Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2686 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. II, 28/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 28/01/2022), n.2686

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8532/2017 proposto da:

IMMOBILIARE CA’ DEL CONSOLE DI S.G., rappresentata e

difesa dall’Avvocato GIANCARLO TONETTO, e dall’Avvocato GIANDOMENICO

DE FRANCESCO, per procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

T.O., rappresentato e difeso dall’Avvocato MAURO

PIZZIGATI, e dall’Avvocato LUIGI MANZI, per procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la SENTENZA N. 2128/2016 della CORTE D’APPELLO DI VENEZIA,

depositata il 26/9/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 7/12/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.1. La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, in riforma di quella impugnata, pronunciando in una controversia introdotta con atto di citazione del 22/4/2003, ha condannato S.G., quale titolare dell’impresa individuale “Cà del Console”, al pagamento, in favore dell’appellante T.O., della somma di Euro 9.888,67, oltre accessori e spese preventivo accettato e/o approvato dalla committente per “le variazioni dei lavori verbalmente concordate”, ha osservato come fosse “un dato di fatto”, perché appurato dalla consulenza tecnica d’ufficio, che lavori “diversi” da quelli inizialmente stabiliti, ivi comprese opere “ulteriori”, erano stati eseguiti, e che, alla luce delle prove raccolte, l’impresa committente non solo aveva accettato per facta concludentia gli ulteriori preventivi predisposti dall’appaltatrice ma era anche consapevole che “le opere aggiuntive concordate erano state realizzate e che vi sarebbe stato un saldo da corrispondere all’impresa appaltatrice”.

1.3. La corte, inoltre, evidenziata la conseguente necessità di verificare, attraverso una consulenza tecnica d’ufficio, “quali sia stati i lavori non previsti dal preventivo dd. 02.04.2002” e di determinare “il valore degli stessi ai prezzi allora vigenti”, ha ritenuto che, a fronte delle dichiarazioni rese dai testimoni escussi, “attendibili e prive di contraddizioni”, era risultato provato che “la centrale termica fu realizzata su progetto della parte appellante”, essendo poco probabile, come osservato dal consulente tecnico d’ufficio, che un impianto di tal fatta non abbia avuto un progetto di base, quanto meno per il montaggio.

1.4. La corte, quindi, dopo aver evidenziato che l’appellante avesse il diritto di ottenere il pagamento del corrispettivo anche per l’attività di progettazione e di realizzazione della centrale termica, ha provveduto a determinare, alla luce della consulenza tecnica d’ufficio, il compenso spettante all’impresa appaltatrice per le opere eseguite nella somma complessiva di Euro 39.138,67, oltre IVA, per cui, detratti gli acconti versati per Euro 29.250,00, ha condannato la committente al pagamento della somma residua di Euro 9.888,67, otre accessori.

1.5. La corte, infine, rigettata la domanda con la quale la committente aveva chiesto la condanna dell’appaltatrice al risarcimento dei danni per il ritardo nella consegna e per i vizi e difetti dell’opera, ha ritenuto che l’appellata, in quanto “totalmente soccombente”, era tenuta al pagamento delle spese maturate in entrambi i gradi di giudizio.

2.1. S.G., quale titolare dell’impresa individuale “Cà del Console”, con ricorso notificato il 24/3/2017, ha chiesto, per quattro motivi, la cassazione della sentenza, dichiaratamente non notificata.

2.2. T.O. ha resistito con controricorso notificato il 2/5/2017 e depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea applicazione di norme di diritto e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto, in fatto, che, nonostante la mancata produzione da parte dell’appellante di un successivo preventivo accettato e/o approvato dalla committente per le variazioni di lavori verbalmente concordate, lavori “diversi” rispetto a quelli inizialmente stabiliti, ivi comprese opere “ulteriori”, erano stati eseguiti, e che, alla luce delle prove raccolte, l’impresa committente non solo aveva accettato per facta concludentia gli ulteriori preventivi predisposti dall’appaltatrice ma era anche consapevole che “le opere aggiuntive concordate erano state realizzate e che vi sarebbe stato un saldo da corrispondere all’impresa appaltatrice”.

