Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2665 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 28/01/2022, (ud. 21/09/2021, dep. 28/01/2022), n.2665

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4445-2020 proposto da:

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA STEFANO

OBERTO, 69, presso lo studio dell’avvocato EMANUELA DE ROSSI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7046/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 18/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIETTA

SCRIMA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.A. propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Rom4l. 515/2016, pubblicata il 13 gennaio 2016, con la quale era stata rigettata, per intervenuta prescrizione del diritto, la domanda dal medesimo proposta nei confronti del Ministero della Salute e volta alla condanna di quest’ultimo al risarcimento del danno biologico subito a seguito di trasfusioni di sangue infetto e condannato l’attore alle spese di lite.

L’appellato resistette all’appello, reiterando l’eccezione di prescrizione, sostenendo l’inesistenza della dedotta responsabilità dell’Amministrazione e il difetto di prova del nesso di causalità tra le trasfusioni e l’insorgenza della malattia e riproponendo l’eccezione di compensazione tra le somme eventualmente già riscosse a titolo di indennizzo ex L. n. 210 del 1982 e il risarcimento del danno eventualmente riconosciuto.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 7046/2019, pubblicata il 18 novembre 2019, in riforma della sentenza impugnata, condannò il Ministero della Salute al pagamento, in favore del C., della somma di Euro 25.420,00, oltre agli interessi legali a decorrere dal 1 gennaio 1968 sulla predetta somma devalutata secondo gli indici ISTAT al 1968 e via via rivalutata annualmente sino alla data di quella pronuncia, nonché agli interessi legali sull’intero predetto importo da tale data sino al saldo, nonché alle spese del doppio grado del giudizio di merito e pose definitivamente a carico del Ministero della Salute le spese di c.t.u..

Avverso la sentenza della Corte di merito il Ministero della Salute ha proposto ricorso per cassazione basato su due motivi, cui ha resistito C.A. con controricorso.

La proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, rubricato “Violazione e falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 1, art. 22, commi 1-4, degli artt. 2043,2056 e ss., dell’art. 2041 e 2697 c.c. nonché degli artt. 115,116,183,213 c.p.c. e dell’art. 345 c.p.c., commi 2 e 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte di merito erroneamente affermato il mancato assolvimento, da parte dell’Amministrazione ricorrente, dell’onere probatorio in ordine all’esatto ammontare di quanto percepito dalla controparte a titolo di indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992.

1.1. Il motivo è inammissibile.

Osserva il Collegio che, ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, il ricorso è inammissibile quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa; in particolare, in tema di giudizio di legittimità, anche un solo precedente, se univoco, chiaro e condivisibile, integra l’orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte di cui all’articolo già menzionato, con conseguente dichiarazione di inammissibilità del relativo ricorso per cassazione che non ne contenga valide critiche (Cass., ord., 22/02/2018, n. 4366).

Nel caso all’esame, la Corte di merito ha negato la detraibilità dall’importo liquidato a titolo risarcitorio in favore dell’odierno controricorrente, dell’indennizzo dal medesimo invocato ai sensi della L. n. 210 del 1992, non essendo stata acquisita la prova dell’esatta determinazione, della liquidazione, nonché dell’effettiva corresponsione di detto indennizzo in suo favore, così uniformandosi al consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, nel giudizio promosso nei confronti del Ministero della Salute per il risarcimento del danno conseguente al contagio a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto, l’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992 può essere scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno (compensatio lucri cum damno) solo se sia stato effettivamente versato o, comunque, sia determinato nel suo preciso ammontare o determinabile in base a specifici dati della cui prova è onerata la parte che eccepisce il lucrum (Cass., ord., 30/08/2019, n. 21837; Cass. 22/08/2018, n. 20909).

Rispetto a tale orientamento della giurisprudenza di legittimità, l’odierno Ministero ricorrente ha sostanzialmente omesso di confrontarsi in termini diretti, limitandosi ad esprimere il proprio dissenso attraverso il richiamo di precedenti giurisprudenziali e a rivendicare, in sostanza, una rilettura nel merito dei fatti di causa, come tale non consentita in questa sede di legittimità. A quanto precede va aggiunto che il Ministero neppure allega in questa sede che siano già state effettivamente corrisposte somme al Ce. a titolo di indennizzo ai sensi della L. n. 210 del 1992 né ne precisa l’eventuale ammontare ma si limita a sostenere l’avvenuta “concessione” dell’indennizzo e la determinabilità dello stesso in base a documentazione che deduce essere stata prodotta dall’attuale intimato e di cui non riporta il tenore letterale, sicché al riguardo il mezzo all’esame è pure inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6 (v. ricorso p. 5 e 6).

2. Con il secondo motivo, rubricato “Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360, n. 5” il ricorrente sostiene che la Corte di merito abbia erroneamente ritenuto che “se è vero che sono trascorsi molti anni dall’evento e la diagnosi eziologica e pertanto esiste la possibilità che siano intervenuti altri fattori causali efficienti indipendenti dagli eventi di causa, questi devono essere considerati improbabili ed ipotetici. Infatti non risultano in anamnesi altri fattori di rischio di rilievo, soprattutto in considerazione della condizione di tetraplegico del soggetto, delle condizioni familiari e ambientali”. Ad avviso del Ministero, le risultanze della c.t.u. non sarebbero univoche sicché la Corte di merito avrebbe dovuto e potuto convocare l’ausiliare a chiarimenti e rappresenta che la trasmissione del virus HCV può avvenire non solo attraverso trasfusioni di sangue e che il notevole lasso di tempo non renderebbe agevole il collegamento tra l’insorgenza della patologia e la terapia trasfusionale.

2.1. Il motivo è inammissibile, sia perché con lo stesso non si censura l’autonoma ratio decidendi in relazione all’accertamento del nesso causale, espressa a p. 5 della sentenza impugnata, fondata espressamente sulle risultanze della disposta c.t.u., che ha pure fatto riferimento agli accertamenti della CM0 delegata e dall’Ufficio medico legale del Ministero della Salute, sia perché si tende, con il mezzo in esame ad una rivalutazione del merito non consentita in questa sede; inoltre, dei fatti di cui si lamenta l’omessa valutazione (trasmissibilità del virus anche non attraverso le trasfusioni e il notevole lasso di tempo trascorso), ha ben tenuto conto la Corte territoriale né ne è stata dedotta, peraltro, la decisività.

3. Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile.

4. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

5. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

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