Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26810 del 21/10/2019

Cassazione civile sez. II, 21/10/2019, (ud. 26/06/2019, dep. 21/10/2019), n.26810

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 21568/2015 R.G. proposto da:

G.P., rappresentata e difesa dall’avv. Achille Gattuccio,

con domicilio eletto in Roma, Piazza di Pietra n. 26, presso l’avv.

Daniela Jouvenal.

– ricorrente –

contro

COMUNE DI PALERMO, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e

difeso dall’avv. Carmelo Lauria, con domicilio in Palermo, Piazza

Marina n. 39.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Palermo n. 75/2015,

depositata in data 22.5.2015.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 26.6.2019,

dal Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

Udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persone del Sostituto

Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso, chiedendo

di dichiarare l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

L’arch. G.G. ha ottenuto il Decreto Ingiuntivo n. 3404 del 2007, per il pagamento del compenso per la progettazione di massima di taluni alloggi da realizzare nel centro storico di Palermo, giusta Delib. di incarico n. 2197 del 1986.

L’opposizione proposta dal Comune di Palermo è stata respinta dal Tribunale, con revoca dell’ingiunzione.

Su impugnazione del Comune di Palermo, notificata a G.P. (quale erede universale di G.G., deceduto dopo la sentenza di primo grado), la Corte distrettuale ha riformato integralmente la decisione, rilevando che il disciplinare di incarico del 31.3.1987 conteneva una clausola compromissoria per arbitrato rituale ed era stato elaborato per predeterminare il contenuto dei soli incarichi relativi alla progettazione degli interventi di recupero edilizio del centro storico urbano, per cui non necessitava della specifica approvazione del professionista ai sensi dell’art. 1341 c.c.. Ha quindi dichiarato la competenza degli arbitri, revocando l’ingiunzione di pagamento.

La cassazione di questa sentenza è chiesta da G.P. con ricorso strutturato in cinque motivi.

Il Comune di Palermo ha depositato controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 112,113,114,115 e 116 c.p.c. e della L. n. 241 del 1990, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamentando che la Corte distrettuale non abbia considerato che, con la successiva Delib. Giunta n. 1368 del 1998, posta a base del ricorso monitorio, era già stata riconosciuta la spettanza del compenso per la progettazione di massima nell’importo richiesto in giudizio, per cui, dovendo disporsi la sola condanna dell’amministrazione al pagamento del dovuto, non vi era alcuna necessità di rimettere la controversia alla cognizione degli arbitri, tanto più che detta Delibera aveva revocato quella n. 2197/1986, facendo venir meno anche la clausola compromissoria.

Il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 112,113,114,115 e 116 c.p.c., art. 12 preleggi, aqrtt. 1341, 1362 c.c. e segg., artt. 1372 e 2969 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè – testualmente – l’omessa pronuncia su un fatto decisivo del giudizio, per aver la sentenza omesso di considerare che la domanda si fondava sulla Delibera di riconoscimento del debito n. 1368/1998, la quale non prevedeva il deferimento agli arbitri delle controversie relative all’esecuzione del contratto.

In ogni caso, facendo mal governo delle regole di interpretazione del contratto e in difetto assoluto di motivazione, la Corte di merito avrebbe erroneamente sostenuto che il disciplinare di incarico era volto a regolare solo gli incarichi ai professionisti chiamati a redigere la progettazione esecutiva dei lavori di recupero del centro storico, mentre trattavasi di disciplinare-tipo, sottoscritto e registrato in data successiva all’atto deliberativo, che quindi, relativamente alle clausola di deroga della competenza, necessitava della specifica approvazione ai sensi dell’art. 1341 c.c..

Stante il tenore della Delibera, era inoltre onere dell’amministrazione comunale provare che il disciplinare era stato redatto con riferimento ai soli incarichi dedotti in giudizio.

Il terzo motivo censura la violazione degli artt. 112,113,114,115,116 e 132 c.p.c., D.M. n. 22608 del 1955, artt. 1341, 1362 c.c. e segg. e art. 1372 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omessa pronuncia su un fatto decisivo per il giudizio, per aver la sentenza omesso di esaminare le argomentazioni difensive della ricorrente e i precedenti di merito prodotti in giudizio che – proprio con riferimento al suddetto disciplinare – aveva ritenuto indispensabile la specifica approvazione della clausola compromissoria da parte dei professionisti incaricati, data l’applicabilità dell’art. 1341 c.c., anche nei rapporti con la pubblica amministrazione.

