Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26575 del 23/11/2020

Cassazione civile sez. I, 23/11/2020, (ud. 09/10/2020, dep. 23/11/2020), n.26575

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10476/2019 proposto da:

O.J., elettivamente domiciliato in Roma Via Alberico II N. 4,

presso lo studio dell’avvocato Angelelli Mario Antonio, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno Commissione Territoriale Per La Protezione

Internazionale Di Roma Sez. Frosinone;

– intimato –

e contro

Ministero Dell’interno Commissione Territoriale Per La Protezione

Internazionale Di Roma Sez. Frosinone, elettivamente domiciliato in

Roma Via Dei Portoghesi 12 Avvocatura Generale Dello Stato, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 21/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/10/2020 da Dott. CAPRIOLI MAURA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che:

O.J. proveniente dal (OMISSIS), ha presentato ricorso avanti al Tribunale di Roma avverso il provvedimento della Commissione territoriale di questa città, di diniego del riconoscimento della protezione internazionale (status di rifugiato; protezione sussidiaria) e pure di diniego del riconoscimento della protezione umanitaria.

Con decreto depositato in data 13.2.2019, il Tribunale ha rigettato il ricorso così presentato.

La pronuncia ha in particolare rilevato che non era emerso dal racconto fornito dal richiedente alcuna correlazione fra l’espatrio e possibili persecuzioni personali legate a motivazioni direttamente riconducibili a situazioni politiche o religiose. Osservava che l’espatrio era connesso a situazioni contingenti quali il clima di insicurezza esistente nel Nord del Paese per le violenze di matrice religiosa e non tanto al rischio di essere ucciso dai membri del culto segreto per averne rifiutato l’adesione anche in considerazione del lasso di tempo intercorso fra il rito dell’iniziazione a cui si era sottratto e la sua partenza,lasso di tempo in cui il medesimo aveva avuto modo di allontanarsi dal padre e stabilire la residenza in altri Stati del Paese.

Rilevava poi che, secondo i più accreditati report (rapporto di Amnesty International 2017/2018, Human Rights Watch e l’ultimo aggionamento Easo di giugno 2017)), il (OMISSIS) non presenta una situazione politica, sociale ed economica tale da integrare i requisiti richiesti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14; che il ricorrente non aveva dato indici di avvenuta integrazione in Italia, nè mostrato di possedere una condizione di vulnerabilità specifica alla propria persona.

Avverso questo provvedimento O.J. ha proposto ricorso per cassazione, basato su quattro motivi.

Il Ministero ha svolto difese nel presente grado del giudizio.

Con il primo motivo si lamenta ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e comma 3, in relazione al D.L. n. 25 del 2008, per non aver il Tribunale applicato correttamente in sede di audizione della domanda di protezione internazionale i parametri legali per la valutazione della credibilità del ricorrente e per non aver svolto un ruolo attivo ed integrativo della stessa.

Con il secondo motivo si denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), del D.Lgs 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27, per non avere il primo Giudice riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino nigeriano derivante alla violenza indiscriminata e per la mancata acquisizione della documentazione completa sulla Nigeria.

Con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 3CEDU e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, in relazione alla violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.L. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27.

Si sostiene che il Tribunale di Roma avrebbe fornito una motivazione apparente ed inadeguata in ordine alla sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria dimostrata dalla documentazione prodotta e dalla credibilità del racconto fornito dal richiedente.

Con l’ultimo motivo si deduce la violazione dell’art. 10 Cost., per aver rifiutato lo status di rifugiato ad un soggetto cui non vengono garantite nel paese di origine le libertà democratiche tutelate dalla Costituzione.

Il primo motivo è inammissibile.

Questa Corte ha recentemente chiarito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nella specie nemmeno prospettato) come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. n. 3340 del 2019). Sempre questa Corte, peraltro, ha evidenziato che l’accertamento del giudice di merito deve avere anzitutto ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona, e qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria – nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16925 del 2018; Cass. n. 33139 del 2018).

Anche il secondo motivo è inammissibile.

Giova ricordare che “in tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati” (conf. Cass. 29358/2018). Inoltre, come chiarito sempre da questa Corte (Cass. 29358/2018), una volta assolto l’onere di allegazione, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria, e quindi di acquisizione officiosa degli elementi istruttori necessari, è circoscritto alla verifica della situazione oggettiva del paese di origine e non alle individuali condizioni del soggetto richiedente, essendo evidente che, mentre il giudice è anche d’ufficio tenuto a verificare se nel paese di provenienza sia obiettivamente sussistente una situazione talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente, egli non può essere chiamato – nè d’altronde avrebbe gli strumenti per farlo – a supplire a deficienze probatorie concernenti la situazione personale del richiedente medesimo, dovendo a tal riguardo soltanto effettuare la verifica di credibilità prevista nel suo complesso dal D.Lgs. n. 251 del 2007, già cit. art. 3, comma 5.

Ciò premesso il Tribunale ha anche motivatamente escluso – facendo riferimento alle fonti internazionali – che la zona di provenienza del ricorrente sia caratterizzata dalla presenza di un conflitto armato generatore di una situazione di violenza tanto diffusa ed indiscriminata da interessare qualsiasi persona ivi abitualmente dimorante.

La doglianza in esame, a fronte del giudizio, espresso nel provvedimento impugnato, di esclusione del pericolo per il richiedente di un danno grave o individuale alla vita o alla persona derivante dal contesto di violenza indiscriminata nell’area di provenienza, sulla base di fonti informative individuate specificamente, risulta anzitutto del tutto astratta e generica e comunque mira nella sostanza a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente (al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5).

Il terzo motivo è pure inammissibile.

Il primo giudice, attenendosi all’indicazione nomofilattica – che oggi ha ricevuto l’autorevole avallo delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062-02) – secondo la quale, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298), ha evidenziato come non fossero state offerte dall’istante specifiche allegazioni in ordine ad una condizione di vulnerabilità personale, tanto non consentendo di procedere alla richiesta comparazione tra le sue condizioni nel nostro paese con quelle del paese di provenienza. Si tratta di affermazione, per quanto osservato, corretta in diritto, con la quale i rilievi censori non si sono affatto confrontati.

Il quarto motivo è infondato.

In riferimento alla disposizione dell’art. 10 Cost., questa Corte ha già avuto occasione di chiarire che il diritto di asilo è interamente attuato regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste dai tre istituti dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251 e di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6; con la conseguenza che non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3 e consegue che non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3, in chiave processuale o strumentale, a tutela di chi abbia diritto all’esame della sua domanda di asilo alla stregua delle vigenti norme sulla protezione. (Cass. 10686 del 2012; n. 16362 del 2016).

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Le spese della presente fase seguono la soccombenze e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che si liquidano in complessive Euro 2100,00 oltre S.P.A..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2020

 

 

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