Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26855 del 22/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 22/12/2016, (ud. 22/09/2016, dep.22/12/2016),  n. 26855

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 16643 – 2015 R.G. proposto da:

P.F., – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in

Roma, alla via Riccardo Grazioli Lante, n. 16, presso lo studio

dell’avvocato Susanna Chiabotto e dell’avvocato Paolo Bonaiuti che

congiuntamente e disgiuntamente lo rappresentano e difendono in

virtù di procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’ECONOMIA e delle FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

elettivamente domicilia;

– controricorrente –

Avverso il decreto n. 10/2015 della corte d’appello di Perugia,

assunto nel procedimento iscritto al n. 1965/2011 R.G.V.G.;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 22

settembre 2016 dal consigliere dott. Luigi Abete;

Udito l’avvocato Paolo Bonaiuti per il ricorrente.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso alla corte d’appello di Roma depositato in data 4.7.2008 P.F. si doleva per l’irragionevole durata del giudizio introdotto innanzi alla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti con ricorso depositato il 23.10.1984 e definito in primo grado, con sentenza n. 3468/2002, con il rigetto dell’iniziale istanza ed in grado d’appello, con sentenza n. 22/2008, con il rigetto del gravame.

Chiedeva che il Ministero dell’Economia e delle Finanze fosse condannato a corrispondergli un equo indennizzo da quantificarsi in Euro 44.000,00 ovvero nella maggior somma ritenuta di giustizia con interessi e spese del procedimento.

Con decreto dei 21.6.2010/17.6.2011 la corte di Roma dichiarava la propria incompetenza per territorio e la competenza ratione loci della corte d’appello di Perugia.

Riassunto il giudizio, resisteva il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Con decreto n. 10/2015 la corte d’appello di Perugia accoglieva in parte il ricorso e condannava il Ministero resistente a pagare al ricorrente per l’irragionevole durata del giudizio “presupposto” la somma di euro 5.950,00 oltre interessi e spese di lite.

Avverso tale decreto ha proposto ricorso sulla scorta di un unico motivo P.F.; ha chiesto che questa Corte ne disponga la cassazione, eventualmente decidendo nel merito, con ogni susseguente statuizione in ordine alle spese di lite.

Il Ministero dell’ Economia e delle Finanze ha depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 in combinato disposto con l’art. 6 della C.E.D.U..

Deduce che la corte di merito ha erroneamente assunto, ai fini della quantificazione dell’indennizzo, che il giudizio presupposto fosse un giudizio amministrativo; che, viceversa, il giudizio presupposto è stato celebrato dinanzi alla Corte dei Conti, sicchè non può operare il criterio di quantificazione dell’indennizzo utilizzato dalla corte distrettuale; che conseguentemente la corte avrebbe dovuto quantificare l’indennizzo alla stregua degli ordinari parametri, ovvero in misura pari ad Euro 750,00 ed in misura pari ad Euro 1.000,00, rispettivamente, per ciascuno dei primi tre anni di irragionevole durata e per ciascuno degli anni successivi ai primi tre.

Il ricorso è fondato e va accolto nei limiti che seguono.

Si puntualizza previamente che la corte d’appello di Perugia ha determinato in diciassette anni la durata irragionevole del giudizio “presupposto”.

Più esattamente ha detratto dalla durata complessiva – diciotto anni – del primo grado tre anni di ragionevole durata e dalla durata complessiva – quattro anni – del secondo grado due anni di ragionevole durata. Indi la corte di merito ha quantificato in complessivi Euro 5.950,00 l’indennizzo ed a tal uopo ha assunto a parametro annuo l’importo di Euro 350,00.

Si puntualizza ulteriormente che il ricorrente non ha a rigore censurato l’operata determinazione del periodo di irragionevole durata.

Su tale scorta si rappresenta quanto segue.