3.2. Così facendo, tuttavia, ha osservato il ricorrente, la corte d’appello non ha considerato che, in realtà, dai documenti prodotti in causa, dall’istruttoria orale svolta in primo grado e dalle critiche mosse dall’appellante alla decisione del tribunale non si rinveniva alcuna prova di opere e forniture diverse da quelli previsti nell’unico preventivo concordato tra le parti e di quelli effettivamente richiesti in variante dal committente. Non era stata dimostrata, infatti, ha osservato il ricorrente, la sussistenza del maggior credito reclamato dall’appellante per asseriti ma in realtà mai eseguiti lavori aggiuntivi rispetto a quelli pattuiti con il preventivo del 2/4/2002, che prevedeva opere e forniture a fronte delle quali e di alcune varianti richieste in corso d’opera la committente ha versato un importo di gran lunga superiore rispetto a quello inizialmente concordato.

3.3. Le censure che l’appellante ha mosso alla statuizione di primo grado non trovavano, quindi, alcun riscontro nell’istruttoria svolta dal tribunale, limitandosi alla riproposizione delle difese già svolte in prime cure senza alcuna critica alla sentenza del tribunale, per cui il gravame era di tale genericità che avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

3.4. La committente, del resto, ha aggiunto il ricorrente, non ha mai raggiunto accordi diversi e difformi rispetto al primo preventivo, ad eccezione di alcune modeste varianti, né ha accettato i nuovi preventivi predisposti dall’appaltatrice, i quali comunque non provano l’effettiva esecuzione di quanto descritto in quelle scritture. Non v’era, quindi, alcuna ragione perché la corte d’appello disponesse una consulenza tecnica d’ufficio per ricercare la prova di lavori e di forniture ulteriori delle quali non vi era alcun riscontro nell’istruttoria svolta innanzi al tribunale.

3.5. La corte d’appello, invece, ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio, “decisamente esplorativa” e non coordinata con il principio devolutivo, che, a distanza di oltre dieci anni dai fatti e con la radicale modifica dello stato dei luoghi e degli impianti eseguiti dal T., avrebbe dovuto individuare le opere ulteriori che lo stesso non ha mai provato di aver eseguito.

3.6. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea applicazione di norme di diritto e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che l’appaltatrice avesse il diritto al pagamento di un ulteriore corrispettivo per la realizzazione della centrale termica sul rilievo che, come osservato dal consulente tecnico d’ufficio, era poco probabile che un impianto di tal fatta non avesse avuto un progetto di base, quanto meno per il montaggio, senza, tuttavia, considerare che i discutibili ed incerti riscontri probatori utilizzati riferiscono unicamente di un progetto e non già della realizzazione di un impianto. Non si comprende, in effetti, ha aggiunto la ricorrente, come la corte d’appello, nonostante il consulente tecnico d’ufficio avesse correttamente rilevato che, con riguardo al montaggio dell’impianto di termocondizionamento, nulla era stato possibile accertare visto che lo stato dei luoghi era completamente mutato e che non erano state reperite specifiche e complete fatture di acquisto dei materiali, attrezzature e macchine montati nel cantiere, abbia finito, poi, aderendo alle conclusioni svolte dal consulente in via presuntiva, per riconoscere all’appellante, in relazione all’impianto di termocondizionamento, un compenso, senza, peraltro, neppure chiarire se era aggiuntivo al preventivo o se era sostitutivo rispetto a quello.

3.7. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea applicazione di norme di diritto e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha determinato, sulla base dei costi di esecuzione, il compenso spettante all’appaltatrice per le opere commissionate e realizzate dalla stessa avendo riguardo alle conclusioni esposte sul punto dal consulente tecnico d’ufficio, senza, tuttavia, nulla scrivere sulle osservazioni svolte dall’appellato, né spiegare in che modo le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio siano state coordinate con quanto pattuito nel preventivo del 2/4/2002 e quanto versato in più dallo S. rispetto al preventivo stesso proprio in ragione delle varianti riscontrate.

