Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26608 del 30/09/2021

Cassazione civile sez. III, 30/09/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 30/09/2021), n.26608

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23437-2017 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, in persona del legale rapp.te,

elettivamente domiciliato in ROMA, P.ZZA BARBERINI 12, presso lo

studio dell’avvocato GUSTAVO VISENTINI, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ALFONSO MARIA PAPA MALATESTA;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, in persona del legale rapp.te, elettivamente

domiciliato in ROMA, V.LE EUROPA 175, presso lo studio dell’avvocato

PAOLA FABBRI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 904/2016 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 10/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione-ADER (da ora Agenzia) ricorre, affidandosi a sette motivi illustrati anche da memoria, per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Ancona che, riformando la pronuncia del Tribunale di Macerata, aveva dichiarato che Poste Italiane Spa aveva diritto di applicare una commissione per ciascun versamento dell’ICI effettuato mediante bollettino postale sul conto corrente intestato alla Se.Ri.Ma. Spa, in qualità di concessionaria del servizio di riscossione dell’ICI per la provincia di Macerata per il periodo 1.4.1997 al 1.6.2001 nella misura Euro 0,05 per ogni bollettino e, successivamente, nel periodo 1.6.2001 fino alla data della domanda nella misura determinata dalla società di Euro 0,23, oltre agli accessori, condannando Equitalia Marche Spa al relativo pagamento e compensando le spese di entrambi i gradi di giudizio.

2. Poste Italiane Spa (da ora Poste) ha resistito, proponendo altresì ricorso incidentale sulla scorta di quattro motivi e di memoria ex art. 380bis1 c.p.c..

3. Per ciò che interessa in questa sede, Poste domandò al Tribunale di Macerata la condanna della concessionaria al pagamento, in base alle tariffe determinate, delle commissioni dovute su ciascuna operazione di versamento della imposta locale (ICI), effettuata dal singolo contribuente mediante bollettino postale, sul conto corrente acceso ed intestato alla Se.Ri.Ma. dall’1.4.1997 al 31.5.2001 (in misura pari ad Euro 0,05 (Lire 100); dal 1.6.2001 al 31.12.2003 in misura pari ad Euro 0,24 (Lire 450); dall’1.1.2004 in poi, sulla base degli importi corrispondenti alle variazioni tariffarie succedutesi nel tempo.

4. Il Tribunale di Macerata rigettò la domanda, compensando le spese di lite.

5. La Corte territoriale accolse l’impugnazione di Poste Italiane s.p.a., ritenendo fondata la pretesa e condannando la concessionaria al pagamento delle commissioni nella misura stabilita dai decreti che si erano susseguiti nel periodo dedotto.

6. All’udienza fissata, questa Corte, evidenziati gli aspetti controversi della lite, riteneva di proporre rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia in relazione alle questioni, sollevate nel sesto motivo di ricorso, relative alla violazione degli artt. 107 e 108 TFUE o, in subordine, degli artt. 102 e 106 TFUE e dell’art. 4 TUE, sulla scorta di tre specifici quesiti e cioè: 1) il possibile inquadramento, nello schema del servizio di interesse economico generale (SIEG), della riserva di attività in regime di monopolio legale in favore di Poste Italiane Spa; 2) la possibilità di configurare come “aiuto di stato illegittimo” la previsione normativa che aveva consentito la determinazione unilaterale da parte di Poste dell’entità dell’importo della commissione da applicare; 3) la configurabilità dell’effetto di concedere a Poste diritti speciali od esclusivi, tali da far ritenere che potesse ricorrere un “abuso di posizione dominante.

7. Il giudizio veniva, pertanto, rinviato a nuovo ruolo.

8. Con sentenza del 3.3.2021 (relativa a C- 434/2019, riunita ad altra C-435/2019), la Corte di Giustizia si è pronunciata e, pur ritenendo irricevibile il terzo quesito, rispetto ai primi due ha affermato che il diritto, riconosciuto a Poste Italiane di riscuotere commissioni per la gestione di conti correnti postali che i concessionari erano tenuti ad aprire per il versamento dell’ICI da parte dei contribuenti, poteva essere considerato un vantaggio selettivo, circostanza che spettava, tuttavia, al giudice del rinvio, verificare: conclusivamente la CGUE ha affermato che l’art. 107 TFUE doveva essere interpretato nel senso che “costituisce un aiuto di Stato ai sensi di detta disposizione la misura nazionale con la quale i concessionari incaricati della riscossione dell’ICI sono tenuti a disporre di un conto corrente aperto a loro nome presso Poste Italiane per consentire il versamento di detta imposta da parte dei contribuenti ed a pagare una commissione per la gestione di detto conto corrente, a condizione che tale misura sia imputabile allo Stato, procuri un vantaggio selettivo a Poste Italiane mediante risorse statali e sia tale da falsare la concorrenza negli scambi fra gli Stati membri, circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare” (cfr. cpv 74 pag. 18 della sentenza CGUE teste’ richiamata).

