Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26897 del 26/11/2020

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2020, (ud. 17/11/2020, dep. 26/11/2020), n.26897

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – rel. Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

M.A., rappr. e dif. dagli avv. Andrea Magno,

magno.andrea.oravta.legalmail.it, elett. dom. presso lo studio del

Dott. Alfredo Placidi, in Roma, via Cosseria n. 2, come da procura a

margine dell’atto;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione, in persona del

cur.fallim. p.t., rappr. e dif. dall’avv. Giuseppe Adeo Ostilio,

elett. dom. in Roma, presso lo studio di questi, in via Po n. 16/v

(studio avv. Sabrina Pizzicaria), come da procura a margine

dell’atto;

– controricorrente –

per la cassazione del decreto Trib. Taranto 29.3.2017, n. 901/2017,

rep. 1021/17, in R.G. 2189/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 17 novembre 2020 dal Presidente relatore Dott. Massimo Ferro.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. M.A., avvocato già con incarico di commissario giudiziale e liquidatore nel concordato preventivo della società (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione, poi risolto e con fallimento della società (FALLIMENTO), impugna il decreto Trib. Taranto 29.3.2017, n. 901/2017, rep. 1021/17, in R.G. 2189/2014 che, a seguito della riassunzione del giudizio dopo Cass. n. 2956/2014 che aveva accolto il suo ricorso (contro analogo provvedimento del medesimo tribunale), gli ha liquidato Euro 173.265,08 per le citate funzioni, inclusive di esborsi, compensi e forfait sulle spese generali, oltre ad IVA e CAP, rilevando che al professionista istante erano stati già corrisposti, per la stessa causale, 152.144,90 Euro;

2. ha premesso il tribunale che il concordato preventivo con cessione dei beni era rimasto pendente dal luglio 1993 sino alla sua risoluzione dell’aprile 2006 e che spettavano al professionista due distinti compensi;

3. il tribunale ha così ritenuto che: a) per le attività di commissario giudiziale, “svolte diligentemente”, in base alla tariffa in vigore e cioè il D.M. 28 luglio 1992, n. 570, art. 5 e tenuto conto dell’attivo e del passivo, spettavano compensi medi pari a 94.645,29 Euro (62.883,69 + 31.761,60); b) per le attività di liquidatore giudiziale, svolte “con risultati apprezzabili”, a norma dell’art. 1 D.M. cit., erano attribuiti Euro 66.774,24, tenuto conto dell’attivo realizzato secondo il conto della gestione, senza conteggiare un’operazione d’incasso avvenuta solo dopo, con il fallimento; c) infine, la liquidazione doveva includere nella misura del 5% il rimborso forfettario delle spese generali sui compensi, oltre ad accessori e rimborsi di spese vive, pari a quelle risultanti dalle annotazioni contabili (Euro 3.715,17); d) le spese del procedimento venivano nel complesso compensate, tenuto conto della novità della questione e della misura della statuizione del provvedimento originario, pur cassato con rinvio;

4. il ricorrente deduce in due motivi: a) la violazione del D.M. n. 570 del 1992, art. 5 avendo il tribunale circoscritto la liquidazione e correlato ad essa gli acconti ricevuti, per le attività di commissario giudiziale, solo con riguardo alla fase concordataria giunta sino all’omologazione, senza considerare la fase a quella successiva ed invece detraendo acconti che si riferivano alla prima; b) violazione degli artt. 91-92 c.p.c., avendo errato il tribunale ove ha escluso che il provvedimento cassato dalla citata sentenza avesse pregiudicato le ragioni del ricorrente e ha affermato la novità di un questione che tale non era;

