Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26684 del 24/11/2020

Cassazione civile sez. II, 24/11/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 24/11/2020), n.26684

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24593/2019 proposto da:

S.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA, 53,

presso lo studio dell’avvocato ANTONELLO CIERVO, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUCA MANDRO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO IN PERSONA DEL MINISTRO PRO TEMPORE,

elettivamente domiciliato in ROMA – VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il

11/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/09/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.F. – cittadino del (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Venezia avverso la decisione della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Verona sez. Padova che aveva rigettato la sua istanza di protezione in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’essersi dovuto allontanare dal suo Paese e poichè aveva avuto relazione amorosa con una ragazza di fede cristiana, osteggiata da suo padre che invece era mussulmano e di carattere violento, sicchè s’era allontanato da casa, ed in quanto coinvolto in sinistro stradale era stato arrestato dalla Polizia.

Il Collegio marciano ha rigettato il ricorso ritenendo non credibile il racconto del richiedente asilo, valutando che la situazione socio-politica del Mali, nella zona in cui lo stesso viveva, non consentiva di ritenere concorrenti le specifiche situazioni previste per la protezione internazionale e che l’opponente nemmeno aveva dedotta condizione di vulnerabilità ovvero elementi lumeggianti significativo inserimento sociale in Italia ai fini della protezione umanitaria.

Il S. ha proposto ricorso per cassazione avverso il decreto del Tribunale veneto articolato su cinque motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente, evocato ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dal S. risulta inammissibile ex art. 360 bis c.p.c., siccome la norma ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17 -.

Anzitutto il ricorrente prospetta due questioni di legittimità costituzionale afferenti al D.L. n. 118 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, che risultano manifestamente infondate posto che la statuizione di rigetto anche della richiesta di protezione umanitaria adottata dal Tribunale, espressamente, non si fonda sulla nuova normativa posta dal provvedimento legislativo, del quale si dubita circa la rispondenza al dettato costituzionale, bensì il Collegio marciano ha esaminato la questione sottopostagli secondo la previsione normativa previgente.

Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione della norma D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, poichè i Giudici di prime cure hanno omesso d’applicare il principio di verisimiglianza in relazione alle dichiarazioni circa le ragioni del suo espatrio.

Ad opinione del S. era compito del Giudice analizzare il suo racconto alla luce dell’utilizzo complessivo dei parametri normativi posti dalla norma, citata siccome violata, al fine di valutare la sua credibilità.

La cesura siccome articolata appare generica poichè non si confronta in concreto con la puntuale argomentazione esposta dal Collegio marciano che ha posto in evidenza tutte le ragioni di inverisimiglianza e non plausibilità palesate dal racconto del richiedente asilo, sicchè ha valutato lo stesso secondo il parametro D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), così osservando la regola di diritto indicata siccome violata.

A fronte di detta puntuale argomentazione il ricorrente si limita a richiamare in astratto l’istituto ed a postulare apoditticamente che la conclusione cui pervennero i Giudici veneti era errata, sicchè la censura mossa appare inammissibile.

Con la seconda ragione di doglianza il ricorrente deduce violazione della norma D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 2, lett. e) e della Convenzione di Ginevra del 1951 poichè il Collegio lagunare non ha ritenuto che egli fosse perseguitato – ancorchè dal padre – per ragioni religiose, situazione questa che configurava caso tipico di asilo.

La censura si rivela generica poichè astratta in quanto si fonda sulle dichiarazioni rese dallo stesso richiedente asilo ritenute, motivatamente, non credibili dal Collegio marciano, sicchè nemmeno in astratto può configurarsi la dedotta violazione di legge, una volta escluso la credibilità del racconto posto alla base della domanda di protezione.

Con il terzo mezzo d’impugnazione il S. lamenta omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo ai fini della decisione individuato nel mancato esame delle conseguenze – fondata minaccia di morte da parte del padre ed assenza di affidabilità nella tutela statuale – della sua relazione con una ragazza cristiana e la nascita da detta relazione di un figlio – ragione indicata alla base della sua decisione d’espatriare.

La censura s’appalesa patentemente priva di fondamento posto che il fatto narrato è stato valutato dal Collegio marciano ma ritenuto non essersi in effetti verificato, sicchè conseguiva necessariamente l’irrilevanza delle conseguenze paventate dal richiedente asilo.

Con la quarto mezzo d’impugnazione il S. lamenta violazione della regola di diritto desumibile D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) e direttive U.E. in materia, poichè il Tribunale lagunare ha esaminato la situazione socio-politica del Mali al fine d’individuare l’esistenza o non di situazione caratterizzata da violenza diffusa con riguardo alla zona, in cui egli abitava, mentre la norma in vigore non consentiva detto ristretto esame che invece andava espletato con relazione all’intero territorio nazionale.

La censura risulta patentemente priva di fondamento, posto che la norma della disciplina Europea, addotta a sostegno della critica ed effettivamente non trasfusa nella disciplina nazionale sino alla recente ricordata – in ricorso – modifica, riguardava la possibilità di pretendere dal richiedente asilo di spostarsi all’interno del suo Stato d’origine da zone, in cui v’era situazione socio-politica caratterizzata da violenza diffusa in zone più tranquille.

La situazione contraria invece, ossia la valutazione se il richiedente asilo risiedeva in zona del Paese non afflitta da violenza diffusa non era disciplinata da detta disposizione, non accolta dall’Italia, siccome insegna questo Supremo Collegio costantemente – Cass. sez. 1 n. 13088/19, Cass. sez. 1 n. 18540/19.

Di conseguenza la violazione di legge lumeggiata dal ricorrente patentemente non concorre poichè la richiamata norma estranea al decisum del Collegio marciano.

Con la quinta doglianza il S. rileva violazione della norma D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, poichè il Tribunale in relazione all’istanza di godimento della protezione umanitaria non ebbe a valutare elementi documentali lumeggianti sua condizione di vulnerabilità e di realizzato inserimento nella società italiana ai fini della necessaria complessiva valutazione.

La critica avanzata dal ricorrente, sebbene proposta sub specie di violazione di legge, in concreto risulta declinata quale critica alla valutazione della sua condizione personale di vulnerabilità ed inserimento sociale effettuata dal Tribunale, contrapponendo propria tesi alternativa fondata sull’enfatizzazione di dati fattuali che il Collegio marciano ha ritenuto non rilevanti.

Difatti nel decreto impugnato viene evidenziato, come in dipendenza della non credibilità del suo racconto e della effettiva situazione socio-politica della zona del Mali, in cui abitava, non sussistono ragioni di vulnerabilità soggettive o oggettive e come i lavori svolti – sempre nell’ambito del circuito dell’accoglienza – erano di natura saltuaria e nemmeno il richiedente asilo aveva provato d’aver ricevuto un salario con il quale potersi mantenere in Italia.

Ambedue i dati fattuali segnalati in ricorso a fondamento della critica risultano dunque irrilevanti, come sottolineato dal Tribunale, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria poichè non palesano nè condizione di vulnerabilità oggettiva o soggettiva nè inserimento di una qualche valenza nella società italiana, ma ciò nonostante il ricorrente li ripropone in questa sede senza alcun confronto con quanto argomentato al riguardo dal Tribunale lagunare.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione resistente, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il S. alla rifusione verso l’Amministrazione degli Interni delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2020

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