8. Per l’adunanza camerale fissata per la data odierna, entrambe le parti hanno depositato nuovamente memorie.

9. L’Agenzia, inoltre, ha versato in atti la comunicazione di declinatoria del patrocinio da parte dell’Avvocatura Generale dello Stato (allegando altresì il relativo protocollo d’intesa) in relazione alla regolarità dello ius postulandi degli avvocati del libero foro ai quali era stata conferita la procura speciale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Deve premettersi che la normativa applicabile alla controversia in esame è stata esaustivamente passata in rassegna nel provvedimento di rimessione alla Corte di Giustizia (cfr. Cass. 14080/2019) che, in parte qua, deve intendersi richiamato nella presente ordinanza.

2. I motivi del ricorso principale e di quello incidentale andranno, dunque, esaminati, nei limiti della loro attinenza, con riferimento alle risposte contenute nella sentenza della Corte di Giustizia successivamente pronunciata.

3. Infatti, CGUE 3 marzo 2021, nelle cause riunite C-434/2019 e C-435/19 oggetto di rimessione (la seconda è quella relativa alla controversia in esame), ha affermato, sullo specifico quesito proposto da questa Corte con l’ordinanza sopra richiamata, che l’art. 107 TFUE deve essere interpretato nel senso che può costituire un “aiuto di Stato”, ai sensi di detta disposizione, la misura nazionale con la quale i concessionari incaricati della riscossione dell’imposta comunale sugli immobili sono tenuti a disporre di un conto corrente aperto a loro nome presso Poste Italiane SpA per consentire il versamento di detta imposta da parte dei contribuenti e a pagare una commissione per la gestione di detto conto corrente, a condizione che 1) tale misura sia imputabile allo Stato, 2) procuri un vantaggio selettivo a Poste Italiane mediante risorse statali e, 3), che sia tale da falsare la concorrenza e gli scambi tra gli Stati membri, circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare.

4. E’ compito di questa Corte, pertanto, provvedere alla verifica richiesta ma pur sempre entro l’ambito di quanto è ancora consentito alle parti nel giudizio di legittimità ed all’esito del concreto sviluppo dei gradi di merito che qui è ammesso ricostruire.

5. Deve preliminarmente essere esaminata la questione, sollevata da Poste nella memoria, relativa alla inammissibilità del ricorso principale per difetto dello ius postulandi, derivante, in thesi, dalla circostanza che il successore di Serima ha rilasciato la procura speciale ad un avvocato del libero foro e non si è avvalsa della difesa dell’Avvocatura Generale dello Stato: al riguardo, vale richiamare il principio affermato, ex art. 363 c.p.c., dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo il quale” ai fini della rappresentanza e difesa in giudizio, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, impregiudicata la generale facoltà di avvalersi anche di propri dipendenti delegati davanti al tribunale ed al giudice di pace, si avvale: a) dell’Avvocatura dello Stato nei casi. previsti come riservati ad essa dalla Convenzione intervenuta (fatte salve le ipotesi di conflitto e, ai sensi del R.D. n. 1611 del 1933, art. 43, comma 4, di apposita motivata Delib. da adottare in casi speciali e da sottoporre all’organo di vigilanza), oppure ove vengano in rilievo questioni di massima o aventi notevoli riflessi economici; b) di avvocati del libero foro, senza bisogno di formalità, né della Delib. prevista dall’art. 43, comma 4 R.D. cit. – nel rispetto del D.Lgs. n. 50 del 2016, artt. 4 e 17 e dei criteri di cui agli atti di carattere generale adottati ai sensi del D.L. n. 193 del 2016, art. 1, comma 5 conv. in L. n. 225 del 2016 – in tutti gli altri casi ed in quelli in cui, pure riservati convenzionalmente all’Avvocatura erariale, questa non sia disponibile ad assumere il patrocinio. Quando la scelta tra il patrocinio dell’Avvocatura erariale e quello di un avvocato del libero foro discende dalla riconduzione della fattispecie alle ipotesi previste dalla Convenzione tra l’Agenzia e l’Avvocatura dello Stato o di indisponibilità di questa ad assumere il patrocinio, la costituzione dell’Agenzia a mezzo dell’una o dell’altro postula necessariamente ed implicitamente la sussistenza del relativo presupposto di legge, senza bisogno di allegazione e di prova al riguardo, nemmeno nel giudizio di legittimità.” (Cass. SSUU 30008/2019).

