Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26567 del 22/10/2018

Cassazione civile sez. VI, 22/10/2018, (ud. 25/09/2018, dep. 22/10/2018), n.26567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9874/2016 proposto da:

IREN MERCATO SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA VIA CAIO MARIO 7, presso lo studio

dell’avvocato MARIA TERESA BARBANTINI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ENRICO SIBOLDI;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale

procuratore speciale della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI

I.N.P.S. (S.C.C.I.) S.p.A., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la sede dell’AVVOCATURA

dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso dagli avvocati CARLA

D’ALOISIO, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, EMANUELE DE ROSE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 277/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 13/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 25/09/2018 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO.

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza depositata il 13 ottobre 2015, la Corte d’appello di Genova ha rigettato l’appello proposto da Iren Mercato s.p.a. contro la sentenza del tribunale che aveva rigettato l’opposizione proposta dalla società contro un avviso di addebito avente ad oggetto crediti dell’Inps per contributi CIGS, CIGO e mobilità, nonchè contro il mancato riconoscimento di sgravi contributivi;

1.2. la Corte, a fondamento del decius, ha argomentato sulla base della natura della società, che in quanto a capitale misto, non può usufruire delle esenzioni contributive previste per le imprese industriali degli enti pubblici;

1.3. inoltre, ha ritenuto che le somme aggiuntive non potessero essere elise in ragione di un preteso contrasto interpretativo sul debito contributivo, rappresentando esse conseguenza automatica del mancato versamento dei contributi, sicchè non sussistevano presupposti per l’applicazione della L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 13; nè sussistevano i presupposti per l’applicazione del comma 10 della norma cit., essendo in tal caso la riduzione condizionata al pagamento dei contributi nel termine fissato dagli enti impositori, condizione non verificatasi nella specie;

1.4. non poteva applicarsi neppure il disposto del medesimo art., comma 15, non essendo stata soddisfatta la condizione prevista nella norma citata, ovvero l’adozione di un provvedimento di competenza dei consigli di amministrazione degli enti impositori, i quali agiscono sulla base di direttive impartite in sede ministeriale;

1.5. infine ha escluso l’applicabilità dello sgravio previsto dalla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 67, per rincentivazione alla contrattazione collettiva di secondo livello, in mancanza della regolarità contributiva relativa al periodo a cui si riferiva l’addebito e del documento unico di regolarità contributiva;

1.6. La sentenza ha invece accolto l’appello incidentale dell’Inps e condannato la società al pagamento delle spese del giudizio di primo grado, non ravvisando i presupposti di legge per disporre la loro compensazione;

1.7. contro la sentenza la società propone ricorso per cassazione, cui resiste con controricorso l’Inps, anche per conto della società di cartolarizzazione dei crediti;

1.8. la proposta del relatore ex art. 380 bis c.p.c. è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo, la ricorrente, denunciando la violazione di un complesso di norme (D.Lgs. CPS 12 agosto 1947, n. 869, art. 3, come successivamente modificato; L. n. 1115 del 1968, art. 2; L. n. 164 del 1975, art. 1; L. n. 223 del 1991, art. 16; art. 2093 c.c., L. n. 142 del 1990, art. 22, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), censura la sentenza per avere ritenuto dovuti i contributi per CIGS e CIGO: rileva in sintesi che, in base al disposto della L. n. 448 del 2001, art. 35, gli enti locali, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni, sono tenuti ad avvalersi di soggetti costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria degli enti locali, anche associati; sostiene che la partecipazione di soggetti pubblici al capitale sociale comporta che le società medesime debbano essere annoverate nell’ambito delle “imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate”, esonerate, in base al disposto del D.C.P.S. n. 869 del 1947, art. 3, dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria.

