Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2671 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 28/01/2022, (ud. 28/09/2021, dep. 28/01/2022), n.2671

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

O.S.B., nato il (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in Messina, via Placida n. 13, presso lo studio

dell’avv. Carmelo Picciotto (P.E.C.

avvcarmelopicciotto.pec.giuffre.it) che lo rappresenta e difende per

procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege presso Avvocatura dello Stato in Roma, PEC

ags.rm.mailcert.avvocaturastato.it;

– intimato –

Avverso decreto del Tribunale di Messina depositato in data 4 gennaio

2021, R.G. n. 2554/2019;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons. Luca

Solaini.

 

Fatto

RILEVATO

CHE

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis depositato il 13 maggio 2019, O.S.B., nato il (OMISSIS) ha adito il Tribunale di Messina impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

2. Nel richiedere il riconoscimento della protezione internazionale o ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, il ricorrente innanzi alla Commissione Territoriale esponeva le seguenti ragioni: di essere nato ad (OMISSIS) e di essersi trasferito a 20 anni a (OMISSIS); di essere di etnia yoruba; di religione cristiana; di aver studiato per 12 anni; di aver lavorato come tecnico di computer e saldatore; di aver comprato a rate con la garanzia dello zio uno scooter per svolgere il mestiere di mototaxi; che lo scooter veniva rubato e lo zio si adirava con lui; un amico dello zio gli proponeva di andare in Libia a lavorare per poter ripagare le rate dello scooter; di avere una fidanzata M.B., da cui in seguito ha avuto un figlio O.T.P.; e la fidanzata era stata costretta alla prostituzione in Libia; che la madame e il suo compagno minacciavano il ricorrente perché ritenevano che lui trattenesse parte dei soldi guadagnati dalla ragazza. Innanzi al Tribunale il ricorrente ha precisato, a sostegno delle sue doglianze riguardo al provvedimento della Commissione, che in Italia era giunta dopo varie vicissitudini, anche la signora M.B., ma non essendo stati riconosciuti subito come nucleo familiare erano stati divisi e la signora M. era stata prima a Palermo, dove aveva partorito il piccolo O.T.P. in data 13 febbraio 2018; indi insieme al figlio si erano poi ricongiunti presso il (OMISSIS) in (OMISSIS). In seguito la fidanzata si era allontanata ed egli riteneva che poteva essersi stabilita insieme al figlio probabilmente in Germania. Egli temeva in caso di rimpatrio in Nigeria di essere perseguitato dalle Mesdames che già lo avevano minacciato e avevano diffuso tra i loro conoscenti una foto del ricorrente. Precisava di essere stato imprigionato in Libia per tre mesi ad (OMISSIS) ed essere stato picchiato più volte e che i ragazzi mafiosi che aveva menzionato venivano indicati con il nome “Asma Boys”. Il ricorrente riteneva che le circostanze, successive anche alla audizione in Commissione, avrebbero dovuto far considerare la propria vicenda indissolubilmente legata a quella della compagna, da ritenersi, per quanto narrato, vittima di tratta, e in ogni caso invocava la protezione sussidiaria per la situazione nel Paese di origine e la protezione umanitaria avuto riguardo anche al periodo trascorso in Libia.

3. Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

4. In particolare, il Tribunale ha rilevato che mentre la coppia si trovava presso il (OMISSIS) veniva raggiunta da un provvedimento di revoca dell’accoglienza a causa dei loro litigi continui, a cui seguiva una sospensione del medesimo decreto a tutela del minore. Il PM chiedeva di intervenire nell’interesse specifico del minore, disponendone l’inserimento in comunità in limitazione della responsabilità parentale di entrambi i genitori, avuto riguardo, in aggiunta alla “propensione di essi genitori all’assunzione di condotte litigiose e violente” in ambito comunitario, altresì alla messa in essere di comportamenti ambigui nei confronti del minore “per un verso oggetto di ipercura, per altro verso strumentalizzato per formulare richieste nei riguardi degli operatori e comunque mal accudito”. Il Tribunale per i Minorenni di Messina emetteva decreto con cui si disponeva il collocamento in comunità in limitazione della responsabilità genitoriale dei genitori con divieto per gli stessi di allontanarsi dalla struttura con il bambino. Il 28 gennaio 2019 l’operatrice del (OMISSIS) descriveva così la coppia: “Tra i due la parte più funzionale, più collaborativa, più accudente è il padre” “La madre del piccolo è alquanto oppositiva, litigiosa”. Tuttavia, pochi giorni dopo, il 9 febbraio 2019 l’operatrice del (OMISSIS) e il ricorrente denunciavano presso i carabinieri l’arbitrio allontanamento della madre con il figlio. Il Tribunale di Messina rilevava che dal verbale dei carabinieri emergeva che la sottrazione del minore aveva gettato nello sconforto il ricorrente facendogli temere che la donna non avesse reciso i suoi collegamenti con l’associazione criminale che gestiva la tratta in Italia e in Europa e che il figlio si trovasse a convivere con lei in una situazione di alto rischio per entrambi.