5.1. La fattispecie in esame rientra nella ipotesi sub a), richiamata dall’arresto sopra riportato, successivo alla data di introduzione del presente giudizio, risalente al 2.10.2017: il rilievo risulta, dunque, coerentemente superato dal deposito della “Declinataria del patrocinio” da parte dell’Avvocatura Generale dello Stato, avvenuto in via telematica in data 3.6.2021 e quindi tempestivamente rispetto al termine per il deposito delle memorie ex art. 380bis 1 c.p.c..

5.2. Da tale atto – che rappresenta una ratifica del mandato a suo tempo conferito ai difensori – si evince l’indisponibilità dell’Avvocatura ad assumere il patrocinio in considerazione sia della natura del giudizio sia del conflitto nei confronti dello Stato, in ordine alla tesi del contrasto fra la normativa rilevante ed il diritto comunitario, con riferimento all’art. 3.1.11 del Protocollo d’Intesa fra Avvocatura dello Stato ed Agenzia delle Entrate-Riscossione.

5.3. Risultano pertanto soddisfatti i presupposti per la legittimità dell’incarico conferito all’avvocato del libero foro.

6. Passando all’esame dei motivi di ricorso, si osserva quanto segue. 6.1. Con il primo motivo, la ricorrente principale deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2203 e seguenti in tema di rappresentanza commerciale e dell’art. 1326 c.c., art. 1327 c.c., comma 1 nonché dell’art. 1362 c.c., comma 2, art. 1366 c.c. e art. 1367 c.c.: lamenta che la Corte territoriale aveva violato le norme in materia di interpretazione del contratto e di rappresentanza commerciale con riferimento alla nota del 26.3.1997. che aveva escluso l’applicazione della commissione controversa, ritenendo erroneamente che non era espressiva della volontà dell’ente in quanto sottoscritta da un semplice funzionario.

6.2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18 in materia di obbligo di pubblicità della fissazione delle condizioni del servizio di pagamento. Lamenta che la Corte territoriale non aveva tenuto conto che la delibera teste’ richiamata era stata emanata in relazione a tutte le operazioni di conto corrente postale ma che la successiva comunicazione aveva esentato il concessionario alla riscossione, anche perché non era stato in alcun nodo provato che fosse stato assolto l’obbligo di pubblicità della successiva variazione delle condizioni contrattuali. Il tal modo la pronuncia violava l’obbligo di pubblicità della variazione previsto nella L. n. 662 del 1996, art. 18.

6.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 2, commi 18 e 20 e dell’art. 2597 c.p.c.: lamenta che nell’interpretazione della norma non era stato tenuto conto del principio di parità di trattamento citato anche nella normativa in materia di liberalizzazione invocata da Poste, visto che l’Ente non aveva mai contrattato il prezzo delle commissioni da imporre.

6.4. Con il quarto motivo, deduce, ancora, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 144 del 2001, artt. 3 e 13 D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 118 nonché della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18. Assume che la Corte territoriale aveva errato nel non considerare che lo ius varìandi contemplato dall’art. 3 trova deroga nel successivo art. 13 che fa salvi gli atti posti in essere e gli effetti prodotti dalla normativa vigente, con ciò imponendo di valorizzare l’esenzione comunicata nella nota del 26.3. 1997 con la quale Poste Italiane, rinunciando alle commissioni aveva rinunciato anche ad innovare il rapporto precedentemente posto in essere.

6.5. Con il quinto motivo, si deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c., nonché ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 163, comma 3, n. 3 e dell’art. 2697 c.c. comma 1.

Lamenta un’errata ricostruzione della Corte che aveva pronunciato una sentenza di condanna qualificando la domanda come “condanna specifica” laddove si trattava di una domanda di accertamento, seguita da una domanda di condanna specifica (sia per la sorte che per gli interessi, riferita ad “ogni singola operazione”) che era rimasta indeterminata ed indimostrata, non avendo Poste né allegato né provato se e quanti bollettini di pagamento aveva lavorato.

