha determinato la ragionevole durata in tre anni, avuto riguardo alla non particolare complessità della controversia, e, tenuto conto della mancata adozione da parte dell’istante di qualsiasi iniziativa volta a sollecitarne la definizione, nonchè della natura collettiva del ricorso, ha liquidato equitativamente il danno non patrimoniale in complessivi Euro 3.000,00.

2. – Avverso il predetto decreto l’istante propone ricorso per cassazione, articolato in dodici motivi, illustrati anche con memoria. Il Ministero resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con i primi cinque motivi d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 e dell’art. 1 e art. 6, par. 1, della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, nonchè l’omessa, insufficiente, contraddittoria o incongrua motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, osservando che, nella liquidazione del danno non patrimoniale, la Corte d’Appello si è discostata dagli standards europei, senza fornire un’adeguata motivazione, avendo conferito rilievo alla natura collettiva del ricorso, non incidente sul patema d’animo connesso al protrarsi della vicenda processuale, ed avendo ridotto l’indennizzo in misura irragionevolmente superiore a quella consentita dalla valutazione della modestia della posta in gioco e dell’inerzia della parte.

2. – Le censure, che vanno esaminate congiuntamente in quanto attinenti alla comune tematica della liquidazione dell’indennizzo, sono fondate.

Questa Corte ha affermato ripetutamente che il giudice nazionale, se da un lato non può ignorare, nella liquidazione del ristoro dovuto per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, i criteri applicati dalla Corte EDU, dall’altro può apportarvi le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda, purchè motivate e non irragionevoli. E’ stato tuttavia precisato che, ove non emergano elementi concreti in grado di far apprezzare la peculiare rilevanza del danno non patrimoniale, l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattivi di un danno e non indebitamente lucrativa comporta, alla stregua della più recente giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che la quantificazione di tale pregiudizio dev’essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a Euro 1.000,00 per quelli successivi, in quanto l’irragionevole durata eccedente il periodo indicato comporta un evidente aggravamento del danno (cfr. Cass., Sez. 1, 30 luglio 2010, n. 17922; 14 ottobre 2009, n. 21840).

Tali criteri non appaiono puntualmente applicati nel decreto impugnato, con il quale la Corte d’Appello ha riconosciuto al ricorrente, in relazione all’accertato ritardo di cinque anni e nove mesi nella definizione del giudizio presupposto, un indennizzo complessivo di Euro 3.000,00, pari ad Euro 460,00 circa per anno, in tal modo operando una consistente riduzione rispetto ai parametri elaborati dalla Corte EDU, che non trova adeguata giustificazione negli elementi posti a fondamento della decisione.

2.1. – E’ pur vero, infatti, che, in tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo amministrativo, e con riferimento alla disciplina anteriore all’entrata in vigore del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, convertito in L. 6 agosto 2008, n. 133, che ha subordinato la proponibilità della relativa domanda all’avvenuta proposizione dell’istanza di cui al R.D. 17 agosto 1907, n. 642, art. 51, la giurisprudenza di legittimità, pur escludendo che la decorrenza del predetto termine possa subire ostacoli o slittamenti in relazione alla mancata presentazione dell’istanza di prelievo, dal momento che nessuna disposizione ne prevedeva l’obbligo, ha ritenuto che l’inerzia della parte possa incidere sulla liquidazione dell’indennizzo, nella misura in cui appaia sintomatica di uno scarso interesse alla decisione della controversia, tale da giustificare un ridimensionamento del patema d’animo connesso alla perdurante incertezza in ordine all’esito del giudizio (cfr. Cass., Sez. 1^, 20 gennaio 2011. n. 1359; 18 giugno 2010. n. 14753; 16 novembre 2006, n. 24438). La valutazione di tale comportamento, pur consentendo al giudice di merito di discostarsi in senso peggiorativo dai parametri elaborati dalla Corte EDU, non legittima tuttavia il riconoscimento di un importo irragionevolmente inferiore a quello risultante dall’applicazione dei predetti criteri, dal momento che la liquidazione di un indennizzo poco più che simbolico o comunque manifestamente inadeguato contrasterebbe con l’esigenza, posta a fondamento della L. n. 89 del 2001, di assicurare un serio ristoro al pregiudizio subito dalla parte per effetto della violazione dell’art. 6 della CEDU (cfr. Cass., Sez. 1^, 6 giugno 2011, n. 12173).

Tanto meno la predetta riduzione può trovare giustificazione nella circostanza che il ricorso al giudice amministrativo sia stato avanzato da una pluralità di attori, in quanto la proposizione della domanda in forma collettiva e indifferenziata può comportare un ridimensionamento del danno patrimoniale, in ragione della più limitata incidenza delle spese processuali, ma non vale certamente a trasferire sul gruppo, come entità amorfa, e quindi a neutralizzare situazioni di angoscia o patema d’animo riferibili specificamente a ciascun singolo consorte in lite (cfr. Cass., Sez. 1^, 29 marzo 2011, n. 7148; 20 novembre 2008. n. 27610).

3. – L’accoglimento delle predette censure, comportando la caducazione del decreto impugnato anche nella parte concernente il regolamento delle spese processuali, rende superfluo l’esame degli ulteriori motivi, con cui il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 91 e 92 cod. proc. civ., della L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 24, della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6, par. 1, della CEDU, nonchè l’omessa, insufficiente, contraddittoria o incongrua motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, osservando che, nella liquidazione delle spese, la Corte d’Appello non ha tenuto conto della natura contenziosa del procedimento e si è comunque discostata immotivatamente dalle tariffe professionali vigenti e dalla nota specifica da lui depositata.

4. – Il decreto impugnato va pertanto cassato, e, non risultando necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., comma 2, con il riconoscimento in favore del ricorrente di un indennizzo che, avuto riguardo all’accertato ritardo nella definizione del giudizio presupposto ed ai parametri elaborati dalla Corte EDU, può essere quantificato complessivamente in Euro 4.400,00, oltre interessi legali con decorrenza dalla data di proposizione della domanda.

5. – Le spese di entrambi i gradi di giudizio seguono la soccombenza, e si liquidano come dal dispositivo, con attribuzione al procuratore dichiaratosi anticipatario.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato, e, decidendo nel merito, condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento in favore di P.P. della somma di Euro 4.400,00, oltre interessi legali dalla domanda, nonchè al pagamento delle spese processuali, che si liquidano per il giudizio di merito in complessivi Euro 928,00, ivi compresi Euro 450,00 per onorario, Euro 378,00 per diritti di avvocato ed Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge, e per il giudizio di legittimità in complessivi Euro 615,00, ivi compresi Euro 565,00 per onorario ed Euro 50,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge, con distrazione in favore dell’avv. Alfonso Luigi Marra, antistatario.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 7 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2011

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