Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2659 del 01/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 01/02/2017, (ud. 15/12/2016, dep.01/02/2017),  n. 2659

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7405-2016 proposto da:

B.M., BA.RO., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

COLA DI RIENZO, 162 SC. C, presso lo studio dell’avvocato SQUITIERI

GIUSEPPE, che le rappresenta e difende giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

e contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS);

– intimato –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO DI TRENTO, depositata il

13/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/12/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

Con ricorso del 23 febbraio 2015, B.M. e Ba.Ro. chiedevano alla Corte d’Appello di Tremo di liquidare le somme necessarie a ristorare il pregiudizio derivante dall’irragionevole durata di un giudizio civile intrapreso dinanzi al Tribunale di Padova nel 1997 e definito dalla Corte d’Appello di Venezia nel luglio del 2013.

Con decreto emesso dal Consigliere delegato in data 6 marzo 2015 la domanda era parzialmente accolta, liquidandosi un indennizzo pari ad Euro 900,00 per ogni anno di ritardo.

Il ricorso ed il decreto erano però notificati, nonostante l’immediata comunicazione del decreto, solo in data 28/10/2015 ed il Ministero intimato proponeva opposizione lamentando la notifica tardiva ben oltre il termine decadenziale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5.

La Corte d’Appello di Tremo in composizione collegiale con decreto del 13/1/2016, accoglieva l’opposizione e dichiarava inefficace il decreto.

Per la cassazione di questo decreto le originarie parti ricorrenti hanno proposto ricorso sulla base di due motivi.

Il Ministero non ha svolto difese in questa fase.

Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione delle norme di cui alla L. n. 89 del 2001 e delle previsioni della CEDU anche in relazione alla ricorribilità ex art. 111 Cost. del decreto di equo indennizzo emesso dal Consigliere delegato, nonchè la motivazione errata, insufficiente c/o contraddittoria anche in relazione all’eccepita illegittimità costituzionale della L. n. 89 del 2001, art. 5, comma 2 per il mancato richiamo alla previsione di cui all’art. 644 c.p.c..

Si sostiene che a seguito della proposizione dell’opposizione si apre una fase contenziosa, analogamente a quanto accade nella previsione di cui all’art. 645 c.p.c., che impone di dover rivalutare anche la fondatezza della domanda di indennizzo.

Nella fattispecie le ricorrenti non avevano notificato il decreto in quanto intendevano valutare se fosse possibile proporre avverso il decreto stesso ricorso per cassazione, posto che la notifica del decreto, oltre a rendere improcedibile l’opposizione, comporta anche acquiescenza al decreto.

Solo alla scadenza del termine lungo per impugnare, avevano provveduto alla notifica del ricorso e del decreto. Tuttavia a seguito dell’opposizione proposta dall’Avvocatura, la Corte non poteva limitarsi a dichiarare il decreto inefficace ma avrebbe dovuto esaminare la vicenda nel merito.

Il mancato rinvio alle previsioni dettate in tema di opposizione a decreto ingiuntivo rende evidente l’illegittimità costituzionale delle norme in esame, per contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 nonchè con l’art. 11 Cost., nella parte in cui determina una deroga ai principi derivanti dalle convenzioni internazionali.

In primo luogo deve evidenziarsi l’inammissibilità del motivo nella parte in cui denunzia la sussistenza di un vizio motivazionale facendo tuttavia richiamo alla formula della erronea, insufficiente c/o contraddittoria motivazione, trascurando che alla fattispecie risulta applicabile ratione temporis la novellina previsione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Passando alla disamina della denunziata violazione di legge, è pacifico che le ricorrenti non abbiano notificato nel termine di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5, comma 2 (quale scaturente dalle modifiche di cui alla L. n. 134 del 2012) nè il ricorso nè il decreto di (parziale) accoglimento del primo, sicchè alla fattispecie risulta chiaramente applicabile la disposizione di legge che prevede che la tardiva notifica determini l’inefficacia del decreto stesso (per la diversa ipotesi di notifica del solo decreto e per la possibilità di ritenere il vizio sanabile a mezzo dell’opposizione ovvero mediante la rinnovazione della notifica ex art. 291 c.p.c. in sede di opposizione, si veda di recente Cass. n. 21554/2016).

Questa Corte con la sentenza n. 5656/2015 ha avuto modo di chiarire che la novella del 2012 della L. n. 89 del 2001, ha introdotto un meccanismo simile a quello del procedimento ingiuntivo, eppure allo stesso non identico, facendo espresso richiamo al codice di procedura civile solo nei casi in cui la disciplina dello stesso sia estensibile.