6.6. Con il sesto motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 107 e 108 c.p.c. nonché degli artt. 102 e 106 e 4 TFUE. Lamenta la disapplicazione della normativa italiana in contrasto con la normativa Europea (D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10 ed L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18, 19 e 20 nonché D.P.R. n. 144 del 2001, art. 1,3 e 13).

6.6.1 Deduce altresì che la normativa nazionale che aveva costituito in capo a Poste Italiane un monopolio legale rispetto alla riscossione dell’Imposta locale, così come affermato dalle sezioni unite di questa Corte (Cass. SU 7169/2014), configurava un “aiuto di stato”, trattandosi dell’istituzione di una posizione selettiva in quanto favoriva una sola impresa (Poste Italiane, per l’appunto) attiva in numerosi altri settori, a discapito delle altre, ragione per cui la normativa in questione doveva, in subordine, essere disapplicata, costituendo una posizione dominante, visto che la misura della commissione da pagare era determinata unilateralmente (senza alcun riferimento ad un parametro oggettivo che permettesse di valutarne congruità ed equità), era applicata retroattivamente ed, infine, era posta a carico del contraente che aveva l’obbligo legale di avvalersi del servizio di pagamento in questione.

6.7. Con il settimo motivo, si deduce, infine, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 18,L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18, 19 e 20 nonché del D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3 norme rispetto alle quali vengono sollevate tre questioni di legittimità costituzionale, di seguito illustrate.

6.7.1. In primo luogo, sarebbe costituzionalmente illegittimo il combinato disposto del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, commi 2 e 3, art. 2, comma 18 in parte qua, L. n. 662 del 1996, per violazione dell’art. 11 Cost. e art. 117 Cost., comma 1, in riferimento agli artt. 102,106,107,108 TFUE (già artt. 82,86,87 e 88 TCE): sussisterebbe, in thesi, contrasto tra l’obbligo del concessionario a contrarre con Poste (art. 10, commi 2 e 3, D.Lgs. n. 504 del 1992) e il potere unilaterale di Poste di imporre commissioni ai correntisti L. n. 662 del 1996, ex art. 2, comma 18, e D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3 da un lato, e gli artt. 102,106,107,108 TFUE (già artt. 82,86,87 e 88 TCE) dall’altro, onde sarebbe necessaria la disapplicazione del diritto interno contrastante con il diritto Eurounitario. Qualora, invece, si ritenga che il diritto Eurounitario sia privo del requisito dell’effetto diretto, la causa andrebbe rimessa alla Corte Costituzionale per sussistenza dell’incostituzionalità della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18, e D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3 nella parte in cui il potere unilaterale, conferito a Poste Italiane, rispettivamente di “stabilire commissioni a carico dei correntisti postali” e di applicare “ai clienti delle unilaterali variazioni contrattuali sfavorevoli” sia applicabile al contratto di conto corrente del concessionario della riscossione delfici e imposto dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, commi 2 e 3, per violazione dell’art. 11 Cost. e art. 117 Cost., comma 1, in riferimento agli artt. 102,106,107,108 TFUE. La incostituzionalità sussisterebbe perché l’obbligo a contrarre del concessionario verrebbe a saldarsi al potere di Poste Italiane di imporre commissioni; e quindi Poste Italiane avrebbe il potere di stabilire unilateralmente il corrispettivo anche per la prestazione di cui si tratta.

6.7.2. Con la seconda questione di costituzionalità della normativa speciale interna si asserisce, in riferimento all’art. 3 Cost. e art. 41 Cost., commi 1 e 2, che la posizione dominante/monopolistica di Poste Italiane genererebbe un vincolo assai gravoso sulla libertà dell’iniziativa economica e dell’autonomia contrattuale della ricorrente, che si troverebbe in una posizione deteriore rispetto a quella della sua controparte in un negozio obbligatorio.

6.7.3. La terza questione di incostituzionalità, si rapporta ancora all’art. 3 Cost. con riferimento al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10 ed alla L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18 ed al D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3 sotto il profilo della irragionevolezza intrinseca e della manifesta irrazionalità.

7. Per motivi sistematici, collegati alla pronuncia della Corte di Giustizia, devono essere preliminarmente esaminati il sesto ed il settimo motivo, in quanto consentono di dare una risposta alla sollecitazione proveniente dall’arresto Eurounitario e di valutare, prima di affrontare l’esame delle altre censure, la sussistenza di eventuali profili di illegittimità costituzionale.

