Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26578 del 30/09/2021

Cassazione civile sez. I, 30/09/2021, (ud. 14/05/2021, dep. 30/09/2021), n.26578

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9452/2016 proposto da:

S.P., elettivamente domiciliato in Roma, Via Cosseria n. 2,

presso lo studio del Dott. Placidi Alfredo, rappresentato e difeso

dall’avvocato Gualandi Federico, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

Cavet – Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

Roma, Via degli Scipioni n. 288, presso lo studio dell’avvocato

Fumel Giampiero, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato Giuffre’ Giuseppe, giusta procura in calce all’atto di

costituzione del 3 luglio 2018;

– controricorrente –

contro

Comune di San Lazzaro di Savena;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3598/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

del 02/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/05/2021 dal cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ordinanza n. 3598/2015 depositata il 2-10-2015, la Corte d’Appello di Bologna ha determinato l’indennità di espropriazione dovuta da Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana – Cavet (di seguito per brevità Consorzio) a S.P. nella somma di Euro 201.786,40 ed ha determinato l’indennità di occupazione d’urgenza dovuta dal Consorzio a S.P. in Euro 13.683,74, ordinando il deposito presso la Cassa DD. PP. da parte del Consorzio della somma di Euro 147.812,86 oltre interessi legali dal 14.4.2009 sino al saldo, nonché compensando integralmente le spese tra tutte le parti e ponendo definitivamente a carico del Consorzio e del S. il compenso del C.T.U., quale liquidato in corso di causa, lin parti eguali tra loro e con vincolo di solidarietà verso il C.T.U.. La Corte d’appello ha affermato che, sulla base degli accertamenti compiuti dal C.T.U. e delle osservazioni formulate dai C.T.P. alla bozza di relazione del C.T.U., era risultato che: a) l’area espropriata, sita nel Comune di San Lazzaro di Savena ed identificata al CT al fg. (OMISSIS) di mq. 14.491, al momento dell’apposizione del vincolo espropriativo, da individuarsi nella Delib. 26 settembre 2007 della giunta comunale dell’opera pubblica con contestuale dichiarazione di Pubblica Utilità (per la realizzazione del collegamento tra la (OMISSIS)), era di tipo agricolo adibita a seminativo (pag. 11 relaz. CTU); b) al momento dell’immissione in possesso da parte del Consorzio (22.04.2008) l’area presentava coltura in atto a prato stabile e il Comune di San Lazzaro, quale ente espropriante, aveva offerto al proprietario S. un’indennità provvisoria di Euro 67.657,28, che, non accettata, era stata depositata dal Consorzio presso la (OMISSIS) in data 14.4.2009; c) il decreto di esproprio era stato emesso in data 21.9.2009 e la Commissione Provinciale, su richiesta del Comune, aveva quantificato l’indennità spettante al proprietario espropriato nella somma complessiva di Euro202.676,52; d) la superficie residua post esproprio, rimasta in proprietà del privato S., era costituita da due corpi separati tra loro, uno di mq. 15.992 ad est della nuova strada, divenuto di conformazione irregolare e meno utilizzabile come seminativo irriguo, l’altro di mq. 118.694 ad ovest della predetta strada, il quale a seguito dell’esproprio aveva perso la possibilità di essere irrigato. Sulla scorta di tali premesse, la Corte territoriale ha ritenuto che: i) al momento dell’apposizione del vincolo espropriativo l’area espropriata avesse natura meramente agricola, a nulla rilevando in tal senso l’inserimento, avvenuto nell’anno 2009, dell’area medesima da parte del Piano Strutturale Comunale (di seguito per brevità PSC) del Comune di San Lazzaro di Savena in un “ambito produttivo sovra comunale di nuovo insediamento”; ii) l’apposizione del vincolo espropriativo, momento da prendere in considerazione ai fini dell’individuazione della destinazione d’uso del bene, fosse avvenuta nel 2007, con la dichiarazione di pubblica utilità; iii) la compromissione subita dai terreni rimasti in proprietà del S. integrasse la condizione necessaria per ravvisare nel caso di specie la ricorrenza di un’espropriazione parziale, con conseguente necessità, ai fini della determinazione dell’indennità, di considerare anche il deprezzamento delle aree residue; iv) fossero condivisibili sia la stima del valore di mercato dei beni interessati dall’esproprio, indicata dal CTU in Euro 8/mq. ed operata secondo il criterio sintetico comparativo, sia il deprezzamento applicato alle aree residue rimaste in proprietà all’espropriato, quantificato dal CTU, all’esito di una ponderata valutazione dei vari profili di pregiudizio riscontrati, nel 5% per l’area di mq. 118.694 e nel 30% per quella di mq. 15.992, non essendo, invece, dovuto per il soprassuolo alcun autonomo indennizzo.

