Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26871 del 04/10/2021

Cassazione civile sez. I, 04/10/2021, (ud. 10/09/2021, dep. 04/10/2021), n.26871

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5356/2017 proposto da:

Fiam Italia S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via di S’Angela Merici n. 96,

presso lo studio dell’avvocato Panzarola Andrea, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Casucci Giovanni F., giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Reflex S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

Società Vetraria Biancadese S.a.s., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliate in Roma, Via

XX Settembre n. 3, presso lo studio dell’avvocato Sassani Bruno N.,

che le rappresenta e difende unitamente agli avvocati Franzosi

Mario, Stein Anna Maria, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4201/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 14/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/09/2021 dal Cons. Dott. TERRUSI FRANCESCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Fiam Italia s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, in cinque motivi, illustrati da memoria, contro la sentenza della corte d’appello di Milano in data 14 novembre 2016.

Questa sentenza, per la parte che rileva, ha respinto il gravame della medesima Fiam Italia nei confronti della decisione del tribunale della stessa città, sezione specializzata in materia d’impresa, che aveva quantificato in 180.000,00 Euro, il danno sofferto dalle società Vetraria Biancadese e Reflex quali, rispettivamente, titolare e licenziataria del brevetto su modello ornamentale installato su un tavolo denominato “(OMISSIS)”, in conseguenza della contraffazione dovuta alla messa in commercio da parte di Fiam Italia del tavolo denominato “(OMISSIS)” – contraffazione accertata con sentenza parziale del 18 maggio 2012, passata in giudicato.

Le società intimate hanno replicato con unico controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

I. – Col primo mezzo la ricorrente denunzia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza in ordine all’oggetto della protezione conferita, e all’identificazione del corrispondente diritto.

Il motivo è inammissibile perché, a tacere di altre considerazioni, confezionato sulla base del testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non più vigente quanto ai giudizi come quello in esame, in cui la sentenza d’appello è successiva al D.L. n. 83 del 2012.

Nella distinta prospettiva del testo attuale della norma è essenziale constatare che non risulta specificato, nell’ambito dell’illustrazione del motivo, quale sia il fatto storico decisivo (v. Cass. Sez. U. n. 8053-14) che nella motivazione della corte d’appello sarebbe stato omesso.

La circostanza alla quale allude il motivo, ripresa pure in memoria, e cioè se l’oggetto della privativa coincidesse con un modello ornamentale, che protegge esclusivamente l’aspetto estetico di un prodotto, o con un modello di utilità o un brevetto per invenzione, che al contrario conferiscono una tutela sulla soluzione tecnica rivendicata, identifica direttamente l’oggetto dell’accertamento, e investe dunque (inammissibilmente) il merito della valutazione giudiziale.

II. – Col secondo mezzo, deducendo la violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., la ricorrente censura la sentenza per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, stante l’accertamento della violazione di un modello di utilità anziché, come si sarebbe dovuto, di un modello ornamentale quale quello azionato ex adverso.

Il motivo è inammissibile.

Si determina violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato nell’ipotesi in cui il giudice del merito sostituisca (per quanto qui interessa) la causa petendi dedotta dall’attore con una differente, fondata su un fatto diverso da quello posto a fondamento della domanda (da ultimo Cass. n. 9255-21).

Questo perché il principio, previsto dall’art. 112 c.p.c., implica il divieto di attribuire alla parte un bene non richiesto, o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda. Sicché esso è violato ogni qualvolta il giudice interferisca nel potere dispositivo delle parti, alterando alcuno degli elementi identificativi dell’azione (il petitum o la causa petendi), attribuendo o negando ad alcuno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno implicitamente, nella domanda.

Ciò sta a significare che è sotteso alla norma il divieto di pronunciare “su un’azione diversa” da quella espressamente proposta, al punto che è inibito al giudice, con riferimento alla causa petendi, basare la decisione su fatti costitutivi diversi da quelli dedotti ponendo a fondamento della domanda un titolo nuovo e difforme da quello indicato dalla parte.

Niente di tutto questo è dedotto nel caso di specie, avendo la ricorrente sostenuto, in consecuzione con quanto lamentato nel primo motivo, che vi sarebbe stato da parte della corte d’appello un travisamento del contenuto della sentenza di primo grado, tale da indurla a concludere che il diritto di privativa consistesse in un modello con soluzione tecnica, anziché in un semplice modello ornamentale.

