Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26735 del 29/11/2013


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. 5 Num. 26735 Anno 2013
Presidente: DI IASI CAMILLA
Relatore: FERRO MASSIMO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore p.t., rappr. e dif. dall’Avvocatura
Generale dello Stato, dom. nei relativi uffici, in Roma, via dei Portoghesi n.12,
-ricorrente Contro

Biagiotti Michele e Biagiotti Monica, leg. rappr. e difesi dall’avv. Rossella
Grazioli del foro di Urbino ed elettivam. dom. in Roma, alla via Mazzini n.55,
presso lo studio dell’avv. Camillo Grillo, come da procura in calce all’atto
-controricorrenti-

Pagina I di 5 – RGN 27066/2007

estensor ciìr. m. ferro

Data pubblicazione: 29/11/2013

per la cassazione della sentenza Comm. Tribut. Regionale di Ancona 7.5.2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del giorno 1 ottobre 2013
dal Consigliere relatore dott. Massimo Ferro;
uditi l’avvocato Persico per i controricorrenti;

IL PROCESSO
Agenzia delle Entrate impugna la sentenza della Commissione Tributaria
Regionale di Ancona, 7.5.2007, che, in conferma della sentenza C.T.P. di Pesaro n.
199/03/2005, ebbe a ribadire la non legittimità dell’avviso di accertamento, a carico
dei due soci Biagiotti Michele e Monica, reveniente da quello emesso (con notifica il
19.4.2002 e recupero di Lit 197.350.000 ai fini IRPEG ed IRAP per il 1998, per costi
su operazioni inesistenti) a carico della società Siderlav s.r.l. da essi partecipata e sul
mero presupposto della ristretta composizione di quel sodalizio.
Ritenne la C.T.R. che la presunzione di un reddito di partecipazione, con
passaggio ad utili direttamente nei confronti dei soci, non potesse costituire l’esito
necessario di un recupero effettuato a carico della cennata tipologia di società,
costituendo tale regola (di formazione pretoria) un principio che sottopone
comunque a controllo di congruità logica la motivazione dei giudici di merito che ne
facciano applicazione, anche discostandosene, come avvenuto nella fattispecie. In
essa, invero, quella linearità argomentativa era stata correttamente esclusa in ragione
della circostanza per cui proprio quei due soci avevano attivato l’intervento della
Guardia di Finanza, denunciando irregolarità di gestione nella società, con
conseguente condanna, e a differenza dei predetti (stando alla narrativa di
riassunzione delle difese), di altri componenti l’organo amministrativo per evasione
di IVA e imposte sui redditi degli anni 1998-1999.
Il ricorso è affidato a tre motivi, cui resistono con controricorso i contribuenti.
I FATTI RILEVANTI DELLA CAUSA E LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente ha dedotto il vizio di omessa motivazione circa
un fatto decisivo, in relazione all’art.360 n. 5 cod.proc.civ. e concernente la dedotta
inammissibilità del ricorso cumulativo, avendo la corte erroneamente pretermesso
ogni argomentazione sul punto, nonostante la sua costante illustrazione quale vizio
dell’azione dei contribuenti, eccepito dall’Ufficio sin dal primo grado di giudizio.
Con il secondo motivo, il ricorrente ha dedotto la violazione di legge con riguardo
agli artt. 18 e 29 d.lgs. n.546/1992, in relazione all’art.360 n. 3 cod.proc.civ., avendo
la corte erroneamente negato l’inammissibilità del ricorso cumulativo, pur se
afferente ad atti distinti sul piano oggettivo (due avvisi di accertamento) e soggettivo
(due soggetti passivi), così sostituendosi al giudice nell’apprezzamento, che al
medesimo solo spetterebbe, dei presupposti di trattazione riunita.
Pagina 2 di 5 – RGN 27066/2007

estensore con

erro

udito il P.M. in persona del sostituto procuratore generale dott.ssa Immacolata Zeno,
che ha concluso per rigetto del ricorso.