Il Tribunale di Messina ha ritenuto insussistenti i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato avendo il ricorrente dichiarato di non avere più notizie della compagna e del figlio dopo aver appreso da un amico che essa si trovava in Germania. Il Tribunale di Messina ha ritenuto inverosimile che il ricorrente in caso di rimpatrio corra effettivamente il serio pericolo di ritorsioni da parte della madame che avrebbe sfruttato ai fini sessuali la sua compagna in quanto, non era dato comprendere come possa venire rintracciato ad Ibadan, suo luogo di origine, considerato che la madame ed il marito vivono ad (OMISSIS) in Libia e che la donna che avrebbe fatto conoscere la compagna del ricorrente alla madame e che sarebbe già stata contattata ed informata della fuga di M.B., vive ad (OMISSIS) al confine fra (OMISSIS) e (OMISSIS) sicché il presunto legame con la potenziale vittima di tratta, M.B., è ormai venuto meno. Il Tribunale di Messina ha altresì escluso la ricorrenza di danni gravi da giustificare il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. a) e b). Il Tribunale ha anche escluso i presupposti per la protezione ai sensi dell’art. 14, lett. c) sulla base delle COI consultate e menzionate. Il Tribunale ha infine escluso la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in considerazione della mancata allegazione di circostanze di particolare vulnerabilità soggettiva, ritenendo irrilevante a tal fine l’asserita sofferenza patita in Libia e del mancato raggiungimento di un grado elevato di integrazione in Italia, pur dando atto che il ricorrente ha documentato mediante la produzione del modello Unilav lo svolgimento di attività lavorativa a tempo determinato presso un’azienda agricola di (OMISSIS) da gennaio 2020 al 31 dicembre 2020.

5. Avverso il predetto decreto il ricorrente con atto notificato l’8 febbraio 2021 ha proposto ricorso per cassazione, svolgendo i seguenti motivi:

“Il provvedimento impugnato è illegittimo per i seguenti motivi:

1. Art. 360, comma 1, n. 3 per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 nonché per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1 e 1.1. per violazione dell’art. 8 trattato CEDU e art. 1 Cost.; art. 360, comma 1, n. 5 per omessa motivazione su fatti dedotti dalle parti”.

6. L’intimata Amministrazione dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

7. Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in camera di consiglio non partecipata del 29 ottobre 2021 ai sensi dell’art. 380bis c.p.c..

Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente censura il decreto impugnato nella parte in cui ritiene che abbia adottato una motivazione apparente in punto di rigetto della protezione umanitaria. Evidenzia che il ricorrente ha documentato la sua integrazione in Italia e che erroneamente il Tribunale ha ritenuto che un anno di lavoro documentato presso una azienda agricola non sia sufficiente e che il Tribunale avrebbe dovuto considerare la possibilità di rinnovo del contratto come in effetti è avvenuto. La difesa rileva che la durata del contratto era stata fissata dal gennaio 2020 al 31 dicembre 2020, che lo stesso è stato in seguito rinnovato e che il lavoro è lo strumento per eccellenza di integrazione e coesione sociale. La difesa si lamenta della mancata valutazione della peculiare vicenda trascorsa dal ricorrente in Italia anche in considerazione della sottrazione del figlio e afferma che se rimanesse in Italia avrebbe la speranza di poter rivedere il figlio essendo stata l’autorità giudiziaria portata a conoscenza della sottrazione del minore. Censura la mancata considerazione della vicenda per quanto concernente il periodo in Libia e in particolare (allegato 7, pag. 7 e allegato 8). Rileva che le circostanze di vulnerabilità del ricorrente avrebbero dovuto essere considerate anche ai fini del riconoscimento del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1 e 1.1.

Il motivo è fondato, infatti, secondo il recente orientamento delle sezioni unite di questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano (Cass. sez. un. 24413/21).

Nel caso di specie, il tribunale si trovava di fronte un richiedente che aveva in corso un contratto di lavoro documentato a tempo determinato presso un’azienda agricola ma non l’ha ritenuto rilevante – sia pure nell’ottica di un giudizio comparativo – per dimostrare il raggiungimento di un particolare grado d’integrazione, senz’altra argomentazione, incorrendo pertanto nel denunciato difetto di motivazione.

In accoglimento del ricorso, la sentenza va cassata e la causa ca rinviata al tribunale di Messina, affinché, alla luce dei principi sopra esposti, riesamini il merito della controversia.

P.Q.M.

la Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al tribunale di Messina, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

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