5. il fallimento si è costituito con controricorso; il ricorrente ha

depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. il primo motivo è inammissibile; la questione del cd. raddoppio del compenso in capo al commissario giudiziale è stata affrontata nella giurisprudenza di legittimità sin da Cass. s.u. 4670/1997 per la quale “il sindacato del giudice ordinario sull’atto amministrativo, ai soli fini della sua disapplicazione al caso concreto, non è limitato alla mera violazione di legge, ma si estende anche all’accertamento del vizio di eccesso di potere, non comportando tale controllo l’esame delle ragioni di opportunità e di merito (rientranti nei poteri della P.A., incensurabili da parte dell’A.G.O.), bensì l’accertamento circa il rispetto di quei criteri generali ed astratti che debbono presiedere all’esercizio dei poteri peculiari della P.A. Pertanto, l’atto amministrativo può essere legittimamente disapplicato dal giudice ordinario per dedotta violazione dell’art. 3 Cost., che, costituendo un principio generale di diritto condizionante l’intero ordinamento nella sua obiettiva struttura ed esprimendo un generale canone di coerenza dell’ordinamento normativo, individua proprio l’eccesso di potere dell’organo amministrativo, il quale, se non si uniforma a tale principio, finisce per eccedere i limiti della propria competenza (nella specie, la S.C., sulla stregua dell’enunciato principio, ha confermato il provvedimento del giudice del merito che aveva disapplicato la norma regolamentare di cui al D.M. n. 570 del 1992, sulla liquidazione del compenso al commissario giudiziale alla procedura di concordato preventivo, ritenendolo posto in violazione dell’art. 3 Cost.)”;

2. ad essa sono seguite altre pronunce (Cass. 7147/1997, 10745/1998, 3691/2000, 693/2001), del tutto conformi al principio per cui “al commissario liquidatore non possono riconoscersi i compensi aggiuntivi previsti dal D.M. n. 570 del 1992, art. 5, comma 2 per l’attività di controllo della liquidazione (nel concordato con cessione dei beni) ovvero di adempimento del concordato (in quello con garanzia, o misto), sicchè al predetto organo, previa disapplicazione della norma in parola (per violazione dell’art. 3 della Carta fondamentale), va riconosciuto un unico compenso relativo all’intera durata della procedura e commisurato ai parametri stabiliti dal citato D.M. n. 570 del 1992, medesimo art. 5, comma 1” (Cass. 16987/2004);

3. e ancor più di recente si è precisato che detto orientamento “risulta oggi integralmente recepito dal D.M. 25 gennaio 2012, n. 30, attualmente vigente, il quale dispone, all’art. 5, comma 1 che nel concordato preventivo in cui siano previste forme di liquidazione dei beni, spetta al commissario giudiziale “anche per l’opera prestata successivamente all’omologazione, il compenso determinato con le percentuali di cui all’art. 1, comma 1, sull’ammontare dell’attivo realizzato dalla liquidazione e di cui all’art. 1, comma 2, sull’ammontare del passivo risultante dall’inventario redatto ai sensi del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 172” (Cass. 16856/2017);

4. quanto premesso determina altresì la carenza d’interesse con riguardo alla doglianza concernente la relazione degli acconti percepiti dal professionista rispetto alle due funzioni esercitate, posto che la liquidazione alfine adottata dal tribunale ha distinto i compensi e tuttavia l’emolumento definitivo con le due somme è riconosciuto alla stessa persona, apparendo pertanto del tutto corretto uno scomputo dei primi dalle seconde con effetti di mero conteggio retributivo pratico;

5. il secondo motivo è inammissibile, poichè se è vero che all’esito del primo giudizio di cassazione l’odierno ricorrente era vincitore, il tribunale ha pur tuttavia motivato la compensazione delle spese sul dato storico, apprezzato in fatto e non sindacabile in questa sede (Cass. s.u. 8053/2014), del modesto reale scostamento fra quanto prima corrisposto (a seguito del decreto cassato) e la misura complessiva di quanto già riconosciuto in cospicuo e, per definizione, assai anticipato, acconto, così trovando giustificazione l’applicazione della regola ora contestata sulle spese; a ciò si aggiunga la peculiarità della controversia, per come la stessa decisione di Cass. 2956/2014 non ha mancato di sottolineare, ove la spettanza dei compensi distinti poteva operare in quanto effetto di nomine pregresse rispetto all’indirizzo che ne ravvisava invece la preclusione al cumulo, per difetto delle condizioni minimali ed efficienti del controllo sulla gestione, di per sè incompatibili quando attribuite al medesimo professionista (Cass. 1237/2013);

6. il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile, con ogni statuizione condannatoria avendo riguardo al principio della soccombenza; si dà atto inoltre della sussistenza dei presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in favore del controricorrente in Euro 3.900, per compensi ed Euro 100 per esborsi, oltre al rimborso forfettario nella misura del 15% e agli oneri accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, giusta dello stesso art. 13, il comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 17 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2020

 

 

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