1.11 primo ed il secondo motivo, da trattare congiuntamente per l’evidente connessione,
non sono fondati. Va invero ribadito, come da indirizzo cui il Collegio intende
conformarsi in difetto di nuove e differenti argomentazioni a sostegno della tesi
opposta, che nel processo tributario, non prevedendo il d.lgs. 31 dicembre 1992, n.
546, alcuna disposizione in ordine al cumulo dei ricorsi, e rinviando il suo art. 1,
secondo comma, alle norme del codice di procedura civile per quanto da esso non
disposto e nei limiti della loro compatibilità, deve ritenersi applicabile l’art. 103 cod.
proc. civ., in tema di litisconsorzio facoltativo, conseguendone l’ammissibilità della
proposizione di un ricorso congiunto da parte di più soggetti, anche se in relazione a
distinti avvisi di accertamento, ove abbia ad oggetto identiche questioni dalla cui
soluzione dipenda la decisione della causa (così Cass. 4490/2013 relativamente a
distinte cartelle di pagamento su proprietari di immobili aventi caratteristiche diverse;
Cass. 171/1991 e Cass. s.u. 3692/2009). Invero il procedimento tributario non
contiene alcuna norma in ordine al cumulo dei ricorsi prevedendo, solo all’art. 14,
l’ipotesi del litisconsorzio necessario (se l’oggetto del ricorso riguarda inscindibilmente
più soggetti, nonché l’intervento, volontario o per chiamata, dei soggetti che insieme
al ricorrente sono destinatari dell’atto impugnato o parti del rapporto tributario
controverso) ed all’art.29 la riunione ad opera del presidente della sezione dei ricorsi
che hanno lo stesso oggetto o sono fra loro connessi.
Quel che rileva nel processo tributario, per quanto modellato sul giudizio
impugnatorio, è stato riconosciuto essere non la struttura del processo, ma la
compatibilità delle norme che lo disciplinano con l’istituto del litisconsorzio
facoltativo. E d’altronde, in questo senso, si pone la citata giurisprudenza di legittimità
la quale ritiene pacificamente ammissibile la proposizione di un unico ricorso
cumulativo avverso più atti di accertamento, dovendo ritenersi applicabile nel
processo tributario l’art. 104 cod.proc.civ., il quale consente la proposizione contro la
stessa parte, e quindi la trattazione unitaria, di una pluralità di domande anche non
connesse tra loro, con risultato peraltro analogo a quello ottenuto nel caso di riunione
di processi anche soltanto soggettivamente connessi (d.lgs. n. 546 del 1992, ex art. 29).
Nella vicenda, fa difetto ogni incompatibilità con l’istituto del litisconsorzio improprio
ex art. 103 c.p.c., essendo evidente la identità delle questioni per i due soci
contribuenti, tanto più che la regola dell’impugnazione di ogni atto solo per vizi propri
rimanda, in concreto, ad una mera materiale unicità del ricorso in cui anche le
circostanze fattuali sono le stesse, non vi è stata alcuna diversificazione delle posizioni
dei singoli ricorrenti originari e comunque il principio di dà-in applicato,
Pagina 3 di 5 – RGN 27066/2007

estensore con

Con il terzo motivo, il ricorrente ha dedotto la violazione di legge con riguardo agli
artt.2729 e 2697 cod.civ., in relazione all’art.360 n. 3 cod.proc.civ., oltre che il vizio
di motivazione, avendo la C.T.R. trascurato di considerare che, da un lato, la
sussistenza di un utile tassabile facente capo alla società a ristretta base sociale ed
ulteriore rispetto a quello di bilancio, fonda la presunzione di distribuzione in capo ai
soci dello stesso e salvo loro prova contraria e, dall’altro, che la denuncia delle
irregolarità presentata dai soci non poteva di per sé valere come ragione di esclusione
di siffatta presunzione, stante la sua epoca (2000), successiva agli anni di
accertamento del maggior reddito della s.r.l. partecipata.

