Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26642 del 24/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 24/11/2020, (ud. 23/07/2020, dep. 24/11/2020), n.26642

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. est. Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A. P. – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 35/14 R.G., proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma via dei Portoghesi 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

S.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 122/2/13 della Commissione tributaria

regionale dell’Abruzzo, depositata il 13/06/2013, non notificata.

 

Fatto

RILEVATO

che:

S.M. (di seguito, per brevità, “contribuente”) impugnava, innanzi alla Commissione tributaria provinciale di Teramo, l’avviso di accertamento di maggior reddito, per l’anno 2005, nei limiti della quota di partecipazione ad una società in accomandita semplice, poi trasformata in s.r.l., il cui reddito era stato a sua volta oggetto di rettifica da parte dell’Agenzia delle entrate.

L’Agenzia delle entrate chiedeva alla Commissione provinciale di dichiararsi la cessazione della materia del contendere, deducendo “l’annullamento in autotutela dell’accertamento societario”.

La Commissione tributaria provinciale dichiarava cessata la materia del contendere, con condanna dell’Agenzia delle entrate al pagamento delle spese.

L’Agenzia delle entrate appellava la sentenza innanzi alla Commissione tributaria regionale dell’Abruzzo, asserendo che per mero errore materiale aveva richiesto la declaratoria di cessazione della materia del contendere in quanto l’atto annullato in autotutela riguardava il diverso avviso di accertamento emesso, sempre per la medesima annualità (2005), nei confronti della stessa società di cui il contribuente era socio al 50% (era stato annullato l’atto n. (OMISSIS), e non quello relativo al contribuente n. (OMISSIS)). Chiedeva, pertanto, al giudice di appello di verificare l’errore materiale, di pronunciarsi nel merito rigettando il ricorso del contribuente e riformando la sentenza di primo grado anche nella parte relativa alle spese di lite.

La Commissione tributaria regionale, con la sentenza in epigrafe, “rigetta” il ricorso, con la seguente motivazione:

“l’Ufficio depositando presso la CTP di Teramo dichiarazione di cessazione della materia ha messo in condizioni la stessa CTP di dichiarare estinto il processo. Tale decisione, scaturita addirittura da un annullamento dell’atto impositivo da parte dell’amministrazione, non può oggi essere contestata, nè la questione in oggetto tantomeno può rivivere attraverso il proseguimento, in secondo grado, a fronte di un errore di fatto dell’Amministrazione. Non è possibile addurre scusanti in questa fase di secondo grado, li dove non si contesta il merito o la legittimità della sentenza impugnata, che a detta dello stesso appellante non merita gravame”.

L’Agenzia delle entrate impugna in Cassazione la sentenza della Commissione tributaria regionale, affidandosi a due motivi: con il primo mezzo, denuncia la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato in quanto la Commissione tributaria regionale avrebbe dovuto pronunciarsi sull’errore materiale della diversità dell’avviso di accertamento oggetto di annullamento, essendo tale errore il fatto dedotto e contestato in giudizio; con il secondo mezzo, deduce la violazione di legge (e segnatamente del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 46 e 52, e dell’art. 339 c.p.c.) per aver la Commissione tributaria regionale ritenuto, in buona sostanza, l’inappellabilità della sentenza che ha dichiarato la cessazione della materia del contendere.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Il ricorso è fondato.

I motivi di ricorso si esaminano congiuntamente per la loro stretta connessione, logica e giuridica.

Come esposto in narrativa, la ricorrente censura la sentenza di appello – che, nel rigettare l’appello dell’Agenzia delle Entrate, ha confermato la sentenza di primo grado dichiarativa della cessazione della materia del contendere deducendo la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato per erronea sussunzione, da parte del giudice a quo, del fatto processuale dedotto con l’atto di appello, nonchè per aver ritenuto l’inappellabilità della sentenza dichiarativa della cessazione della materia del contendere, in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 46 e 52, nonchè dell’art. 339 c.p.c..

L’Agenzia delle entrate sostenne in appello (e ribadisce in questa sede) di aver commesso un errore nell’annullamento, in sede di autotutela, dell’avviso di accertamento oggetto del giudizio, avviso che non era stato mai annullato, venendo così meno il presupposto della decisione di cessazione della materia del contendere da parte della Commissione tributaria provinciale.

A fronte di tali deduzioni, costituenti oggetto dell’appello dell’Agenzia delle entrate, i giudici di secondo grado avrebbero dovuto verificare quanto dedotto dall’appellante e, quindi, verificare se sussistessero i presupposti per la cessazione materia del contendere; invece, la Commissione tributaria regionale adita, con la sentenza qui impugnata, ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle entrate sostanzialmente affermando l’inimpugnabilità della pronuncia di cessazione della materia del contendere.

I secondi giudici, infatti, hanno motivato la loro decisione affermando che: “(…) Tale decisione, scaturita addirittura da un annullamento dell’atto impositivo da parte dell’amministrazione, non può oggi essere contestata, nè la questione in oggetto tantomeno può rivivere attraverso il proseguimento, in secondo grado, a fronte di un errore di fatto dell’Amministrazione”.

Così motivando la Commissione tributaria regionale, sebbene non abbia travalicato i limiti di cui all’art. 112 c.p.c., considerato che si è pronunciata sull’oggetto dell’appello ritenendo sostanzialmente irrilevante l’errore dedotto dall’Agenzia delle entrate (v. motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui si afferma che la questione non potesse essere riproposta “a fronte di un errore di fatto dell’Amministrazione”) ha, tuttavia, fatto mal governo dei principi riguardanti l’esperibilità dell’appello avverso le sentenze di primo grado e, quindi, delle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 46 e 52, nonchè all’art. 339 c.p.c. (applicabile anche al processo tributario); in particolare quest’ultima disposizione prevede che l’appello è il rimedio ordinario delle sentenze di primo grado, tranne che il relativo rimedio non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 2.

In conclusione, il ricorso va accolto nei limiti esposti nella motivazione che precede e, conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale dell’Abruzzo, affinchè proceda ad un nuovo esame della controversia verificando nel merito la sussistenza dell’errore dedotto dall’Agenzia delle entrate con l’atto di appello.

Il giudice di rinvio è tenuto a provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso nei limiti di quanto in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale dell’Abruzzo, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della V sezione civile della Corte di Cassazione, il 23 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2020

 

 

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