3.8. Il consulente, del resto, ha determinato le opere extra-preventivo in Euro 3.504,24 senza, tuttavia, considerare che, se il preventivo prevedeva l’esecuzione di otto bagni ed il compenso di Euro 7.800,00, bastava dividere tale importo per gli otto bagni inizialmente previsti per ottenere il costo unitario per la realizzazione di ciascun bagno, pari ad Euro 975,00, per cui il costo dei due bagni extra preventivo non può che essere quello di Euro 1.950,00 e non quello incomprensibilmente determinato dal consulente tecnico di Euro 3.504,24. Le stesse considerazioni valgono, ha aggiunto il ricorrente, per la voce allestimenti dei sanitari dei bagni, visto che, a fronte di un preventivo di Euro 7.800,00, il consulente ha ritenuto che le opere extra valessero, da sole, Euro 13.780,67, e cioè il doppio di quanto preventivato per la realizzazione di otto bagni completi. Il consulente, del resto, ha operato sulla base di sue inammissibili supposizioni, destituite di qualsivoglia riscontro, anche solo indiziario, in difetto della necessaria documentazione, finendo per accertare, pur in mancanza delle relative prove, i lavori extra preventivo dedotti dall’appellata, vale a dire i fatti posti a fondamento della relativa domanda, il cui onere probatorio, però, incombe sulla parte che l’ha proposta.

4.1. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono inammissibili.

4.2. Intanto, deve escludersi ogni rilievo alla dedotta inammissibilità dell’atto d’appello in quanto generico se non altro perché, ove il ricorrente per cassazione denunci la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., conseguente alla mancata declaratoria di nullità dell’atto di appello per genericità dei motivi, ha l’onere (nella specie inadempiuto) di riportare nel ricorso, a pena d’inammissibilità, i predetti motivi d’appello (cfr. Cass. 29495 del 2020).

4.3. Quanto al resto, rileva la Corte che, in tema di ricorso per cassazione, e’, in effetti, inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione (Cass. n. 8368 del 2020). Giova, al riguardo, ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte (Cass. n. 24414 del 2019), in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (Cass. n. 3340 del 2019).

4.4. Costituisce, del resto, principio pacifico quello secondo cui il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3, dev’essere dedotto, a pena d’inammissibilità del motivo ai sensi dell’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6, non solo con l’indicazione delle norme assuntivamente violate ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendosi alla Corte regolatrice di adempiere al suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione. Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di errori di diritto che non sia accompagnata dalla critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non tramite la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 6259 del 2020; Cass. n. 22717 del 2019; Cass. n. 393 del 2020).

4.5. Il ricorrente, del resto, pur invocando il vizio della violazione di norme giuridiche, ha, in sostanza, invocato un’inammissibile rivalutazione delle risultanze istruttore, proponendo censure che sconfinano con tutta evidenza sul terreno delle mere valutazioni di merito, come tali rimesse alla cognizione dei giudici della precedente fase di giudizio e che possono essere censurate innanzi al giudice di legittimità solo attraverso le ristrette maglie previste dall’art. 360 c.p.c., n. 5, e cioè per l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. E’ noto, infatti, che, per effetto della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo applicabile ratione temporis, quale introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, oggetto del vizio di cui alla citata norma può essere soltanto l’omesso esame circa un “fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti”: il mancato esame, dunque, deve riguardare un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale (e cioè un fatto costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo) oppure un fatto secondario, vale a dire un fatto dedotto ed affermato dalle parti in funzione di prova di un fatto principale (cfr. Cass. n. 16655 del 2011; Cass. n. 7983 del 2014; Cass. n. 17761 del 2016; Cass. n. 29883 del 2017), e non, invece, gli elementi istruttori in quanto tali quando il fatto storico rilevante in causa (vale a dire l’effettiva esecuzione di opere ulteriori e diverse da quelle preventivate e la determinazione del compenso in relazione ad esse maturato) sia stato comunque preso in considerazione, come in effetti è accaduto nel caso di specie, dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass. SU n. 8053 del 2014). La ricorrente, invero, pur avendone l’onere (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), non ha specificamente rappresentato in ricorso i fatti storici, principali ovvero secondari, il cui esame, ancorché risultanti dagli atti del giudizio, sia stato del tutto omesso dal giudice di merito, né, infine, la loro decisività ai fini di una differente pronuncia a lui favorevole, finendo, così, per lamentare, pur a mezzo della denuncia della violazione di norme di legge sostanziale o processuale, la ricognizione dei fatti, asseritamente erronea, che, alla luce delle prove raccolte, hanno operato i giudici di merito, lì dove, in particolare, questi, ad onta delle (asseritamente) diverse emergenze delle stesse, hanno affermato che l’appaltatrice avesse effettivamente eseguito opera ulteriori e diverse da quelle inizialmente commissionate e, determinato il valore delle stesse, residuasse un compenso da pagare per la loro esecuzione.