2. Il terzo motivo è fondato. Premessa la sua ammissibilità, per quanto assommante
censure giustapposte ai sensi dei nn.3 e 5 del co.1 dell’art.360 cod.proc.iv., essendo
agevolmente riscontrabile, nell’ultima proposizione, altresì la necessaria enunciazione
di idoneo momento di sintesi (Cass. 12248/2013), raccoglimento appare doveroso già
in ragione di un’insufficiente motivazione sul punto che, secondo la ratio decidendi,
appare escludere l’operatività del principio di presunta distribuzione in capo ai soci di
società a base partecipativa ristretta degli utili extrabilancio accertati in capo alla
società di capitali. Invero, tale regola è stata da un canto ricostruita in modo erroneo,
poiché la ristrettezza della compagine societaria implica, anche per le società di capitali
(come nella specie, ove quattro soci, per due famiglie, detenevano le quote in misura
quasi equivalente e paritaria), una presunzione relativa di avvenuta distribuzione di
utili ai soci in quanto tali, ogni qual volta sia certo il riscontro di utili societari maggiori
rispetto a quelli evincibili dalle scritture sociali o dai risultati contabili di bilancio (Cass.
18640/2008; 9519/2009; 29605/2011; 17928/2012), circostanza che va data per
acquisita nella presente vicenda. L’accertamento in capo ai due soci nasce proprio dal
riscontro di operazioni inesistenti condotte dalla società Siderlav s.r.l. (da essi
partecipata e sia pur con altri) nei confronti della società sanmarinese Sidermach s.r.l.
e riferite agli anni 1998 e 1999.
La prova contraria, volendo in essa rinvenire la circostanza che, per la C.T.R.,
escluderebbe l’operatività della citata presunzione, sarebbe costituita dall’illogicità
dell’applicazione di tale regola di giudizio in capo a detti soci, avendo costoro
denunciato, nel 2000, i componenti del c.d.a. della s.r.1., così provocando l’intervento
dei verificatori fiscali. Di per sé, quanto addotto in sentenza appare essere una mera
congettura, sia pur di valore avversativo alla presunzione che essa tende ad infirmare,
ma non offre un vero e proprio fatto alternativo, o almeno contraddittorio, rispetto al
fatto invece provato, con la citata presunzione, la quale avrebbe all’opposto richiesto
di allegare e dimostrare che i maggiori ricavi (rectius, il maggior reddito — e dunque le
maggiori IRPEG ed IRAP – di Siderlav s.r.1., al netto di costi da sottrarre al risultato di
bilancio formale) non siano stati fatti oggetto di distribuzione, per essere stati, invece,
accantonati dalla società ovvero da essa reinvestiti. La circostanza del contrasto fra i
soci qui controricorrenti e gli altri soci, oltre a non risultare sviluppata se non con un
richiamo di categorica divergenza di interessi, non risulta al citato fine sufficiente,
tanto più che la denuncia delle irregolarità risulta avvenuta nel 2000, cioè in un anno
successivo a quello (1998), cui si collega l’accertamento di maggiore IRPEF per i soci.
3. Il ricorso va pertanto accolto, quanto al terzo motivo, con cassazione della sentenza
impugnata e rinvio al giudice del merito, come da dispositivo, anche per la
liquidazione delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Pagina 4 di 5 – RGN 27066/2007

estensore con

l’attribuzione di utili accertati in più rispetto a quelli di bilancio della società, si
connette alla stessa regola d’imputazione.

Ai

MAT ERIA TRIBUTARIA
La Corte, rigetta i primi due motivi di ricorso, accoglie il terzo e, per l’effetto,
cassa la sentenza impugnata e rinvia a C.T.R. Marche, in altra composizione, anche
per la liquidazione delle spese del procedimento di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 1 ottobre 2013.

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA