Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26722 del 13/12/2011

Cassazione civile sez. III, 13/12/2011, (ud. 18/11/2011, dep. 13/12/2011), n.26722

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – rel. Presidente –

Dott. GIACALONE Giovanni – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

BREVETTI SIGNODE LABEA SPA (OMISSIS), in persona del suo

amministratore delegato sig. F.D., elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA DI PIETRA 26, presso lo studio

dell’avvocato MAGRONE GIANDOMENICO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MONDINI GIORGIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

RAS SPA (OMISSIS), in persona dei suoi legali rappresentanti

dott.ssa M.R. e dott. C.A., elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA G MAZZINI 27, presso lo studio

dell’avvocato TRIFIRO’ SALVATORE, che lo rappresenta e difende

unitamente agli avvocati ZUCCHINALI PAOLO, MINUTOLO BONAVENTURA,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 248/2006 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 11/02/2006, R.G.N. 2114/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/11/2011 dal Consigliere Dott. MARIO FINOCCHIARO;

udito l’Avvocato GIACOMO BONELLI per delega;

udito l’Avvocato PAOLO ZUCCHINALI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto 10 febbraio 1992 la Brevetti Signode Labea s.p.a. ha convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Milano, la R.A.S. s.p.a. chiedendone la condanna al pagamento dell’indennizzo del caso per i danni derivatile dall’incendio verificatosi il (OMISSIS) in un suo capannone in (OMISSIS), in forza di polizza stipulata tra le parti il 14 giugno 1988.

Ha esposto l’attrice a fondamento della spiegata domanda che a causa di un errore materiale imputabile esclusivamente alla Agenzia della società convenuta che aveva compilato la polizza assicurativa era stato indicato – in tale documento – oltre al proprio stabilimento in (OMISSIS), anche un immobile in (OMISSIS) ove da tempo essa concludente non svolgeva alcuna attività, anzichè il capannone in (OMISSIS) ove si trovava gran parte delle meri e dei macchinari.

Costituitasi in giudizio la convenuta ha resistito alla avversa domanda facendo presente che l’immobile ove era avvenuto il sinistro era estraneo alla polizza in discussione.

Svoltasi la istruttoria del caso l’adito tribunale con sentenza 9 maggio 1996 ha rigettato la domanda e tale pronunzia è stata confermata dalla Corte di appello di Milano con sentenza 14 aprile 1999, a sua volta, peraltro, cassata da Cass. 19 dicembre 2003, n. 19588.

Riassunto il giudizio innanzi alla Corte di appello di Milano questa ultima, con sentenza 31 gennaio – 11 febbraio 2006 ha rigettato l’appello avverso la sentenza del tribunale di Milano 9 maggio 1996, ancorchè con motivazione parzialmente diversa, con condanna della Brevetti Signode Labea s.p.a. al pagamento delle spese del giudizio di secondo grado, di cassazione e di rinvio.

Per la cassazione di tale ultima pronunzia non no-tificata ha proposto ricorso, illustrato da memoria, la Brevetti Signode Labea, affidato a due motivi.

Resiste, con controricorso, la Riunione Adriatica di Sicurtà s.p.a.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Nel giudizio innanzi alla Corte di cassazione, secondo quanto disposto dall’art. 372 cod. proc. civ., non è ammesso il deposito di atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, salvo che non riguardino l’ammissibilità del ricorso e del controricorso eventuali nullità inficianti direttamente la sentenza impugnata (cfr., ad esempio, tra le tantissime, Cass. 31 marzo 2011, n. 7515).

Pacifico quanto precede è di palmare evidenza la inammissibilità dei documenti prodotti per la prima volta in questa sede di legittimità da parte della società ricorrente e in particolare, dei certificati di morte di G.L. nonchè di B.L., atteso che la loro produzione non attiene alla dimostrazione della ammissibilità del ricorso o della nullità della sentenza impugnata ma è diretta unicamente a suffragare la bontà degli argomenti sviluppati nel ricorso stesso a dimostrare un error in iudicando commesso dalla sentenza impugnata.

2. La sentenza della Corte di appello di Milano 14 aprile 1999 è stata cassata, da questa Corte regolatrice (con la pronunzia 19 dicembre 2003, n. 19588), in applicazione del seguente principio di diritto: “in tema di ermeneutica contrattuale, qualora il contenuto del contratto, sì come risulta materialmente redatto, non corrisponda, quanto alle espressioni usate, alla comune, reale volontà delle parti, per erronea formulazione, redazione o trascrizione di elementi di fatto ad esso afferenti (nella specie, erronea indicazione del nome di uno stabilimento industriale assicurato contro i danni, ma da tempo dimesso dall’assicurato, in luogo di altro opificio, attualmente operante al posto del primo), deve ritenersi, ancorchè la discordanza non emerga prima facie dalle tavole negoziali, che tale situazione non integra alcuna delle fattispecie dell’errore ostativo (e, di conseguenza, non che trova applicazione la normativa dettata in tema di annullamento del contratto per tale vizio), vertendosi, viceversa, in tema di mero errore materiale, ricostruibile con o-gni mezzo di prova, al di là della forma di volta in volta richiesta per il contratto cui afferisce, onde consentire al giudice la formazione di un corretto convincimento circa la reale ed effettiva volontà dei contraenti”.

I giudici del rinvio, ammessa e espletata – in esecuzione del principio di diritto esposto nella ricordata sentenza n. 19558 del 2003 di questa Corte regolatrice – la prova orale già ritenuta inammissibile dalla precedente pronunzia di appello, hanno confermato ancorchè con diversa motivazione la sentenza dei primi giudici, atteso che la prova stessa non aveva avuto esito positivo.

Hanno – in particolare – evidenziato quei giudici che dalle raccolte deposizioni:

– risulta con sicurezza che circa due anni prima della sostituzione della polizza (oggetto di controversia) a una precedente (e che come questa ultima copriva il rischio di incendio oltre che nello stabilimento di (OMISSIS) nel magazzino di (OMISSIS)) era cessata la locazione di tale capannone con consegna dello stesso al proprietario, mentre parte delle lavorazioni dell’appellante erano svolte nel capannone di (OMISSIS);

– non può – peraltro – reputarsi dimostrata la circostanza (di carattere indiziario) relativa alla visita, anteriore alla redazione della polizza, al capannone di (OMISSIS) dell’agente della s.p.a. RAS B. escusso come teste su istanza dell’appellata accompagnato dal direttore tecnico (ing. G.) e da quello amministrativo (rag. Bo.) della società odierna ricorrente;

– i testi Ma. e Co. non hanno riferito sulla pretesa visita per scienza diretta, essendosi limitati a dichiarare quanto appreso del Bi. (al pari del G. non indotto come teste);

– quanto, esclusivamente de relato, in termini generici riferito dai predetti testi è svalutato da quanto riferito dal teste B. che – in sede testimoniale – ha riferito, senza essere minimamente smentito da altre risultanze, di essere stato del tutto estraneo alle trattative e alla redazione di cui sopra cioè della polizza di cui si è occupato unicamente Z.G.;

– il B. ha spiegato di avere sciolto all’incirca all’epoca dei fatti la società di agenzia Ras con lo Z. con suddivisione dei clienti e che la Brevetti Signode Labea s.p.a. era stata assegnata allo stesso;

– nessun rilievo probatorio può essere attribuito alla mancata presentazione del legale rappresentante della RAS s.p.a. a rendere l’interrogatorio formale deferitogli, essendo pacifico che non era, nè poteva, essere a conoscenza dei fatti (la polizza azionata dall’appellante, del resto, per sua costante allegazione, è stata trattata e definita unicamente con l’agenzia che faceva capo, come accertato, allo Z. oltre che al B.).

In definitiva, hanno concluso la loro indagine sul punto i giudici del rinvio:

– da un lato, può ritenersi certo l’errore della Brevetti Signode Labea s.p.a. nella indicazione di uno degli immobili di cui alla polizza mentre è (quanto meno) dubbio se di tale errore fosse partecipe la società appellata;

dall’altro, sarebbe inspiegabile, nell’ottica dell’errore materiale comune, perchè la Brevetti Signode Labea s.p.a. nei due anni e mezzo intercorsi tra la stipulazione della polizza e l’incendio del capannone in (OMISSIS) non si sia adoperata per ottenere dalla controparte la correzione.

3. La ricorrente censura la riassunta pronunzia denunziando – da un lato, insufficienza e illogicità della motivazione in ordine a punti decisivi della controversia primo motivo;

– dall’altro, violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto:

art. 2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 116 c.p.c., comma 2 art. 232 c.p.c. secondo motivo.

4. Nessuno dei riferiti motivi può trovare accoglimento.

4.1. Ancorchè del tutto apoditticamente la difesa del ricorrente assuma che gli argomenti sviluppati dai giudici a quibus per dimostrare la infondatezza degli assunti di parte ora ricorrente sono per un verso illogici, per altro arbitrar, le considerazioni svolte nel primo motivo devono – in limine – essere dichiarate inammissibili.

Il motivo di ricorso per cassazione con il quale alle sentenza impugnata venga mossa censura per vizi di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – in particolare – deve essere inteso a far valere – a pena di inammissibilità in difetto di loro specifica indicazione – carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, o ancora, mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi.

Non può, invece, essere inteso a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento della parte e, in particolare, non vi si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti.

Tali aspetti del giudizio, infatti, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento, rilevanti ai sensi della norma in esame.

Diversamente il motivo di ricorso per cassazione si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, id est, di nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura e alle finalità del giudizio di legittimità (cfr. Cass. 2 novembre 2010, n. 25127; Cass. 13 ottobre 2010, n. 22298; Cass. 26 aprile 2010, n. 9908; Cass. 30 marzo 2010, n. 7626; Cass. 26 marzo 2010, n. 7394, tra le tantissime).

Facendo applicazione dei riferiti principi al caso di specie è agevole osservare che la ricorrente – contra legem e cercando di superare quelli che sono i limiti del giudizio di legittimità – anzichè denunziare vizi, del tessuto motivazionale che sorregge la decisione impugnata, rilevanti sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 si limita – oltre che a trascrivere una serie di deposizioni testimoniali assolutamente irrilevanti al fine del decidere – a contrapporre alle conclusioni raggiunte dalla sentenza impugnata sulla base di tutte le risultanze di causa, la propria soggettiva e personale interpretazione di quelle stesse risultanze.

Specie considerato essere certo:

– da un lato, che tutti i testi indicati dalla odierna ricorrente, si sono limitati a riferire quanto appreso in azienda da dirigenti della stessa società ricorrente (ossia hanno tutti reso deposizioni de relato);

– dall’altro, e che il presunto sopralluogo cui i testi escussi non hanno partecipato sarebbe avvenuto con l’intervento di non precisati (e non noti) incaricati della RAS, tra cui l’agente B.;

– e che è incontroverso che all’epoca dei fatti la Brevetti Signode Labea non era più “cliente” del B. sì che deve escludersi che lo stesso possa aver curato il contratto di assicurazione in questione e che, quindi, abbia eseguito il sopralluogo in (OMISSIS), contrariamente a quanto dichiarato dalla teste Co.;

– da ultimo, che, accertato – come è stato accertato – che il contratto venne concluso per il tramite dello Z. (quale agente della RAS) la RAS aveva chiesto di escutere costui come teste a riferimento – non potendo, palesemente, non essere a conoscenza di circostanze rilevanti quanto alle modalità con cui era stato concluso il contratto – e proprio la società appellante (odierna ricorrente) si è decisamente opposta.

E’ palese – conclusivamente – che non può in alcun modo dubitarsi della correttezza e della coerenza logica della sentenza impugnata che ha – opportunamente -valorizzato anche la condotta processuale della società appellante.

4. 2. Contrariamente a quanto suppone la difesa del ricorrente e in armonia con quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di una erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (da cui la funzione di assicurare la uniforme interpretazione della legge assegnata dalla Corte di cassazione).

Viceversa, la allegazione di una erronea ricognizione della fattispecie concreta, a mezzo delle risultanze di causa, è esterna alla esatta interpretazione della norme di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice del merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Lo scrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa della erronea ricognizione della astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato, in modo evidente, che solo questa ultima censura e non anche la prima è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (In termini, ad esempio,Cass. 27 settembre 2011, n. 19748; Cass. 20 aprile 2011, n. 9117; Cass. 12 aprile 2011, n. 8410; Cass. 31 marzo 2011, n. 7459; Cass. 5 giugno 2007, n. 13066, nonchè Cass. 20 novembre 2006, n. 24607, specie in motivazione; Cass. 11 agosto 2004, n. 15499, tra le tantissime).

Pacifico quanto precede si osserva che nella specie parte ricorrente pur invocando che i giudici del merito hanno, in tesi, malamente interpretato il disposto delle molteplici disposizioni normative indicate nella rubrica del secondo motivo, lungi dal censurare la interpretazione data dai giudici del merito delle norme in questione non è neppure riferito quale sia la interpretazione delle stesse data dalla sentenza impugnata si dolgono dell’apprezzamento espresso dal giudice a quo allorchè ha ritenuto, da un lato, che le emergenze di causa non permettevano di affermare che dagli scarni e scarsamente attendibili elementi probatori acquisiti in esito alla svolta istruttoria potesse risalirsi al fatto ignoto che la RAS era al corrente dell’errore commesso dai dirigenti della società ora ricorrente nell’indicare uno degli immobili di cui alla polizza, dall’altro, che non potevano trarsi elementi di sorta – a favore degli assunti della parte appellante – dalla mancata risposta all’interrogatorio formale deferito alla RAS, certo essendo – oltre ogni ragionevole dubbio – che i legali rappresentanti di questa ignoravano totalmente le modalità con cui era stato perfezionato il contratto di assicurazione in discussione, concluso tramite l’agente Z. alla cui escussione, come teste a riferimento, si è opposta proprio la odierna ricorrente.

5. Risultato infondato in ogni sua parte il proposto ricorso, in conclusione, deve rigettarsi, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 5.000,00 per onorari e oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione terza civile della Corte di cassazione, il 18 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2011

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