Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26576 del 23/11/2020

Cassazione civile sez. I, 23/11/2020, (ud. 09/10/2020, dep. 23/11/2020), n.26576

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10551/2019 proposto da:

D.B., elettivamente domiciliato in Roma Via Della

Giuliana, 32, presso lo studio dell’avvocato Gregorace Antonio, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno Commissione Territoriale Riconoscimento

Protezione Internazionale Roma;

– intimato –

e contro

Ministero Dell’interno Commissione Territoriale Riconoscimento

Protezione Internazionale Roma, elettivamente domiciliato in Roma

Via Dei Portoghesi 12 Avvocatura Generale Dello Stato. che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 3832/2019 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il

24/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/10/2020 da Dott. CAPRIOLI MAURA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che:

D.B., cittadino del (OMISSIS), ha proposto ricorso per cassazione avverso il decreto emesso in data 24.1.2019 dal Tribunale di Roma con cui era stato rigettato la sua domanda di protezione internazionale e le forme complementari di protezione.

Rilevava che le ragioni dell’espatrio, alla luce delle dichiarazioni rese in giudizio, erano legate ad una vicenda rientrante nell’ambito della giustizia ordinaria.

Riteneva inoltre insussistenti i requisiti indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, evidenziando l’assenza di conflitti o di violenza generalizzata nel Paese d’origine.

Osservava da ultimo con riguardo alla protezione umanitaria che il richiedente non aveva allegato alcuna circostanza che poteva giustificare la concessione di una forma più gradata di protezione internazionale.

Avverso tale decreto il ricorrente propone ricorso per cassazione affidandosi a 4 motivi cui resiste con controricorso il Ministero.

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, per non aver il tribunale esaminato la censura, avanti ad esso sollevata, di nullità e comunque illegittimità del provvedimento di diniego, tradotto nella lingua madre del ricorrente con conseguente pregiudizio del suo diritto di difesa.

Il motivo, che si concreta nella deduzione di un vizio processuale di omessa pronuncia, muove da un esatto rilievo, atteso che il tribunale non ha statuito sull’eccezione di nullità del decreto della C.T., puntualmente svolta dal richiedente nel ricorso introduttivo del giudizio.

Va tuttavia ricordato che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, in caso di nullità della sentenza per omessa pronuncia, esigenze di economia processuale impongono di evitare la cassazione con rinvio quando, come nella specie, la questione sulla quale si riscontri mancare la pronuncia non richieda accertamenti in fatto e possa pertanto essere decisa (Cass. nn. 21257/014, 21968/015, 11838/017).

Ciò premesso, il motivo deve essere respinto.

La nullità del provvedimento amministrativo emesso dalla Commissione territoriale per omessa traduzione in una lingua conosciuta dall’interessato o in una delle lingue veicolari, non esonera, infatti, il giudice adito dall’obbligo di esaminare il merito della domanda, poichè oggetto della controversia non è il provvedimento negativo ma il diritto soggettivo alla protezione internazionale invocata, sulla quale comunque il giudice deve statuire: la nullità del provvedimento non rileva dunque in sè, ma solo per le eventuali conseguenze che determina sul pieno dispiegarsi del diritto di difesa. (Cass. 22 marzo 2017, n. 7385).

In particolare, il richiedente non può genericamente lamentare la violazione dell’obbligo di traduzione, ma deve necessariamente indicare in modo specifico il vulnus determinato dall’atto non tradotto all’esercizio del suo diritto di difesa (cfr. Cass. 27 maggio 2014, n. 11871; Cass. 21 novembre 2011, n. 24543). Nel caso in esame, la mancata traduzione del decreto della Commissione Territoriale non ha impedito a D.B. di impugnarlo tempestivamente e di allegare compiutamente dinanzi al tribunale le ragioni di fatto e di diritto poste a sostegno delle domande, sulle quali il giudice ha pronunciato.

Va pertanto escluso che il vizio di nullità denunciato abbia arrecato un concreto pregiudizio al diritto di difesa dell’odierno ricorrente; pregiudizio che, peraltro, questi ha solo genericamente invocato.

Con il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione delle norme di diritto in relazione alle dichiarazioni rese dal ricorrente e al mancato supporto probatorio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine alla Direttiva 2004/83/CE recepita dal D.Lgs. n. 251 del 2007.