Per un verso, che nella fattispecie può correttamente farsi riferimento al precedente (in verità menzionato pur dalla corte di Perugia) n. 14974 del 6.9.2012 di questa Corte di legittimità, che, si badi, è espressamente correlato – siccome il caso di specie – ad un giudizio in materia pensionistica dinanzi alla Corte dei Conti durato ventiquattro anni (precedente secondo cui, in tenia di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, la Corte E.D.U. (le cui pronunce costituiscono un fondamentale punto di riferimento per il giudice nazionale nell’interpretazione delle disposizioni della C.E.D.U) in numerosi giudizi di lunga durata davanti alle giurisdizioni amministrative, nei quali gli interessati non risultavano aver sollecitato la trattazione o la definizione del processo mostrando di avervi scarso interesse, ha liquidato un indennizzo forfetario per l’intera durata del giudizio che, suddiviso per il numero di anni, ha oscillato, di regola, tra gli importi di Euro 350 e quello di Euro 550 per anno; il giudice nazionale deve, quindi, liquidare l’importo complessivo dell’indennizzo alla luce di tali orientamenti della Corte di Strasburgo, dettati in casi analoghi, con la conseguenza che in relazione ad un giudizio in materia pensionistica dinanzi alla Corte dei Conti, definito in primo grado con sentenza di rigetto dopo circa ventiquattro anni, non deve scendersi al di sotto della soglia complessiva di 12.000 Euro).

Col precedente anzidetto, dunque, questa Corte ha esplicitamente indicato in Euro 12.000,00 la soglia complessiva al di sotto della quale, in dipendenza dell’irragionevole durata che nel caso esaminato era stata registrata, non era possibile scendere.

Per altro verso, che, in tema di equa riparazione, ai sensi della L. 89 del 2001, ove la violazione del termine di ragionevole durata del processo si sia verificata in un giudizio svoltosi dinnanzi alla Corte dei Conti, la presentazione della cosiddetta istanza di prelievo, di cui al R.D. 17 agosto 1907, n. 642, art. 51 non costituisce requisito per la proponibilità della domanda, ai sensi del D.Lgs. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, convertito in L. 6 agosto 2008, n. 133, trattandosi di onere gravante la parte del solo procedimento amministrativo, quale non è il processo contabile, che resta assoggettato a regole proprie. senza che la citata norma processuale possa trovarvi applicazione, stante la sua natura delimitativa dell’esercizio del diritto di azione e, dunque, di stretta interpretazione Cass. (ord.) 21.12.2010, n. 25833).

Negli esposti termini pertanto, in accoglimento del ricorso, va cassato il decreto n. 10/2015 della corte d’appello di Perugia.

Al contempo, giacchè non si prospetta la necessità di ulteriori accertamenti di fatto, nulla osta a che questa Corte, con statuizione merito” ex art. 384, comma 2, tenuto conto della globale irragionevole durata – diciassette anni – del giudizio pensionistico nel caso de quo “presupposto”, ridetermini l’indennizzo in Euro 500,00 per ciascun anno (di irragionevole durata) e, perciò, in complessivi Euro 8.500,00, oltre interessi dal deposito della domanda di equa riparazione al soddisfo.

La soccombenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze ne giustifica la condanna alle spese – liquidate come da dispositivo – del giudizio dinanzi alla corte d’appello di Perugia. Il pagamento va eseguito in favore dell’avvocato Susanna Chiabotto che, limitatamente al giudizio innanzi alla corte di Perugia, ha dichiarato di aver anticipato le spese e di non aver riscosso gli onorari (cfr. ricorso, pag. 5).

La soccombenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze ne giustifica inoltre la condanna alle spese – liquidate come da dispositivo – del giudizio dinanzi a questa Corte di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10 non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001. Il che rende in ogni caso, al di là del buon esito del ricorso, inapplicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, a decorrere dall’1.1.2013) (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

PQM

La Corte accoglie il ricorso; cassa il decreto n. 10/2015 della corte d’appello di Perugia e, decidendo nel merito, condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze a pagare a P.F. la somma di Euro 8.500,00, oltre interessi dal deposito della domanda di equa riparazione al soddisfo; condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze a pagare all’avvocato Susanna Chiabotto, difensore anticipatario del ricorrente, le spese del giudizio innanzi alla corte d’appello di Perugia, spese che si liquidano in Euro 1.500,00, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge; condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze a pagare al ricorrente, P.F., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 1.000,00, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sez. sesta civ. – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 dicembre 2016

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