7.1. Preliminarmente, il Collegio osserva, in relazione al sesto motivo di ricorso contende proprio i quesiti affrontati in quella sede, che la verifica richiesta dalla Corte di Giustizia per decidere se – nella previsione di una obbligatoria apertura di un conto corrente presso le Poste Italiane Spa da parte della concessionaria per la riscossione dell’ICI con pagamento di una commissione a suo carico in condizioni di monopolio legale – ricorra una ipotesi di “aiuto di stato”, impone di verificare se:

1) il pagamento della commissione sia imputabile allo Stato;

2) procuri un vantaggio selettivo a Poste Italiane mediante risorse statali:

3) sia tale da falsare la concorrenza e gli scambi tra gli Stati membri.

7.2. Al riguardo, in via assorbente rispetto all’apprezzamento della sussistenza delle altre condizioni elencate dalla Corte di giustizia, manca ai fini dell’integrazione dell'”aiuto di Stato”, la condizione dell’acquisizione del servizio da parte del concessionario mediante risorse finanziarie non proprie, ma statali.

7.3. L’acquisizione mediante risorse statali si verificherebbe nell’ipotesi di esistenza di un meccanismo di compensazione integrale dei costi aggiuntivi risultanti dall’obbligo di disporre di un conto corrente aperto presso Poste Italiane.

7.4. Per risorse statali si intendono, come precisa il giudice unionale, “tutti gli strumenti pecuniari di cui le autorità pubbliche possono effettivamente servirsi per sostenere imprese, a prescindere dal fatto che tali strumenti appartengano o meno permanentemente al patrimonio dello Stato”.

7.5. La Corte di giustizia dubita dell’esistenza del meccanismo di compensazione in discorso. Al riguardo va richiamato il passaggio rilevante della decisione: “50. Certamente, dalle ordinanze di rinvio emerge che, in forza del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 3, i comuni impositori hanno l’obbligo di pagare una commissione ai concessionari per l’attività di riscossione dell’ICI da loro assicurata. Tuttavia, se è vero che tali somme sono palesemente di origine pubblica, nulla indica che esse siano destinate a compensare i costi aggiuntivi che possono risultare, per i concessionari, dal loro obbligo di disporre di un conto corrente aperto presso Poste Italiane e che lo Stato garantisca in tal modo la copertura integrale di tali costi aggiuntivi. Spetta al giudice del rinvio appurare una tale circostanza. 51. Occorre inoltre rilevare che né dalle ordinanze di rinvio né dal fascicolo di cui dispone la Corte emerge che l’eventuale costo aggiuntivo generato dall’obbligo di acquisizione di servizi presso Poste Italiane, di cui trattasi nei procedimenti principali, debba essere integralmente sopportato dai contribuenti o che sia finanziato da un altro tipo di contributo obbligatorio imposto dallo Stato. 52. Ciò posto, anche se non sembra, prima facie, che le commissioni versate dai concessionari a Poste Italiane, in relazione all’apertura e alla gestione dei conti correnti che essi sono tenuti a possedere presso Poste Italiane, possano essere considerate concesse direttamente o indirettamente mediante risorse statali, spetta al giudice del rinvio verificare tale circostanza, non potendo la Corte effettuare un esame diretto dei fatti relativi alle controversie oggetto dei procedimenti principali”.

7.6. Questa Corte ritiene che la commissione che i comuni impositori hanno l’obbligo di pagare ai concessionari per l’attività di riscossione dell’ICI non è destinata a compensare i costi aggiuntivi derivanti, per i concessionari, dall’obbligo di disporre di un conto corrente postale, perché la commissione è corrisposta anche per il caso di versamento diretto dell’imposta da parte del contribuente al concessionario.

7.7. Va, infatti, rammentato che il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 3, prevede che: “L’imposta dovuta ai sensi del comma 2 deve essere corrisposta mediante versamento diretto al concessionario della riscossione nella cui circoscrizione è compreso il comune di cui all’art. 4 ovvero su apposito conto corrente postale intestato al predetto concessionario, con arrotondamento a mille lire per difetto se la frazione non è superiore a 500 Lire o per eccesso se è superiore; al fine di agevolare il pagamento, il concessionario invia, per gli anni successivi al 1993. ai contribuenti moduli prestampati per il versamento. La commissione spettante al concessionario è a carico del comune impositore ed è stabilita nella misura dell’uno per cento delle somme riscosse, con un minimo di Euro 1,81 ed un massimo di Euro 51.65 per ogni versamento effettuato dal contribuente”.