4.6. La valutazione delle prove raccolte, però, anche se si tratta di presunzioni (Cass. n. 2431 del 2004; Cass. n. 12002 del 2017; Cass. n. 1234 del 2019), costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se non, appunto, per il vizio consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più fatti storici, principali o secondari, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo: rimanendo, pertanto, estranea a tale vizio qualsiasi censura volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato, a norma dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, in esito all’esame del materiale probatorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova. Del resto, come più volte ribadito da questa Corte, in tema di prova, spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, nonché la facoltà di escludere, anche attraverso un giudizio implicito, la rilevanza di una prova, dovendosi ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni (Cass. n. 98 del 2019, in motiv.; Cass. n. 11176 del 2017).

4.7. Il compito di questa Corte, d’altra parte, non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata né quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), dovendo, invece, solo controllare se costoro abbiano dato conto delle ragioni della loro decisione e se il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, non sia stata solo apparente ovvero sia stato contraddittorio o perplesso (cfr. Cass. SU n. 8053 del 2014), e cioè, in definitiva, si sia mantenuto, com’e’ accaduto nel caso in esame, nei limiti del ragionevole e del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.).

4.8. La corte d’appello, in effetti, dopo aver valutato le prove raccolte in giudizio, ha ritenuto, in fatto, con motivazione nient’affatto apparente o perplessa o illogica, innanzitutto, che lavori “diversi” da quelli inizialmente stabiliti, ivi comprese opere “ulteriori”, (come la realizzazione e la progettazione della “centrale termica”), erano stati effettivamente eseguiti ed, in secondo luogo, che il compenso conseguentemente spettante all’impresa appaltatrice per le opere eseguite ammontasse alla somma complessiva di Euro. 39.138,67, oltre IVA, del quale solo una parte era stata pagata. Ed una volta affermato, come la corte ha ritenuto senza che tale apprezzamento sia stato utilmente censurato (nell’unico modo possibile, e cioè, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5) per omesso esame di una o più circostanze decisive emergenti dalla sentenza stessa o dagli atti del giudizio, che l’appaltatrice avesse eseguito opere ulteriori e diverse rispetto a quelle inizialmente preventivate e che residuasse un compenso da pagare all’appaltatore, non si presta, evidentemente, a censure la decisione che la stessa corte ha conseguentemente assunto, e cioè l’accoglimento della domanda proposta dall’attore in quanto volta, appunto, al pagamento del (residuo) compenso maturato (detratti gli acconti ricevuti).

5. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea applicazione di norme di diritto e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, ritenendo che l’appellante fosse totalmente soccombente, l’ha condannato al pagamento delle spese processuali per entrambi i gradi di giudizio, senza, tuttavia, considerare che, in realtà, la domanda proposta dall’appaltatrice è stata accolta per un importo pari ad un quanto della somma inizialmente richiesta e che, dunque, sussistevano le condizioni per una doverosa compensazione delle spese di lite.

6. Il motivo è inammissibile. Non e’, infatti, consentita la doglianza che investe il mancato esercizio del potere di compensazione delle spese, atteso che la relativa valutazione, anche in relazione al riscontro della prevalente soccombenza, è riservata al giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità. Ed, infatti, premesso che alla fattispecie risulta applicabile ratione temporis, la previsione di cui all’art. 92 c.p.c., nella sua originaria formulazione, che dispone che la compensazione delle spese di lite possa avvenire solo se concorrano gravi motivi, vale ricordare che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, in tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta (Cass. n. 9368 del 2014; Cass. n. 2730 del 2012). D’altra parte, anche la valutazione delle proporzioni della soccombenza reciproca e la determinazione delle quote in cui le spese processuali debbono ripartirsi o compensarsi tra le parti, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, che resta sottratto al sindacato di legittimità, non essendo egli tenuto a rispettare un’esatta proporzionalità fra la domanda accolta e la misura delle spese poste a carico del soccombente (Cass. n. 30592 del 2017).

7. Il ricorso dev’essere, quindi, rigettato.

8. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

9. La Corte dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e le spese generali nella misura del 15%; dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

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