2. Avverso questa ordinanza S.P. propone ricorso affidato a cinque motivi, resistito con controricorso dal Cavet- Consorzio Alta velocità Emilia Toscana. E’ rimasto intimato di Comune di San Lazzaro di Savena.

3. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c.. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I motivi di ricorso sono così rubricati: “1. Violazione e falsa applicazione del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 32, comma 1 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

2. Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ovvero l’approvazione in data 07.04.2009 del PSC del Comune di San Lazzaro di Savena, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Violazione e falsa applicazione dell’art. 33, comma 1, nonché del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 40 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

4. Violazione e falsa applicazione dell’art. 42 Cost., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; 5. Violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del Protocollo Addizionale n. 1 alla C. E. D. U., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 “. Con il primo motivo il ricorrente deduce, con articolate argomentazioni, che erroneamente la Corte territoriale ha dato illegittimo rilievo al vincolo preordinato all’esproprio e non alla qualificazione delle aree come risultante dal PSC del Comune di San Lazzaro di Savena, che era quella rilevante perché riferita alla data dell’esproprio, sicché, ad avviso del ricorrente, sussiste la violazione dell’art. 32 T.U.E.. Con il secondo motivo lamenta l’omesso esame da parte della Corte territoriale dell’approvazione del PSC del Comune di San Lazzaro in data 7-4-2009, che aveva significativamente aumentato il valore di mercato e l’appetibilità commerciale dei terreni del ricorrente, rientranti in ambito produttivo sovra comunale di nuovo insediamento, dovendo perciò ritenersi le aree edificabili. Richiama quanto illustrato nella propria memoria depositata nel precedente giudizio e deduce che le aree espropriate sono considerate dal PSC parti integranti del comparto e ad esse doveva riconoscersi un’eguale capacità edificatoria, pena la violazione del principio di perequazione urbanistica L.R. n. 20 del 2000, ex art. 7 in quanto l’omessa considerazione dei vincoli conformativi impressi dal PSC all’area espropriata e alle aree residue rimaste in proprietà aveva inficiato la stima. Con il terzo motivo rileva che, in conseguenza dei rilievi critici espressi con i motivi primo e secondo, la statuizione impugnata si pone in contrasto con gli artt. 33 e 40 T.U.E., per non avere la corte territoriale determinato l’indennizzo secondo il reale valore di mercato delle aree espropriate al netto del vincolo espropriativo, da cui sottrarre, quanto alla stima delle aree residue rimaste in proprietà dell’espropriato ai sensi dell’art. 33 T.U.E., il reale valore di mercato successivo all’esproprio realizzato, tenendo conto che, alla data del decreto di esproprio, all’area, rientrante per effetto del PSC nell’ambito delle nuove attività produttive sovracomunali, era da riconoscersi un significativo aumento del valore di mercato ai sensi dell’art. 40 T.U.E.. Deduce che è necessario attribuire rilevanza agli indici edificatori riconosciuti dal PSC e che ciò si impone in forza del principio di ragionevolezza anche per le aree individuate come edificabili, pur se solamente da un piano strutturale e non da un piano operativo, ai sensi della L.R. n. 20 del 2000. Ad avviso del ricorrente erroneamente la Corte di merito aveva considerato sia l’area espropriata sia le aree residue come destinate ad esclusivo uso agricolo, senza fare riferimento alle potenzialità edificatorie delle aree limitrofe, mentre in base alle circostanze cartografiche il valore pieno avrebbe dovuto essere determinato in misura pari alle aree inserite nel PSC, come esplicitato nella memoria di parte. Censura la stima delle aree residue, per non avere la Corte d’appello tenuto conto di utilizzazioni intermedie, come da giurisprudenza di questa Corte che richiama, nonché del fatto che l’area residua di maggiore ampiezza era qualificata dal PSC come zona a stretto contatto con l’edificato. Censura anche la stima delle aree espropriate, che, anche ove considerate agricole, avevano un valore superiore a quello che assume apoditticamente indicato dal C.T.U. e recepito dai Giudici di merito, avente ad oggetto dati risalenti a più di dieci anni addietro e non più attuali, richiama quanto esposto nelle memorie del giudizio di merito, nonché la giurisprudenza di questa Corte, rimarcando di aver tempestivamente sollevato osservazioni critiche alla C.T.U..

Rileva che dall’erronea valutazione di mercato dell’area espropriata era conseguita altrettanto erronea valutazione delle aree rimaste in proprietà. Con i motivi quarto e quinto deduce che, alla stregua delle censure svolte con i motivi primo, secondo e terzo, la statuizione impugnata si pone in contrasto con il dettato dell’art. 42 Cost., come chiarito dalla Corte Cost. con la sentenza n. 442/1993, e con l’art. 1 del protocollo addizionale n. 1 Cedu, per non essere la valutazione di stima effettuata dalla Corte di merito corrispondente al valore venale del terreno all’epoca della perdita del bene.

2. I motivi primo e secondo, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, sono infondati.

2.1. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità, in tema di espropriazione per pubblica utilità, per individuare la qualità edificatoria dell’area, da effettuarsi in base agli strumenti urbanistici vigenti al momento dell’espropriazione, occorre distinguere tra vincoli conformativi ed espropriativi, sicché ove con l’atto di pianificazione si provveda alla zonizzazione dell’intero territorio comunale, o di una sua parte, sì da incidere su di una generalità di beni, in funzione della destinazione dell’intera zona in cui essi ricadono e in ragione delle sue caratteristiche intrinseche, il vincolo assume carattere conformativo ed influisce sulla determinazione del valore dell’area espropriata, mentre, ove si imponga un vincolo particolare, incidente su beni determinati, in funzione della localizzazione di un’opera pubblica, il vincolo è da ritenersi preordinato all’espropriazione e da esso deve prescindersi nella stima dell’area (cfr. tra le tante da ultimo Cass. n. 207/2020).

2.2. Il percorso decisorio della Corte d’appello in ordine alla qualificazione, ritenuta agricola, dell’area espropriata e di quella residua rimasta in proprietà del ricorrente si fonda sulla premessa della natura espropriativa del vincolo apposto nel 2007 con la dichiarazione di pubblica utilità, di cui la Corte d’appello non ha tenuto conto nella stima. La Corte di merito ha di seguito affermato di aver individuato la destinazione urbanistica delle aree facendo riferimento a quella esistente prima dell’apposizione del vincolo espropriativo, ritenendo irrilevante il successivo inserimento delle stesse aree nel PSC, per essere lo stesso intervenuto successivamente all’apposizione del vincolo espropriativo.

La suddetta motivazione, che è corretta nella parte in cui stabilisce che non può tenersi conto del vincolo espropriativo ai fini della stima, deve essere emendata in diritto, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., nella parte in cui ancora la ricognizione della qualificazione dell’area espropriata e di quella residua al momento dell’apposizione del vincolo espropriativo, mentre la qualità, edificatoria o non, dell’area deve stabilirsi in base agli strumenti urbanistici vigenti al momento del decreto di espropriazione, in cui avviene l’ablazione del bene. Il dispositivo dell’ordinanza impugnata e’, infatti, conforme al diritto, in base alle considerazioni che si vanno ad illustrare.

2.2.1. Il ricorrente assume, quale fulcro delle proprie argomentazioni, che abbiano natura edificatoria le aree, espropriate e residue, di cui si discute, e ciò in virtù delle previsioni del PSC del Comune di San Lazzaro di Savena approvato il 7-4-2009, facendo da ciò conseguire i plurimi profili di censura denunciati in ordine alla determinazione dell’indennità di esproprio.

L’assunto è privo di fondamento, atteso che, come riconosciuto dallo stesso ricorrente, il PSC è piano strutturale (pag.14 ricorso) e non può attribuire potenzialità edificatoria alle aree, in base all’espresso disposto della L.R. Emilia Romagna n. 20 del 2000, art. 28 richiamato anche dal controricorrente.

Pertanto, sulla scorta di quanto allegato e dedotto dallo stesso ricorrente, che richiama, ai fini che qui interessano, solo il PSC, non vi è stato un mutamento degli strumenti urbanistici, vigenti al momento del decreto di espropriazione, che abbia inciso, cambiandola, sulla destinazione agricola originaria, ossia ante 2007, dei beni, come peraltro accertato anche dal C.T.U. nel giudizio di merito (cfr. stralcio dell’elaborato peritale – pag.11 – riportato a pag. 4 del ricorso).

2.2.2. Anche la stima dei beni è stata effettuata con riferimento al valore degli stessi alla data del decreto di esproprio (2009), nonostante sia errato il riferimento all’epoca del vincolo di espropriazione di cui si è detto (pag. 5 dell’ordinanza impugnata).

Ciò si desume inequivocabilmente, in primo luogo, dalle stesse difese del ricorrente, che si duole del parametro utilizzato per la stima costituito da un rogito del 1999, anteriore di dieci anni al decreto di esproprio (pag. 18 ricorso), e secondariamente dalle risultanze di pag. 11 della C.T.U., riportate anche a pag.4 del ricorso, integralmente recepite dalla Corte d’appello (cfr. pag.n. 6 dell’ordinanza impugnata).

2.2.3. Alla stregua di quanto sopra, non ricorre la denunciata violazione dell’art. 32 T.U.E., nei termini precisati, risultando corretta la qualificazione delle aree come non edificabili anche al momento del decreto di espropriazione, né ricorre il vizio di omesso esame di fatto decisivo, non solo perché il PSC è stato preso in considerazione dalla Corte d’appello e anche dal C.T.U. (cfr. pag.6 del controricorso in cui è riportata testualmente la risposta del C.T.U. alle osservazioni del C.T.P. anche sull’indice di edificabilità e perequativo asseritamente derivante dall’applicazione del PSC), ma anche e soprattutto perché i fatti che il ricorrente assume essere idonei a determinare un esito diverso della controversia, in punto edificabilità delle aree, non sono tali, per quanto si è detto (p.2.2.1.).

3. Il terzo motivo è in parte infondato e in parte inammissibile.

3.1. In ordine alle doglianze formulate in punto reale valore di mercato delle aree perché edificabili ed anche perché, quelle residue rimaste in proprietà, comprese, secondo le tavole cartografiche del PCS, nell’ambito agricolo periurbano (AAP – mq. 118.694) e nell’ambito per nuove attività produttive sovracomunali (ASP.AN mq. 15.992), vanno richiamate le considerazioni espresse sub p.2.2.1., dovendosi ribadire l’assenza di mutamento qualificatorio delle stesse aree, e anche di quelle limitrofe, nel senso prospettato dal ricorrente per effetto del PSC, alla data del decreto di esproprio, con tutto ciò che ne consegue in ordine all’inapplicabilità di indici edificatori, perequativi e via dicendo.

3.2. Le critiche svolte dal ricorrente sulla determinazione del valore di stima effettuata dal C.T.U. e recepita integralmente dalla Corte d’appello, formulate sub specie del vizio di violazione di legge, ma in realtà dirette, come si dirà, ad una rivisitazione del merito, si incentrano, in buona sostanza, sui parametri di riferimento e sulla mancata considerazione della sua “legittima aspettativa” di un considerevole aumento di valore dei beni che deriverebbe dall’approvazione del PSC.

Circa il primo profilo, le doglianze sono inammissibili in quanto si risolvono in un’impropria richiesta di rivalutazione di risultanze probatorie e difettano anche di autosufficienza, considerato che il ricorrente richiama diffusamente le osservazioni del proprio C.T.P., ma neppure riporta compiutamente, nel ricorso, il testo delle parti di rilevanza della consulenza tecnica d’ufficio che censura. Il C.T.U. ha utilizzato, come incontroverso tra le parti, il criterio sintetico-comparativo, ha ritenuto congrua la stima assunta dalla Commissione provinciale del più probabile valore di mercato dell’area espropriata (Euro 8 al mq.; cfr. pag. 4 del ricorso, che riporta, nell’esposizione dei fatti, breve stralcio di pag. 16 della C.T.U.), ha motivato la scelta, a supporto, anche del parametro di riferimento adottato, nonché quella di escludere, invece, i parametri di comparazione indicati dal ricorrente. Le conclusioni del C.T.U. sono state recepite integralmente, con motivazione idonea (Cass. S.U. n. 8053/2014), dalla Corte di merito, che ha dato conto dell’adeguatezza del dato assunto a base della stima, conforme a quello individuato come valore di mercato dalla Commissione Provinciale, non solo perché rivalutato (da sola essendo tale valutazione di stima inammissibile; cfr. da ultimo Cass.15412/2019), ma anche facendo riferimento all’andamento del mercato, non negativo, dei terreni agricoli (pag. 6 sentenza).

Circa il secondo profilo, valgono le medesime considerazioni di inammissibilità, considerato, per un verso, il tenore della risposta alle osservazioni del C.T.P. dal parte del C.T.U. (cfr. pag. 6 controricorso in cui è riportato in stralcio la pag. 22 della C.T.U.), con cui si dà atto che al momento dell’esproprio l’area era non urbanizzata e totalmente priva di infrastrutture (caratteristiche reali), e considerato altresì, per altro verso, che, come si è detto, il PSC non ha attribuito ai beni per cui è causa alcuna potenzialità edificatoria, ai sensi della L.R. Emilia Romagna n. 20 del 2020, art. 28 né il ricorrente precisa quali “utilizzazioni intermedie”, alla data dell’esproprio, fossero assentibili per le aree di cui trattasi.

4. I motivi quarto e quinto, formulati sul presupposto dell’accoglimento dei precedenti e della non corrispondenza dell’indennità al valore venale del terreno all’epoca della perdita del bene, restano assorbiti.

5. In conclusione, il ricorso va rigettato e le spese del presente giudizio, nel rapporto processuale con la parte costituita, seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo, mentre nulla deve disporsi nei confronti della parte rimasta intimata.

5. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto (Cass. S.U. n. 5314/2020).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione in favore di CAVET – Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana – delle spese di lite del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 5.800, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso spese generali (15%) e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2021

 

 

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