L’eventualità di un errore interpretativo su tale profilo, ove anche esistente, non determina alcuna influenza sul tipo di azione proposta, e dunque non integra – né minimamente può integrare – un vizio rilevante nell’ottica dell’art. 112 c.p.c..

III. – Col terzo motivo la ricorrente, deducendo la violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 121, comma 5, del codice della proprietà industriale (c.p.i.), si duole della ritenuta ammissibilità della avversa produzione documentale relativa alla prova del danno, fatta direttamente in sede di c.t.u. oltre le preclusioni istruttorie, e della valutazione di essa da parte del consulente.

Il motivo è inammissibile per difetto di specificità, e tanto conduce il collegio a non affrontare la pur significativa problematica da esso posta in astratto.

La ricorrente ha omesso di indicare, in vero, a quali documenti abbia inteso riferire la censura, e in qual senso codesti asseriti documenti siano stati considerati decisivi nell’ottica della determinazione del danno risarcibile.

Non rileva quindi che il mezzo intercetti – in astratto – la questione attualmente pendente dinanzi alle Sezioni unite della Corte sulla natura giuridica della nullità della consulenza tecnica d’ufficio (che l’impugnata sentenza riferisce dedotta solo in appello) e sul conseguente rilievo officioso o su istanza di parte della stessa (ord. interi. n. 8924-21 e n. 9811-21).

Né interessa l’ulteriore seria questione che la regiudicanda verrebbe a porre rispetto a quanto ritenuto dalla corte d’appello di Milano, a proposito della prevalenza da accordare in casi simili all’art. 121, comma 5, c.p.i. rispetto alle previsioni del codice di procedura, per gli obiettivi di un’esegesi estensiva della citata norma motivata dall’essere la “materia di cui al presente codice” (così l’art. 121) comprensiva non solo dell’ambito dell’azione brevettuale propriamente intesa, ma anche di quello dell’azione risarcitoria consequenziale. Codesta affermazione, criticata dalla ricorrente, pone un problema per lo meno in parte nuovo, giacché una sola decisione è stata fin qui adottata in sede di legittimità con diretto riferimento all’art. 121 del c.p.i., ma senza incidenza diretta sul profilo dell’azione risarcitoria (Cass. n. 31182-18). Resta tuttavia inteso che il difetto di specificità della censura dispensa il collegio dalla necessità di affrontarlo nell’ottica dell’attuale ricorso.

IV. – Col quarto mezzo è dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 126 c.p.i. nella parte in cui è stata ritenuta possibile la pubblicazione della sentenza sul quantum debeatur, a fronte della possibilità di pubblicazione delle sole sentenze accertative della contraffazione.

Il motivo è inammissibile poiché la corte d’appello, svolgendo l’esegesi della decisione di primo grado, ha affermato che la pubblicazione doveva intendersi come già disposta dal tribunale. E nuovamente l’attuale motivo, nel dire semplicemente il contrario, non soddisfa il requisito di autosufficienza.

V. – Infine col quinto mezzo la ricorrente denunzia la violazione o falsa applicazione dell’art. 1226 c.c. e art. 125 c.p.i. per mancata applicazione, ai fini del risarcimento, del criterio della royalty ragionevole, di per sé fondata su dati certi a disposizione del c.t.u., in favore della valutazione equitativa.

Il motivo è inammissibile.

L’argomentazione alla quale il mezzo è affidato si sostanzia in una critica del ragionamento di merito, essendosi la corte d’appello legittimamente determinata a utilizzare la valutazione equitativa del lucro cessante.

Come esattamente obiettato dalle controricorrenti, nessuna norma sancisce la prevalenza del criterio della royalty ragionevole su quello di matrice generale equitativa.

L’esercizio in concreto del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità, quando la motivazione della decisione dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà indicando il processo logico e valutativo seguito (ex aliis Cass. n. 24070-17, Cass. n. 509016).

VI. – Le spese processuali seguono la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, che liquida in 6.200,00 Euro, di cui 200,00 Euro, per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella massima percentuale di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello relativo al ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2021

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