Critica, in particolare, la decisione nella parte in cui ha rigettato la domanda diretta al riconoscimento dello status di rifugiato in quanto non dimostrato nè allegato la dedotta correlazione dell’espatrio con persecuzioni legate a motivazioni direttamente riconducibili a situazioni politiche o religiose o ad altri aspetti previsti dalla Convenzione di Ginevra.

Lamenta che i primi Giudici avrebbero omesso di svolgere un ruolo attivo nell’istruttoria della domanda come chiesto dalla normativa Europea a cui l’Italia si è uniformata ed hanno pronunciato un decreto in palese violazione delle norme di diritto.

Il motivo non si confronta con la ratio decidendi del decreto, che in realtà si concentra sul carattere “privato” della vicenda che ha determinato il richiedente all’espatrio.

Ne consegue che il Tribunale non è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria, avendo semplicemente ritenuto, a monte, che i fatti lamentati per come esposti dal ricorrente rientravano nell’ambito della giustizia privata.

Il ricorrente denuncia altresì l’omesso esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla CT e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione del paese d’origine in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale ha vagliato le dichiarazioni del ricorrente escludendo proprio sulla scorta delle stesse,le condizioni che giustificano la domanda di riconoscimento dello status.

Con il terzo motivo il ricorrente si duole della violazione o della falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Lamenta che il Tribunale avrebbe escluso le condizioni per il riconoscimento della protezione sussidiaria senza considerare l’attuale sussistenza di una grave condizione di pericolo per la sicurezza individuale all’interno della regione di provenienza.

Il motivo è infondato.

Il primo giudice ha escluso la sussistenza del “danno grave” per debito scrutinio della fattispecie in relazione alle previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. a) e b), nella estraneità della situazione di conflitto privato dedotto al potere costituito, correttamente individuato quale necessario esito dell’esercizio dei poteri dell’apparato amministrativo-giudiziario, e quindi in una pena capitale o comunque destinata a tramutarsi, nella sua espiazione, in un trattamento inumano o degradante.

Ha sottolineato che la vicenda narrata rientra nel diritto penale interno e non nella sfera di protezione internazionale.

Il Tribunale ha altresì provveduto ad escludere la sussistenza di situazioni di minaccia grave e individuale alla vita o alla persona da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale (art. 14, lett. c) D.Lgs. cit.) valorizzando il mutato assetto politico-istituzionale del Gambia.

Il ricorrente nel denunciare la violazione della normativa protezione sussidiaria sembra muovere dalla descrizione di una situazione politico-sociale del proprio Stato di provenienza, il Gambia, riferita al passato dittatoriale del Paese, non attualizzato al suo nuovo corso politico e, come tale, manca di confrontarsi con l’impugnata decisione.

Il primo giudice valorizza infatti, in contrario segno, l’insediamento del neo presidente A.B. e la conseguente fine del precedente regime dittatoriale e l’avvio di una pacificazione della situazione del Paese, nell’intervenuto annuncio del nuovo Presidente di riforme democratiche.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la non corretta applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Lamenta in particolare che il primo Giudice non avrebbe preso in alcuna considerazione il grado di integrazione sociale del ricorrente attestato da documenti che avrebbero provato il suo elevato inserimento nel tessuto sociale del Paese di accoglienza,documenti che unitamente alle precarie condizioni socio economiche del Paese d’origine avrebbero dovuto portare all’accoglimento della misura invocata.

Il motivo è infondato.

La protezione umanitaria è una misura atipica e residuale nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. 5358 del 2019; Cass. n. 23604 del 2017).

I seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, prima dell’intervento attuato con il D.L. n. 113 del 2018, erano accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili (Cass. n. 4455 del 2018).

Nel caso di specie, il decreto impugnato, a seguito di un accertamento in fatto che il ricorrente non ha specificamente impugnato per omesso esame di uno o più fatti decisivi, ha ritenuto che, non sono state dimostrate “specifiche” situazioni soggettive di vulnerabiltà tali da giustificarne la concessione, sia con riferimento ad eventuali condizioni di salute sia in merito al grado di integrazione socio-lavorativa raggiunto in Italia. E tanto basta per escludere che il decreto impugnato si esponga utilmente alle censure sollevate dal ricorrente. Al rigetto del ricorso segue la condanna alle spese, liquidate in dispositivo. Sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (cfr. Cass. Sez. U., 23535/2019 e 4315/2020), se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che si liquidano in complessivi Euro 2100,00 oltre S.P.A.; dà che sussistono i presupposti processuali a carico del ricorrente per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2020

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