1.1. Deduce altresì parte ricorrente che tale interpretazione confortata dal D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 148, il quale dispone che la disciplina delle integrazioni salariali ordinarie e dei relativi contributi si applica anche alle “imprese industriali degli enti pubblici, salvo il caso in cui il capitale sia interamente di proprietà pubblica” (art. 10, comma 1, lett. l); inoltre, il D.Lgs. citato, art. 46, contempla tra le abrogazioni espresse il D.Lgs.C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869, (comma 1, lett. b) e dispone altresì l’abrogazione di ogni altra disposizione contraria o incompatibile con il decreto.

Assume la parte ricorrente che, in base ad una interpretazione complessiva delle norme, l’art. 10 avrebbe disposto solo per l’avvenire, a far tempo dalla sua entrata in vigore (24 settembre 2015).

2. Con il secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 14, si censura la decisione per avere affermato la sussistenza dell’obbligo al pagamento del contributo di mobilità e si richiamano le stesse considerazioni già svolte nel primo motivo, considerata la natura della contribuzione, al cui pagamento sono tenute soltanto le aziende obbligate al versamento della contribuzione CIGO-CIGS.

3. Con il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 388 del 2000, art. 116, commi 10 e 13 e comma 15, lett. a), nonchè degli artt. 1175,1227 e 1375 c.c. e L. n. 241 del 1990, art. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e si rileva che sussistevano i presupposti per l’elisione o, quanto meno, per una riduzione delle sanzioni e delle somme aggiuntive, versandosi in una situazione di oggettiva incertezza connessa a contrastanti e sopravvenuti orientamenti giurisprudenziali e disposizioni normative, sicchè anche sotto il profilo della correttezza e buona fede sussisteva il suo diritto alla non applicazione delle sanzioni civili e degli interessi.

4. Con il quarto motivo, si denuncia la violazione e falsa applicazione della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 1175, nonchè del D.M. 24 ottobre 2007, art. 8, dolendosi la parte che le sue domanda di sgravio per l’incentivazione della contrattazione di secondo livello per gli anni 2010 e 2011 non erano state prese in considerazione dalla Corte d’appello, nonostante le stesse fossero state accettate dall’Inps. La tesi della Corte secondo cui non sussisterebbe il suo diritto allo sgravio per il mancato possesso del documento unico di regolarità contributiva era erronea, perchè non sussistevano cause ostative al rilascio del detto Documento.

5. I primi due motivi sono manifestamente infondati.

E’ pacifico che la società ricorrente sia una società partecipate per una quota da soggetti pubblici. Si tratta pertanto di società a capitale misto. Trova applicazione il principio affermato dalla giurisprudenza ormai costante di questa Corte secondo cui, in tema di contribuzione previdenziale, le società a capitale misto, ed in particolare le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici, trattandosi di società di natura essenzialmente privata, finalizzate all’erogazione di servizi al pubblico in regime di concorrenza, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, e restando irrilevante, in mancanza di una disciplina derogatoria rispetto a quella propria dello schema societario, la mera partecipazione – pur maggioritaria, ma non totalitaria – da parte dell’ente pubblico (cfr., ex aliis, Cass. 20 aprile 2016, n. 7981; Cass. 2 ottobre 2015, n. 19761; Cass. 29 agosto 2014, n. 18455; Cass. 30 ottobre 2013, n. 24524; Cass. 10 dicembre 2013, n. 27513; Cass. 11 settembre 2013, n. 20818; Cass. 10 marzo 2010, n. 5816; da ultimo, Cass. 4 aprile 2017, n. 8704 e Cass. 25 settembre 2018, n. 22730).

Le argomentazioni della ricorrente ripropongono questioni già esaminate e disattese dai precedenti giurisprudenziali richiamati ai quali, pertanto, va data continuità.

5.1. L’orientamento non può dirsi contraddetto dal D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 148, recante disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali che aveva abrogato il D.L.C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869, art. 3, alla luce di precedenti decisioni di questa Corte (v. Cass. ord. 12 maggio 2016, n. 9816; Cass. 31 dicembre 2015, n. 96202; Cass., 29 dicembre 2015, n. 26016, e numerose altre).