Da tale premessa, in motivazione ha altresì tratto la conclusione secondo cui il rimedio della tempestiva opposizione ai sensi della L. n. 89 del 2001, di cui all’art. 5 ter è da ritenersi applicabile anche al fine di far dichiarare la inefficacia del decreto, emesso dal Presidente della Corte d’appello o da un consigliere da lui delegato, nel caso in cui il decreto stesso non venga notificato entro il termine di trenta giorni dal suo deposito ovvero, nel caso in cui il decreto non venga depositato entro il termine di trenta giorni dal deposito del ricorso, di cui all’art. 3, comma 4, della medesima legge, entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione dell’avvenuto deposito dello stesso.

Ne consegue che correttamente il Ministero si è avvalso dell’opposizione al fine di far dichiarare l’inefficacia del decreto tardivamente notificato, e che altrettanto) corretta, alla luce del dettato normativo, è la soluzione alla quale è pervenuta la Corte distrettuale, che si è limitata a dichiarare l’inefficacia del decreto.

In tal senso la soluzione criticata da parte ricorrente appare invece imposta dal tenore letterale della norma di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5 che, sebbene abbia disegnato un meccanismo che per larga parte richiama quello tipico del procedimento ingiuntivo, se ne discosta laddove prevede espressamente che la tardiva notificazione, oltre a determinare l’inefficacia, implica anche l’improponibilità della domanda.

Logica conseguenza di tale scelta legislativa è quella per la quale, ove sia stata proposta opposizione al fine di dolersi della tardiva notifica, il giudice adito deve limitarsi a tale declaratoria, in quanto l’improponibilità della domanda implica anche che, a differenza di quanto accade in caso di opposizione a decreto ingiuntivo, non sia consentita una disamina nel merito circa la fondatezza della domanda, che è ormai insuscettibile anche di essere riproposta.

Infatti, allorquando il decreto sia stato emesso per una somma inferiore a quella domandata nel ricorso, il ricorrente è posto davanti ad un’alternativa processuale, potendo provvedere comunque alla notificazione del provvedimento, il che normativamente implica però acquiescenza dell’istante alla pronuncia di rigetto parziale della domanda per la parte non accolta, precludendogli la possibilità di insistere nella sua originaria pretesa, proponendo altresì opposizione a norma della L. n. 89 del 2001, art. 5-ter (per una diversa conclusione in relazione al procedimento) per decreto ingiuntivo ex artt. 633 e ss. c.p.c., cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7003 del 24/06/1993). In alternativa può, come precisa pure della L. n. 89 del 2011, art. 3, il comma 6 (“Se il ricorso è in tutto o in parte respinto la domanda non può essere riproposta, ma la parte può fare opposizione a norma dell’art. 5-ter”), proporre opposizione avverso il decreto che abbia parzialmente accolto il ricorso, al fine di ottenere dal collegio della Corte d’Appello il riconoscimento altresì dei capi di domanda non accolti, senza dover in tal caso procedere alla notificazione del ricorso e del decreto, che renderebbe improponibile l’opposizione stessa, e dovendo, piuttosto, depositare l’atto di opposizione nel termine di cui all’art. 5-ter, comma 1, cit..

Così ricostruito il sistema scaturente dalle modifiche apportate dalla novella del 2012, le quali segnano una chiara differenza di disciplina tra il procedimento de quo e quello monitorio disciplinato dal codice di rito, emerge in maniera evidente l’erroneità del presupposto dal quale partono le ricorrenti per denunziare la pretesa incostituzionalità della norma, e che cioè, in caso di accoglimento del ricorso in misura inferiore rispetto a quanto richiesto, sarebbe dato ricorrere in cassazione ex art. 111 avverso il decreto emesso dal Consigliere delegato.

L’impossibilità di adire il giudice di legittimità passa necessariamente per la proposizione dell’opposizione (essendo pacifica la giurisprudenza di questa Corte nel senso dell’inammissibilità del ricorso proposto direttamente nei confronti del decreto emesso dal giudice monocratico) sicchè la parte ricorrente ha l’alternativa tra la proposizione dell’opposizione nel termine di cui all’art. 5 ter, ove si ritenga insoddisfatta della prima decisione presa, e la sostanziale acquiescenza all’accoglimento parziale, che impone però di dover notificare ricorso e decreto nel termine di cui all’art. 5, comma 2.

Ne discende che il ritardo nella notificazione del ricorso e del decreto non appare giustificabile nell’ottica di volersi avvalere del termine lungo per poter eventualmente ricorrere in Cassazione, posto che trattasi di rimedio non ammesso dalla legge avverso il decreto del Consigliere delegato.

