Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26568 del 21/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 21/12/2016, (ud. 08/11/2016, dep.21/12/2016),  n. 26568

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21069-2015 proposto da:

D.P.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE PANAMA 74,

presso lo studio dell’avvocato IACOBELLI, rappresentata e difesa

dall’avvocato FILIPPO ALESSI giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MESSINAMBIENTE SPA in liquidazione, in persona del liquidatore e

legale rappresentante, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

CARSO 44, presso lo studio dell’avvocato ESTER BALDUINI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONINO LAZIO giusta

procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 743/2015 della CORTE D’APPELLO di MESSINA del

28/042015, depositata il 27/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’08/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito l’Avvocato Filippo Messi difensore della ricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con sentenza n. 743/2015 la Corte d’appello di Messina ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda avanzata da D.P.E., domanda intesa all’accertamento della natura subordinata (e al pagamento delle connesse differenze retributive) del rapporto instaurato con la convenuta Messinambiente s.p.a. in virtù di plurimi contratti di collaborazione autonoma, a decorrere dall’anno 1999 fino all’anno 2006.

La statuizione di conferma è. stata fondata sulla condivisione della valutazione operata dal primo giudice in ordine alla mancata dimostrazione, alla stregua delle emergenze in atti, dei tradizionali indici rivelatori della natura subordinata del rapporto e sulla volontà delle parti al momento della stipula dei singoli contratti di collaborazione. In relazione all’ultimo contratto, stipulato in data 17.2.2005, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 61, comma 3 è stata esclusa, conformemente a quanto ritenuto dal giudice di primo grado, l’applicabilità dell’art. 69 D.Lgs. cit. sulla cui violazione era stata fondata la richiesta di conversione del rapporto di collaborazione in rapporto di lavoro subordinato, ritenendosi inappropriato il riferimento alla fattispecie del contratto a progetto ex D.Lgs. cit..

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso D.P.E. sulla base di quattro motivi. Messinambiente s.p.a. ha resistito con tempestivo controricorso.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il Consigliere relatore ha formulato proposta di inammissibilità del ricorso.

Il Collegio condivide tale valutazione non inficiata dalle deduzioni formulate in memoria dalla parte ricorrente.

Si premette che con il primo motivo parte ricorrente ha dedotto vizio di motivazione per omessa, errata insufficiente valutazione delle prove. Ha premesso di voler censurare la decisione sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico formale del ragionamento del giudice di seconde cure; in particolare ha sostenuto il travisamento delle risultanze della prova testimoniale e la violazione del disposto dell’art. 115 c.p.c..

Con il secondo motivo ha dedotto “violazione di legge ed in particolare dei principi sostanziali informatori della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato e per il richiamo, in parte qua, alla violazione della normativa sui contratti a progetto, tertius genus rispetto al rapporto di lavoro subordinato ed al rapporto di lavoro autonomo.”.

Con il terzo motivo ha dedotto violazione della disposizione normativa dei contratti a progetto. Ha sostenuto la ininfluenza della volontà trasfusa nei contratti inter partes, posto che le concrete modalità di svolgimento della prestazione deponevano per la presenza di indici rivelatori della natura subordinata del rapporto; in relazione al periodo successivo all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 276 del 2003, il rapporto in oggetto, in quanto privo di specifico progetto, doveva intendersi trasformato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Con il quarto motivo di ricorso ha dedotto violazione e del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 61, comma 3 censurando che la Corte di merito avesse escluso dal campo di applicazione del contratto a progetto i giornalisti professionisti.

Il primo motivo di ricorso, che denunzia vizio di motivazione, è inammissibile. Si premette che, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2 convertito con modificazioni dalla L. n. 134 del 2012), in ragione della data di deposito del ricorso in appello successiva al trentesimo giorno – a quello dell’entrata in vigore della legge di conversione del decreto n. 83 del 2012, al presente ricorso trova applicazione l’art. 348 ter c.p.c., comma 5 alla stregua del quale, come si evince dal richiamo al comma 4 medesimo articolo, quando la sentenza di appello è fondata sulle stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto poste a base della sentenza di primo grado, il ricorso per cassazione è proponibile solo per i motivi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4.

Secondo l’insegnamento di questa Corte, nell’ipotesi di “doppia conforme” prevista dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5 il ricorrente in cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, deve indicare le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. n. 5528 del 2014).

Parte ricorrente si è sottratta a tale onere in quanto non ha dimostrato, mediante il pertinente richiamo alle ragioni alla base del decisum di primo e secondo grado, che la sentenza di appello era fondata su ragioni di fatto diverse rispetto a quelle di primo grado, circostanza questa peraltro neppure emergente dalla motivazione della sentenza qui impugnata adottata, anzi, come si evince dalla relativa motivazione, in dichiarata adesione alla valutazione delle emergenze probatorie fatta in primo grado ed alla ritenuta esclusione da parte del giudice di prime cure, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 61, comma 3 dell’ultimo contratto, del campo di applicazione della disciplina dettata in tema di contratto a progetto.

Gli ulteriori motivi di ricorso sono parimenti inammissibili per una pluralità di profili.

In primo luogo essi non sono sorretti dalla compiuta ricostruzione delle svolgersi della vicenda processuale nelle fasi di merito mancando la puntuale indicazione delle allegazioni in fatto e delle deduzioni in diritto formulate dalle parti nei rispettivi scritti difensivi. In secondo luogo, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., parte ricorrente ha omesso di indicare in relazione agli atti e documenti di causa posti a fondamento dei singoli motivi i dati necessari al reperimento degli stessi (ex plurimis Cass. n. 21069-2015).

Infine la modalità di deduzione della violazione di norme di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, non è conforme all’insegnamento di questa Corte secondo il quale il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3 deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie, diversamente impedendosi alla Corte di Cassazione di verificare il fondamento della lamentata violazione. (Cass. n. 5353 del 2007, n. 11501 del 2006). Parte ricorrente ha omesso di individuare le specifiche affermazioni in diritto della sentenza impugnata da ritenersi in contrasto, in tesi, con le norme richiamate, norme peraltro la cui specifica indicazione risulta peraltro del tutto omessa nella rubrica dei motivi secondo e terzo.

La denunzia degli errori di diritto ascritti alla decisione è formulata in termini alquanto generici, sulla base di presupposti (quali le modalità subordinate di svolgimento del rapporto) dei quali, in contrasto con la ricostruzione fattuale di secondo grado, è affermata in termini apodittici la sussistenza.

A tale stregua il ricorrente non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., n. 8932 del 2006 n. 1108 del 2006, n. 21659 del 2005, n. 16132 del 2005) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, non avendo la Corte di legittimità accesso agli atti del giudizio di merito (v. Cass., n. 3158 del 2003, n. 12444 del 2003, n. 1161 del 1995).

A tanto consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso. Le spese di lite sono regolate secondo soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 3.500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2016

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