In proposito, si è affermato che dagli interventi legislativi del 2015 non possono trarsi elementi che inducano ad un ripensamento della consolidata giurisprudenza di questa Corte in tema di obbligo contributivo per cassa integrazione guadagli ordinaria e straordinaria delle società il cui capitale sia parzialmente detenuto da un soggetto pubblico (cfr. Cass. n. 15088/2017 e Cass. 4/5/2017, n. 24437, richiamata da Cass. n. 22730/2018, cit.).

6. Il terzo motivo è manifestamente infondato. La Corte di merito ha escluso la riduzione delle sanzioni sulla base del disposto del comma 10 e L. cit., art. 116, comma 15, in assenza del presupposto rappresentato da contrastanti ovvero sopravvenuti diversi orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo.

6.1. La decisione in tema di sanzioni è conforme alla consolidata giurisprudenza di questa Corte (v., anche Cass. 5088 del 1995, e Cass. n. 16093 del 2014: da ultimo, Cass. n. 15088/2017, cit.). La riduzione delle sanzioni non può farsi discendere dall’art. 116, comma 10, in mancanza dei “contrastanti ovvero sopravvenuti diversi orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo”, stante la consolidata giurisprudenza di segno contrario rispetto alle posizioni della società, e neppure dal medesimo art. 116, comma 15, richiedendosi a tal fine l’integrale pagamento delle contribuzioni dovute, nel termine fissato dagli enti impositori, condizione che come accertato dalla Corte territoriale non si è verificata (Cass. 26/6/2017, n. 15897; Cass. 27/2/2018, n. 4560).

7. Anche il quarto motivo è manifestamente infondato, oltre a evidenziare profili di inammissibilità, dal momento che la parte non trascrive neppure per stralcio la domanda di sgravio e i documenti che indica sostegno del motivo di ricorso (note di rettifica, prospetto riassuntivo), così violando il disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, che impone la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti sui quali il ricorso si fonda, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione.

7.1. La censura è inoltre manifestamente infondata.

La corte territoriale ha escluso il diritto allo sgravio pur in presenza di autorizzazione dell’INPS, la quale di per se non esaurisce la verifica della situazione di regolarità contributiva, come richiesta dalla L. n. 296 del 2007, art. 1, comma 1175; altrettanto correttamente ha ritenuto non sostenibile l’assunto della società secondo la quale non era ostativo al rilascio del documento di regolarità contributiva l’emissione dell’avviso di addebito, in quanto tale avviso, in base al criterio interpretativo di cui al D.L. n. 78 del 2010, art. 30, comma 14, costituisce esso stesso titolo esecutivo sicchè i corrispondenti crediti non erano destinati ad essere iscritti a ruolo (Cass. 18/5/2017, n. 12588; da ultimo, cfr. Cass. 25/9/2018, n. 22730).

7.2. La situazione di irregolarità contributiva è stata ormai accertata dalla Corte d’appello che, statuendo sulla sussistenza dell’obbligazione contributiva a carico della società, ha attestato in modo definitivo che la stessa versava nella situazione di irregolarità contributiva ostativa, ai sensi della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1175, al riconoscimento del diritto allo sgravio preteso, in ragione del carattere premiale della normativa sugli sgravi contributivi, non rilevando in proposito il riconoscimento in sede amministrativa del Documento Unico di Regolarità Contributiva, attese le peculiari funzioni e finalità cui lo stesso si riconnette; Cass. 23 giugno 2017, n. 15818; in tal senso Cass. 12 maggio 2016, n. 9816).

8. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento in favore dell’Inps controricorrente, anche nella qualità di procuratore speciale della SCCI delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo, in ragione del valore della controversia.

Poichè il ricorso è stato notificato in data successiva al 30 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 6000,00 per compensi professionali e Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% di rimborso forfettario delle spese generali e altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2018

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA