Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2680 del 05/02/2020

Cassazione civile sez. I, 05/02/2020, (ud. 17/09/2019, dep. 05/02/2020), n.2680

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

M.M.L., elettivamente domiciliato in Roma, via Cunfida 16

(telefax 06/88793212), presso lo studio dell’avv. Maria Visentin,

che lo rappresenta e difende nel presente giudizio, giusta procura

in calce al ricorso, e dichiara di voler ricevere le comunicazioni

relative al processo alla p.e.c.

mariavisentin.ordineavvocatiroma.org;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura Generale dello Stato, nei cui uffici domicilia in

Roma, via dei Portoghesi 12 (fax n. 06/96514000; p.e.c.

ags.rm.mailcert.avvocaturastato.it);

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di Roma n. 9215/2018, emesso il

30.6.2018 e depositato il 2.7.2018, n. R.G. 66771/17;

sentito in camera di consiglio il relatore Giacinto Bisogni.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il sig. M.M.L., cittadino del Bangladesh, nato il (OMISSIS), ha proposto domanda di riconoscimento della protezione internazionale in una delle forme previste dal nostro ordinamento deducendo di aver deciso di espatriare per sovvenire alle esigenze economiche della sua famiglia alla morte del padre, avvenuta nel 2009, nella sua qualità di membro anziano della famiglia. Ottenuto dei prestiti per poter affrontare il viaggio e le necessità legate all’espatrio si era recato in Libia da dove aveva deciso di muovere verso l’Italia quando era la situazione del paese nord-africano era precitata nella guerra civile. In Italia lavora come venditore ambulante e non può tornare nel suo paese perchè non potrebbe restituire i prestiti ricevuti e verrebbe perseguitato e probabilmente ucciso dai suoi creditori.

2. La Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Roma ha respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e delle altre forme di protezione previste dall’ordinamento.

3. Il sig. M.M.L., ha proposto ricorso al Tribunale di Roma che con decreto n. 9215/2018 lo ha respinto rilevando che dalla stessa prospettazione del richiedente asilo deve escludersi non solo la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato ma anche di quelli richiesti per la concessione della protezione sussidiaria e umanitaria non avendo il sig. M.M.L. prospettato situazioni di rischio riconducibili alle ipotesi contemplate dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 nè gravi lesioni dei suoi diritti fondamentali nell’ipotesi di rientro in Bangladesh, comparabili con la situazione personale vissuta in Italia e valutabili ai fini della concessione di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie.

4. Ricorre per cassazione il sig. M.M.L., con i seguenti motivi: a) mancato rispetto della previsione di cui all’art. 35 bis, comma 8 e seguenti che rende obbligatoria l’audizione del ricorrente in assenza della disponibilità della videoregistrazione; b) omesso esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione della condizione personale del ricorrente; c) violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 per la mancata concessione della protezione sussidiaria cui il ricorrente ha diritto in ragione delle condizioni socio-politiche del paese di origine; d) erronea non applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 che prevedono rispettivamente il rilascio del permesso di soggiorno allo straniero quando ricorrono seri motivi di carattere umanitario e il divieto di espulsione dello straniero che corra gravi rischi di essere perseguitato nel suo paese di origine; e) la violazione del principio di non refoulement.

5. Propone controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

RITENUTO

che:

6. Il primo motivo di ricorso è infondato perchè come questa Corte ha ripetutamente affermato di recente, nel giudizio di impugnazione della decisione della Commissione territoriale innanzi all’autorità giudiziaria, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, all’obbligo del giudice di fissare udienza, non consegue automaticamente l’obbligo di procedere all’audizione del richiedente, ove ci si trovi in presenza di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata (Cass. civ. sez. I n. 3029 del 31 gennaio 2019, n. 5973 del 28 febbraio 2019 e Cass. civ. sez. VI-1 n. 2817 del 31 gennaio 2019), valutazione quest’ultima di competenza del giudice del merito.

7. Il secondo motivo è infondato perchè il Tribunale ha riportato le dichiarazioni del ricorrente e le ha valutate esaurientemente.

8. Il terzo e quarto motivo, che possono essere esaminati congiuntamente, presentano profili di inammissibilità e sono, in ogni caso, infondati perchè con essi il ricorrente contesta in particolare il mancato accoglimento della domanda di protezione sussidiaria e umanitaria (e accenna alla violazione del principio di non refoulement) senza tuttavia compiere quello sforzo di allegazione e di dimostrazione che rende rilevante e pertinente il richiamo alle norme e alla giurisprudenza che definiscono il contenuto e i presupposti per le due forme della protezione richiesta. Non vi è infatti nella prospettazione e illustrazione dei due motivi alcun riferimento alla situazione personale del ricorrente tale da poterla collegarla significativamente alle criticità del paese di provenienza. Sia per ciò che concerne la protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 che per ciò che concerne la protezione umanitaria, D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6 la domanda del ricorrente non può prescindere da una prospettazione della situazione personale che renda percepibile e plausibile una condizione di rischio grave o di vulnerabilità ricollegabile alla situazione del paese di provenienza. Come lo stesso ricorrente rileva, citando la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, una eccezione a tale principio può ritenersi ammissibile solo se risulti esistente nel paese di origine una situazione di violenza indiscriminata così diffusa da costituire un grave rischio per qualsiasi civile che si trovi a vivere o soggiornare in loco. A giudizio del Tribunale non è questo il caso del Bangladesh. Lo stesso riferimento al rapporto Amnesty del 2017 ampiamente riportato nel ricorso per cassazione non fa che confermare come non vi sia una situazione di conflitto armato nel paese nè una situazione di violenza indiscriminata di alta intensità. La violenza descritta nel rapporto deriva ed è circoscritta allo scontro politico e gli abusi del potere sono perpetrati nei confronti di oppositori o gruppi sociali antagonisti o non riconosciuti degni di cittadinanza. Correttamente quindi il Tribunale ha ritenuto che la vicenda narrata dal ricorrente non avesse a che fare con l’esposizione al rischio contemplato dall’art. 14 nè che integrasse comunque una condizione di vulnerabilità. Anche con riguardo alle deduzioni circa la condizione di povertà del Bangladesh il riferimento alla vicenda personale non consente di ritenere, secondo la valutazione del Tribunale, che la situazione personale del sig. M.M.L. si differenzi da quella che condividono larghe fasce di popolazione bangladese senza che possa affermarsi una privazione della dignità personale derivante dalla scarsità delle opportunità di lavoro o dai livelli salariali o dalle opportunità di guadagno proprie delle piccole attività economiche. Si tratta anche in questo caso di una valutazione di merito che si giustifica proprio con la genericità dell’esposizione del ricorrente non solo quanto alla pregressa situazione vissuta in Bangladesh ma anche quanto alle potenzialità di integrazione e di miglioramento di tale condizione nel paese di accoglienza.

9. Il quinto motivo è anch’esso infondato perchè il principio di non refoulement opera non come una clausola generale integrativa di una forma a sè di protezione ma come fattore ostativo idoneo a paralizzare i provvedimenti di espulsione e la loro attuazione.

10. Il ricorso va pertanto respinto con condanna del ricorrente alle spese processuali e presa d’atto in dispositivo della applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 2.200, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del -ricorrente principale, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 17 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2020

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