7.8. Come si evince chiaramente dalla disposizione citata, la commissione grava sul Comune in misura percentuale sulle somme riscosse, indipendentemente dalle modalità di riscossione; e dunque anche nel caso di versamento diretto al concessionario. Trattasi quindi di una commissione che già sul piano normativo è configurata in modo indipendente dal costo risultante dall’obbligo di disporre di un conto corrente.

7.9. In linea ipotetica potrebbe in concreto verificarsi una riscossione esclusivamente mediante versamento diretto: e ciò nondimeno permarrebbe l’obbligo di pagamento al concessionario della commissione.

7.10. Trattasi pertanto di una commissione che, come già affermato da Cass. SU 7169/2014, pur riconducibile ad un servizio reso sotto forma di monopolio legale, non impone, per ciò – solo, che la società che lo concede (e cioè Poste Italiane Spa) debba erogarlo gratuitamente e senza alcun prezzo, dovendosi anche tener conto che, come correttamente affermato dalla Corte territoriale, quello fissato e preteso rientra ampiamente nei parametri normativi determinati dalla Delib. di esecuzione del D.P.R. n. 144 del 2001: deve pertanto escludersi che il pagamento della commissione procuri un vantaggio selettivo a Poste Italiane mediante risorse statali e che sia tale da falsare la concorrenza fra gli stati membri.

8. Deve conseguentemente affermarsi, a seguito della verifica richiesta con riferimento ai parametri indicati dalla sentenza della Corte di Giustizia, che non può ritenersi sussistente l’ipotesi di “un aiuto di stato”.

9. Deve ora passarsi all’esame del settimo motivo e, dunque, alla verifica dei tre profili di incostituzionalità sollevati: essi sono manifestamente infondati.

9.1. Quanto alla prima questione, essa è interamente assorbita dagli argomenti spesi in relazione a quella, del tutto analoga, rimessa dinanzi alla Corte di Giustizia con l’ordinanza interlocutoria Cass. 14081/2019 e, conseguentemente, sia dalle risposte rese dalla pronuncia Eurounitaria sia da quanto sopra affermato nell’ambito della verifica da essa richiesta che ha portato ad escludere che ricorra un’ipotesi di “aiuto di stato” e di contrasto, quindi, con la normativa Europea richiamata nella rubrica del sesto motivo.

9.2. Quanto alla seconda, essa risulta non supportata da argomenti specifici e concreti, non avendo la ricorrente indicato come la sua posizione sarebbe stata migliore se lo stesso servizio le fosse stato prestato da un istituto bancario. Pertanto, rimane una affermazione meramente assertiva quella secondo cui sarebbe stato posto a carico della ricorrente un vincolo assai gravoso.

9.2.1. Ne’ la gravosità appare coincidente con la onerosità stessa del rapporto, in quanto la finalità che la ricorrente ha perseguito è stata l’esclusione del diritto di Poste Italiane a ricevere un corrispettivo per le sue prestazioni (la c.d. commissione), sull’importo di esse, non avendo mai indicato concrete alternative consistenti nella richiesta di importi minori.

9.2.2. L’assenza, infine, di un vincolo gravoso è stata implicitamente ma inequivocamente esclusa da S.U. 7169/2014 con l’argomento della incomparabile capillarità del servizio, che non può certo dirsi superato, trattandosi di un tributo imposto da tutti i Comuni italiani.

9.3. La terza questione di incostituzionalità è riferita all’art. 3 Cost., in relazione al principio di ragionevolezza.

9.4. Premesso che quanto si è appena rilevato sul particolare vantaggio della presenza capillare in tutto il territorio nazionale derivante dalla fruizione del conto corrente postale è già sufficiente a rendere manifestamente infondata la questione, non si può non rilevare che essa viene presentata in modo intrinsecamente contraddittorio: dapprima si lamenta che non si sarebbe tenuto conto delie caratteristiche peculiari come cliente della ricorrente, lamentandosi un trattamento non differenziato rispetto a “un qualsiasi correntista” che, nello stesso tempo, la ricorrente sembra voler invocare.

9.5. Ed, ancora, non si specifica, in alcun modo, quale vantaggio sarebbe stato completamente perso dalla ricorrente, ovvero che cosa avrebbe potuto ottenere in più di quanto ottenuto da Poste Italiane se altri soggetti le avessero prestato lo stesso servizio.

