Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26675 del 24/11/2020

Cassazione civile sez. II, 24/11/2020, (ud. 20/01/2020, dep. 24/11/2020), n.26675

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1742/2016 proposto da:

C.R., rappresentato e difeso dagli avvocati PAOLO

CAMPAGNA, MAURIZIO LAMBERTI;

– ricorrente –

contro

P.A., rappresentato e difeso dagli avvocati ERSILIO GAVINO,

GIOVANNI CALISI;

A.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIERLUIGI DA

PALESTRINA 63, presso lo studio dell’avvocato MARIO CONTALDI, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLO CANEPA, MICAELA

D’EVOLA;

CA.GA., c.a., c.r.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA EMANUELE GIANTURCO 6, presso

lo studio dell’avvocato FILIPPO SCIUTO, rappresentati e difesi dagli

avvocati CORRADO BARILE, ALESSIO GIULIO CAVAGNARO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1088/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 18/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/01/2020 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS.

 

Fatto

PREMESSO

Che:

1. Con atto di citazione del 10 maggio 2005 C.R. conveniva in giudizio l’ing. P.A., l’arch. A.M., l’impresa GTR Costruzioni e i soci di quest’ultima c.r. e a. e Ca.Ga.. L’attore esponeva di essersi rivolto ai convenuti per l’esecuzione di alcuni lavori di ristrutturazione del proprio autosalone e chiedeva di dichiarare la risoluzione dei contratti di prestazione d’opera, stipulati con i due professionisti, e di quello d’appalto, stipulato con l’impresa, a fronte dell’inadempimento dei convenuti, con la loro conseguente condanna al risarcimento del danno.

Il Tribunale di Genova, con sentenza n. 1969/2009, condannava il solo ing. P. al risarcimento del danno (Euro 1.917,81), ritenendolo il solo responsabile dell’unico difetto (sottodimensionamento del soppalco) riscontrato dal consulente tecnico d’ufficio.

2. Avverso la sentenza proponeva appello C.R..

La Corte d’appello di Genova, ritenuta la responsabilità anche dell’impresa e quindi dei soci illimitatamente responsabili per i vizi riscontrati, con sentenza 18 settembre 2015, n. 1088, in parziale riforma della decisione del Tribunale condannava c.r. e a. e Ca.Ga., in solido con P.A., al risarcimento del danno già liquidato dal Tribunale in favore dell’appellante.

3. Contro la sentenza ricorre per cassazione C.R..

Resistono con distinti controricorsi A.M. e P.A., nonchè c.a., Ca.Ga. e c.r..

Memorie sono state depositate da A.M. e da P.A.; vi è anche una memoria del ricorrente, che è però stata depositata dopo lo spirare del termine di cui all’art. 380-bis 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Preliminarmente va affermata l’ammissibilità del ricorso sotto il profilo della validità del conferimento della procura speciale, validità contestata da P.A. nella memoria depositata in prossimità della Camera di consiglio. La procura è, come osserva il controricorrente, generica (prevedendo la nomina del difensore per “ogni fase, stato e grado del procedimento”) ed è apposta in calce all’atto su foglio separato; essa è però stata conferita in data successiva al deposito della sentenza impugnata ed è richiamata nell’intestazione del ricorso (“giusta procura in calce al presente atto”), così che può operare la presunzione che il mandato conferito abbia effettiva attinenza al grado del giudizio cui l’atto inerisce. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, posto che il disposto dell’art. 83 c.p.c., comma 3, attribuisce alla parte la facoltà di apporre la procura in calce o a margine di specifici e tipici atti del processo, “la procura per il giudizio di cassazione rilasciata in calce o a margine del ricorso, costituendo corpo unico con l’atto cui si riferisce, garantisce il requisito della specialità del mandato al difensore”, così che resta irrilevante la formulazione “generica, omnicomprensiva” della medesima (così Cass. 1058/2001); nel dubbio, la procura deve infatti ritenersi speciale, in applicazione del principio di conservazione dell’atto giuridico, di cui è espressione in materia processuale l’art. 159 c.p.c. (in tal senso Cass. 214/2020).

2. Il ricorso è articolato in più motivi, non numerati; per tutti, allo svolgimento del motivo segue la denuncia dell'”l’indubbia violazione da parte della Corte d’appello territoriale dell’art. 112 c.p.c., dell’art. 132c.p.c., n. 4, dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 e infine dell’art. 111 Cost., atteso che il Giudice deve rispettare le regole del processo (del rito) e deve nondimeno porre quali fondamentali premesse logiche della sua decisione finale, le norme di diritto sostanziale applicabili: osservare il giusto processo”.

a) Una prima censura contesta la dichiarazione di inammissibilità delle domande di condanna al risarcimento del danno da fermo locale e da ritardo indotto, della domanda di rimborso dei costi delle consulenze e delle perizie stragiudiziali, nonchè il rigetto della domanda di condanna al risarcimento per lite temeraria.

La contestazione è generica (si rinvia, in particolare, alle conclusioni dell’atto di primo grado senza trascriverle) ed è pertanto inammissibile.

b) Si denunciano poi profili relativi alla valutazione degli elementi di prova (in particolare le consulenze tecniche d’ufficio e documenti). La denuncia è inammissibile in quanto generica (delle consulenze e dei documenti non viene riprodotto il contenuto) e perchè la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e non è sindacabile da questa Corte di legittimità.

c) Vi sono infine due censure relative alle spese.

– Il ricorrente contesta che il giudice d’appello, nel liquidare le spese tra gli obbligati solidali (il ricorrente e i fratelli c.) non abbia considerato “il valore della causa tal quale dichiarato dall’attore e quindi dall’appellante nei rispettivi atti introduttivi”, valore corrispondente allo scaglione tra Euro 52.000,01 ed Euro 260.000, ma si sia invece riferito, per entrambi i gradi di giudizio, allo scaglione da Euro 1.100,01 a Euro 5.200, relativo “al danno accertato”. Il motivo è infondato. Il valore della controversia va fissato sulla base del criterio del disputatum (ossia di quanto richiesto nell’atto introduttivo del giudizio ovvero nell’atto di impugnazione parziale della sentenza), tenendo però conto che, “in caso di accoglimento solo in parte della domanda ovvero di parziale accoglimento dell’impugnazione, il giudice deve considerare il contenuto effettivo della sua decisione, criterio del decisum” (così Cass., sez. un., n. 19014/2007).

– Il ricorrente denuncia poi che nel liquidare le spese degli appellati A. e P. il giudice d’appello abbia incluso il compenso per la fase introduttiva nonostante gli appellati non avessero proposto impugnazione incidentale e non avessero quindi introdotto formalmente il giudizio. Il motivo è infondato, in quanto la voce “fase introduttiva” va riconosciuta a fronte della costituzione in appello con comparsa (v. anche del D.M. n. 55 del 2014, art. 5, lett. b).

2. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore del controricorrente P.A. che liquida in Euro 2.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge, in favore del controricorrente A.M. che liquida in Euro 2.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge, nonchè in favore dei controricorrenti c.a., Ca.Ga. e c.r. che liquida in Euro 1.700, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge.

Sussistono, del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale della Sezione Seconda Civile, il 20 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2020

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