Nè la differenza di disciplina tra il procedimento in esame ed il tradizionale procedimento monitorio può ritenersi idonea a giustificare i dubbi di costituzionalità prospettati dalle ricorrenti, posto che alla parte che abbia visto solo in parte accolta la domanda di indennizzo è apprestata dall’ordinamento una forma di tutela rappresentata dall’opposizione che consente di sottoporre le proprie richieste alla decisione del collegio, permettendo altresì di compiere la scelta tra la detta opposizione ovvero l’acquiescenza al decreto, avvalendosi di un termine di trenta giorni che non si palesa giugulatorio o ingiustificatamente restrittivo.

La differente soluzione legislativa individuata per la domanda di equo indennizzo rispetto a quella prevista per il procedimento monitorio di cui al codice di rito, appare quindi riconducibile ad una legittima scelta discrezionale del legislatore, il quale ha a tal fine altresì approntato delle garanzie procedimentali che inducono a ritenere il procedimento de quo immune dalle censure di costituzionalità prospettate nel motivo.

Nè può ritenersi che deponga in senso contrario quanto affermato da questa Corte nella sentenza n. 20695/2016, il cui principio di diritto, recita che: “in materia di equa riparazione, l’inefficacia del decreto emesso in base alla L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 5 per l’avvenuta sua notificazione oltre il termine di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5, comma 2, deve essere fatta valere con l’opposizione prevista dalla L. n. 89 del 2001, art. 5 ter la quale, instaurando il contraddittorio tra le parti, impone alla Corte d’appello di esaminare non solo l’eccezione d’inefficacia del decreto ma anche la domanda giudiziale introdotta con il ricorso di cui all’art. 3, comma 1, in relazione al quale detta Corte deve emettere la sua pronuncia di merito sulla fondatezza o meno della pretesa”.

Infatti trattasi di pronuncia concernente la diversa ipotesi in cui la notifica del decreto era avvenuta nel termine di legge sebbene con modalità tali da determinarne la nullità, sicchè, in ragione della possibilità di concedere un termine per la rinnovazione della notifica con efficacia sanante ex tunc, si pone effettivamente la necessità che l’opposizione non si esaurisca nella sola deduzione del vizio della notifica, ma che investa anche il merito della pretesa azionata.

Laddove invece la notifica sia avvenuta oltre il termine, la conseguenza della impossibilità di una successiva ripresentazione della domanda indennitaria, a seguito della dichiarazione di inefficacia del decreto in quanto tardivamente notificato, esime il giudice dell’opposizione investito del ricorso volto appunto a far valere la violazione del termine per la notifica stessa, dal dover procedere all’esame del merito, nonchè esclude che l’opponente debba anche avanzare doglianze nel merito.

Del pari infondato deve poi ritenersi il secondo motivo di ricorso con il quale, sebbene si richiamino precedenti relativi alla diversa ipotesi di applicazione della sanzione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5 quater ovvero alla non applicabilità ai procedimenti in esame della previsione di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater e quindi non pertinenti rispetto alla violazione denunziata, si lamenta la violazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2 per la mancata compensazione delle spese di lite.

Trattasi di valutazione sostanzialmente non censurabile in sede di legittimità, e ciò anche in base alla previgente e meno rigorosa formulazione dell’art. 92 c.p.c.(che nel testo applicabile ratione temporis alla fattispecie invece consente la compensazione solo se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti). Vale ricordare che secondo la costante giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. 23 febbraio 2012 n. 2730) in tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta (conf. Cassazione civile sez. 6^ 28 aprile 2014 n. 9368). Pertanto deve escludersi la dedotta violazione di legge, ed il motivo deve essere disatteso, non essendo stato peraltro nemmeno dedotta la sussistenza del vizio di motivazione sia pur nei più ristretti limiti che pone la norma oggi applicabile (per sola completezza di motivazione, vale osservare che proprio Cass. 5656/2015, già pubblicata alla data di deposito del provvedimento impugnato, aveva affermato che l’opposizione fosse il rimedio per ottenere la declaratoria di inefficacia del decreto tardivamente notificato, il che conferma la valutazione compiuta dal giudice di merito circa l’impossibilità di poter compensare le spese di lite).

Nulla a provvedere per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte del Ministero intimato.

Tuttavia risultando dagli atti del giudizio che il procedimento in esame è considerato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 998, art. 1, comma 17.

PQM

l,a Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 15 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2017

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