9.6. Le tre questioni, pertanto, risultano manifestamente infondate ed il settimo motivo deve essere rigettato.

10. Passando all’esame degli altri motivi del ricorso principale, si osserva quanto segue.

10.1. Le prime quattro censure devono essere congiuntamente esaminate in quanto prospettano, tutte, questioni riferite alla valutazione delle emergenze processuali da parte della Corte territoriale e ridondano quindi sulla complessiva interpretazione delle norme che si assumono violate in relazione alla vicenda in esame.

10.2. Deve premettersi che la Corte territoriale, valutando le emergenze processuali, ben prima della rimessione alla Corte di Giustizia, ha sostanzialmente affermato – per ciò che qui interessa e prendendo le mosse dalla giurisprudenza di questa Corte (dapprima Cass. 2956 e 2957/2013 e successivamente Cass. SU 7169/2014, che ha funditus esaminato la normativa che si è susseguita nell’arco temporale nel quale la controversia è stata collocata) – che, pur sussistendo un regime di monopolio legale determinato dal fatto che proprio la legge istitutiva dell’ICI aveva imposto al concessionario l’obbligo di accendere il conto corrente presso l’Ente Poste, né detto ente né il concessionario potevano esimersi da detto adempimento: a ciò conseguiva l’impossibilità di far conseguire la gratuità delle prestazioni rese dalle Poste in assenza di una espressa previsione, dovendo valorizzarsi il regime normativo ricostruito dalla interpretazione della Corte che deponeva nel senso dell’onerosità del servizio erogato.

10.3. Ed, al riguardo, la Corte territoriale ha anche reso una motivata risposta all’eccezione riferita alla nota del 26.3.1997 – con la quale il concessionario del prelievo tributario sarebbe stato esentato dal pagamento della commissione (oggetto del primo motivo di ricorso) – escludendo che potesse valere ad esprimere la volontà dell’ente un atto sottoscritto da un funzionario e non ratificato dal Consiglio di Amministrazione: tanto più che l’Ente Poste, con Delib. n. 56 del 1997, aveva espressamente stabilito l’applicazione della commissione ad Equitalia.

10.4. Tanto premesso, i quattro motivi sono tutti inammissibili.

10.5. Il primo, infatti, si limita a contrapporre a tale argomentata motivazione una tesi difensiva fondata su una diversa valutazione del documento al quale si riferisce e della condotta dell’ente (che per quattro anni dopo la comunicazione aveva dato esecuzione al rapporto senza richiedere l’applicazione delle commissioni)

10.6. In tal modo, il ricorrente non considera che la Corte ha preso in considerazione sia la nota richiamata (ritenendola non espressiva della volontà dell’ente in quanto sottoscritta da un semplice funzionario), sia la circostanza che l’Ente Poste, con successiva delibera (n 56/1997), aveva espressamente stabilito l’applicazione della commissione alla società Equitalia, valendo tale argomento a superare motivatamente il riferimento alla sua condotta “non reattiva”: trattasi di valutazione di merito resa con motivazione congrua e logica, in quanto tale non censurabile in sede di legittimità (cfr. ex multis Cass. 4293/2016; Cass. 18721/2018).

10.7. Ma anche i successivi tre motivi percorrono la stessa linea d’onda, chiedendo una diversa valutazione di merito sia (il secondo) in relazione al mancato adempimento dell’obbligo di pubblicità della successiva variazione delle condizioni contrattuali sulle quali la Corte territoriale ha reso una motivazione al di sopra della sufficienza costituzionale (cfr. pag. 9, u.cpv e 10 della sentenza impugnata), ritenendo che fosse stata effettuata in modo esaustivo attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e la comunicazione al destinatario nella forma specifica richiesta; sia (il terzo) in relazione alla asserita violazione del principio di parità di trattamento, nonché, infine, (il quarto) rispetto alla pretesa interpretazione secondo cui lo ius variandi contemplato dall’art. 3 trovava una deroga nel successivo art. 13 (che faceva salvi gli atti posti in essere e gli effetti prodotti dalla normativa vigente), con ciò imponendo di valorizzare l’esenzione comunicata nella nota del 26.3.1997 con la quale Poste Italiane, oltre alle commissioni aveva rinunciato anche ad innovare il rapporto precedentemente posto in essere: rispetto ad entrambe le censure, tuttavia, la Corte territoriale, affrontando le corrispondenti eccezioni sollevate, ha espressamente escluso sia la violazione dell’art. 2597 c.c., sia la possibilità di interpretare la normativa vigente (art. 118 TUB ed L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18) come volta ad escludere lo ius variandi in capo all’Ente poste (cfr. pag. 10 secondo e terzo cpv della sentenza impugnata).