In ogni caso, la competenza arbitrale era stata derogata mediante la stessa proposizione della domanda monitoria dinanzi al giudice ordinario.

Il quarto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 112,113,114,115,116 e 808 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omessa pronuncia su un fatto decisivo per il giudizio, lamentando che la sentenza abbia ritenuto la natura rituale dell’arbitrato, senza correttamente interpretare il contenuto della clausola compromissoria.

Il quinto motivo denuncia la violazione falsa applicazione degli artt. 112,113,114,115,116 e 132 c.p.c. e art. 2041 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omessa pronuncia su un fatto decisivo per il giudizio, per aver la sentenza omesso di definire la domanda di pagamento di un’indennità a titolo di indebito arricchimento, domanda che era suscettibile di accoglimento, poichè l’amministrazione aveva utilizzato il progetto di massima elaborato dal professionista e ne aveva implicitamente riconosciuto l’utilità, tanto da liquidare il compenso con Delib. n. 1368 del 1998.

2. Il ricorso è inammissibile.

La sentenza è stata depositata in data 22.5.2015 ed è sottoposta al regime dell’art. 819 ter c.p.c., come novellato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 22 (applicabile a tutte le pronunce depositate dopo il 2.3.2006 in ragione della riconosciuta natura giurisdizionale dell’arbitrato rituale e in applicazione del principio “tempus regit actum”, data l’assenza di una diversa disposizione transitoria: Cass. 21523/2016), essendo quindi impugnabile solo con il regolamento necessario di competenza.

A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006, l’arbitrato rituale si delinea – difatti – come strumento di soluzione delle controversie sostitutivo della funzione del giudice ordinario, essendo volto “ad un risultato di efficacia sostanzialmente analoga a quella del dictum del giudice statale” (Corte Cost. 223/2013).

Stabilire se una controversia sia devoluta agli arbitri o al giudice ordinario integra una questione di competenza, impugnabile ai sensi dell’art. 42 c.p.c. (Cass. 17908/2014; Cass. 23176/2015; Cass. s.u. 24153/2013), senza che rilevi che il giudice si sia pronunciato anche sulla natura della clausola inserita nel disciplinare e sull’inapplicabilità dell’art. 1341 c.c., poichè, per tali aspetti, la relativa indagine era strettamente funzionale alla pronuncia adottata, non essendosi in presenza di una decisione di merito sottoposta agli ordinari mezzi di impugnazione (Cass. 15958/2018). Parimenti è irrilevante che l’incompetenza sia stata dichiarata in appello in riforma della decisione di primo grado che aveva pronunciato anche nel merito, poichè l’art. 42 c.p.c., non differenzia il regime di impugnazione in relazione al grado in cui sia stata adottata la pronuncia sulla competenza o in base alle argomentazioni che la sorreggano (Cass. 17025/2017; Cass. 5221/2002).

L’impugnazione è quindi inammissibile, essendone preclusa la conversione in istanza di regolamento ex art. 42 c.p.c., poichè il ricorso è stato proposto oltre il termine perentorio fissato dall’art. 47 c.p.c., comma 2 (Cass. 17025/2017; Cass. 5221/2002). La sentenza di appello è stata notifica in data 8.6.2015 (cfr. ricorso, pag. 1), mentre non consta l’effettuazione della comunicazione di deposito da parte della cancelleria. Il termine di trenta giorni per proporre il regolamento decorreva quindi dalla notifica (Cass. 135/2009; Cass. 8165/2003) ed è inutilmente spirato in data 9.7.2015, dato l’impugnazione è stata consegnata all’ufficiale giudiziario per la notifica in data 4.9.2015.

Le spese seguono la soccombenza, con liquidazione in dispositivo. Si dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che la ricorrente è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, pari ad Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3000,00 per compenso, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali in misura del 15%.

Dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che la ricorrente è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2019

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