10.8. Anche tali motivi, pertanto, hanno una impostazione fattuale, richiedendo impropriamente una diversa vantazione di merito delle emergenze istruttorie, non consentita in questa sede.

11. Infine, il quinto motivo è inammissibile per mancanza di interesse: la censura, infatti, è riferita ad un errore della Corte che porterebbe alla ricorrente soltanto il vantaggio derivante dalla ineseguibilità della sentenza.

11.1. Ricorre, pertanto, l’ipotesi secondo cui “il principio contenuto nell’art. 100 c.p.c., secondo il quale per proporre una domanda o per resistere ad essa è necessario avervi interesse, si applica anche al giudizio di impugnazione, in cui l’interesse ad impugnare una data sentenza o un capo di essa va desunto dall’utilità giuridica che dall’eventuale accoglimento del gravame possa derivare alla parte che lo propone e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi sulla decisione adottata e che non spieghi alcuna influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte. (Cass. 28307/2020)”. Ad ogni modo trattarsi di censura ipotetica.

12. In conclusione il ricorso principale deve essere rigettato.

13. Deve ora passarsi all’esame del ricorso incidentale proposto da Poste Italiane Spa.

14. Con il primo ed il secondo motivo, si deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 345 c.p.c., commi 1 e 2, con conseguente nullità della sentenza nella parte in cui, con riferimento alla nota dell’Ente Poste del 26.3.1997, non ha preliminarmente accertato e dichiarato l’inammissibilità dei rilievi della presunta rinuncia alla commissione, accettando l’esenzione (primo motivo); e nella parte in cui la Corte ha preliminarmente dichiarato la nullità delle questioni di costituzionalità della normativa italiana e del contrasto fra essa e la normativa Europea (secondo motivo).

14.1. Entrambe le censure rimangono assorbite dalle argomentazioni spese sul primo, secondo e settimo motivo del ricorso principale.

15. Con il terzo motivoitlamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la violazione e falsa applicazione dell’art. 278 c.p.c. per nullità della sentenza per omessa pronuncia sulla violazione dell’art. 112 c.p.c. e per violazione degli artt. 99,115 e 116 c.p.c., nonché per violazione del principio di indisponibilità dei diritti e delle prove ed,, in subordine, per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. La ricorrente incidentale, in relazione alla pronuncia di condanna contestata con il quinto motivo, la domanda era volta ad ottenere una condanna generica e che, pertanto, era erroneo l’assunto avversario secondo il quale era stata pronunciata una condanna specifica relativa al costo di ogni singola operazione; né poteva indurre alla diversa opinione la circostanza che non era stata contestualmente anticipata la richiesta di liquidazione in separata sede.

15.1. Il presente motivo, assorbito dalla decisione sul quinto motivo di ricorso principale, non risulta fondato su un interesse ad impugnare: per tale ragione la censura è inammissibile, pure considerando la violazione dell’art. 366, comma 3.

16. Con il quarto motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 la violazione e falsa applicazione degli artt. 99,112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 e dell’art. 111 Cost.

16.1. Lamenta che la Corte territoriale non aveva dichiarato il diritto dell’appellante di applicare la commissione de qua agitur per ciascun versamento effettuato con bollettino di conto corrente postale ICI sui conti correnti postali intestati al concessionario come richiesto da Poste alla lettera a) delle conclusioni dell’atto di citazione dinanzi al tribunale di Macerata nonché nelle conclusioni dell’atto d’appello dinanzi alla Corte territoriale.

16.2. Il motivo è inammissibile.

16.3. La censura, infatti, sembra non confrontarsi correttamente con la motivazione, visto che il dispositivo contestato contiene una condanna esattamente sovrapponibile a quella che si pretenderebbe di ottenere e riferita alle conclusioni assunte nell’atto d’appello.

16.4. Non è pertanto apprezzabile quale sia l’oggetto della doglianza proposta.

17. In conclusione il ricorso incidentale è inammissibile.

18 l’andamento del giudizio e la reciproca soccombenza rendono oppportuna la compensazione delle relative spese.

19. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti principale ed incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile quello incidentale. Dichiara compensate le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Terza civile della Corte di Cassazione, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2021

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