Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26567 del 21/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 21/12/2016, (ud. 08/11/2016, dep.21/12/2016),  n. 26567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14622-2015 proposto da:

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI, in persona del

Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

V.A., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE

TRASTEVERE 244, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO FASSARI, che

la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10063/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto della opposizione proposta dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti avverso il decreto ingiuntivo ottenuto da V.A. sulla base di dispositivo della sentenza che aveva accertato il diritto della V. e di altri lavoratori a percepire un trattamento stipendiale pari al 90 % di quello fissato per il Direttore di Divisione del ruolo ad esaurimento – per il periodo di inquadramento nella posizione C3 – e di quello fissato per Ispettore generale del ruolo ad esaurimento- per i periodi di inquadramento nella posizione economica C3S – (nonchè il diritto ai successivi incrementi stipendiali) e condannato l’Amministrazione al pagamento delle relative differenze stipendiali oltre accessori.

In particolare, secondo quanto riportato dalla decisione qui impugnata, il giudice di primo grado aveva escluso che il dispositivo di sentenza alla base del ricorso per decreto ingiuntivo avesse natura di titolo esecutivo e ritenuto che lo stesso potesse essere utilizzato in sede monitoria quale prova scritta del credito azionato.

La statuizione di conferma della decisione di primo grado è stata fondata dal giudice di seconde cure sulle seguenti considerazioni: è privo di pregio il motivo di gravame con il quale il Ministero appellante ha dedotto violazione degli artt. 633 e 634 c.p.c. per avere il Tribunale erroneamente interpretato la condanna contenuta nel dispositivo alla base della pretesa monitoria, quale condanna generica, inidonea, pertanto, a sorreggere l’azione esecutiva: invero, il dispositivo della sentenza in oggetto prevedeva espressamente la condanna “in via generica” del Ministero e non conteneva tutti gli elementi necessari al fine della esatta quantificazione del credito azionato; tale dispositivo, tuttavia, per costante giurisprudenza, ben poteva costituire atto idoneo a dimostrare l’esistenza del credito azionato e legittimare, quindi, il ricorso al procedimento monitorio; parimenti infondato è il secondo motivo di censura con il quale era stata sostenuta la inidoneità del solo dispositivo di sentenza a costituire prova scritta del credito ai sensi dell’art. 633 c.p.c., non configurandosi tale rilievo come decisivo ai fini della valutazione della fondatezza della pretesa creditoria atteso che, nel corso del giudizio di opposizione, era stata comunque prodotta la sentenza sull’an completa di parte motiva e parte dispositiva e che, comunque, costituiva principio consolidato quello secondo il quale l’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione inteso ad accertare la fondatezza della pretesa fatta valere onde eventuali vizi della procedura monitoria potrebbero assumere rilievo solo ai fini di un diverso regolamento delle spese processuali.

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso affidato a due motivi il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti; la intimata ha resistito con tempestivo controricorso.

Con il primo motivo di ricorso il Ministero ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 337 c.p.c., comma 2. censurando la decisione per non essere stata disposta la sospensione del processo ai sensi dell’art. 337 c.p.c., comma 2.

Con il secondo motivo di ricorso ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 633 c.p.c., degli artt. 474 e 100 c.p.c., censurando la decisione per non avere riconosciuto nella condotta della controparte la quale, pur potendo agire direttamente in via esecutiva, aveva agito in via monitoria, un’ipotesi di abuso del processo e per non avere conseguentemente dichiarato il difetto di interesse ad agire mediante ricorso per decreto ingiuntivo.

Il Consigliere relatore ha concluso per il rigetto del ricorso.

Il Collegio condivide la valutazione relativa al primo motivo e ritiene di disattendere, per le ragioni in prosieguo evidenziate, la valutazione di inammissibilità del secondo motivo.

Invero, in relazione al primo motivo, si rileva che la censura concernente la mancata sospensione del processo ai sensi dell’art. 337 c.p.c., comma 2, non è essere sorretta dalla adeguata ricostruzione della vicenda processuale, quale estrinsecatasi nelle fasi di merito, posto che non risulta neppure specificato se ed in quale fase del giudizio di merito era stata allegata la circostanza dell’avvenuta proposizione del ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello sul dispositivo della quale l’odierna contro ricorrente aveva ottenuto l’emissione di decreto ingiuntivo per cui è causa. In ogni caso, premesso che, come ripetutamente affermato da questa Corte, tra il giudizio sull’an e quello sul quantum esiste un mero rapporto di pregiudizialità in senso logico di talchè risulta applicabile l’art. 337 c.p.c. che prevede la possibilità della sospensione facoltativa del processo sul quantum, non venendo in rilievo il rischio di contrasto di giudicati, in quanto, a norma dell’art. 336 c.p.c., comma 2, la riforma o la cassazione della sentenza sull'”an debeatur” determina l’automatica caducazione della sentenza sul “quantum” anche se su quest’ultima si sia formato un giudicato apparente (v. tra le altre Cass. n. 10185 del 2007), l’esercizio di tale facoltà è discrezionale di talchè, come chiarito da questa Corte non è censurabile in sede di legittimità (Cass. n. 6409 del 1980).

In relazione al secondo motivo ritiene il Collegio non condivisibile l’assunto, alla base della proposta del relatore, secondo il quale non sarebbe stata impugnata l’affermazione della sentenza di secondo grado, affermazione configurante autonoma ratio decidendi, – secondo la quale l’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione inteso ad accertare la fondatezza della pretesa fatta valere, onde eventuali vizi della procedura monitoria potrebbero assumere rilievo solo ai fini di un diverso regolamento delle spese processuali. Invero, il Ministero ricorrente, laddove denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 633 e 474 c.p.c., sostenendo la carenza di interesse ad agire del ricorrente, afferma l’errore del giudice di secondo grado per non avere considerato che il titolo azionato in via monitoria era suscettibile di esecuzione diretta e non abbisognava quindi di un giudizio di cognizione destinato a specificare, sotto il profilo della quantificazione del credito riconosciuto, il contenuto del comando giudiziale. Formulato in termini di radicale inammissibilità del ricorso alla procedura monitoria e quindi sotto il profilo dell’error in procedendo il vizio dedotto con il secondo motivo di ricorso travolge necessariamente l’affermazione soprarichiamata del giudice di secondo grado, in quanto fondata sul presupposto, negato dal ricorrente, della necessità, comunque, di un giudizio di cognizione per addivenire alla quantificazione del credito.

Tanto puntualizzato, il secondo motivo di ricorso risulta manifestamente fondato nei termini che si andranno ad esplicitare.

Occorre premettere che le sezioni unite di questa Corte, con sentenza n. 11066 del 2012, hanno chiarito che titolo esecutivo giudiziale, ex art. 474 c.p.c., comma 2, n. 1, “non si identifica, nè si esaurisce, nel documento giudiziario in cui è consacrato l’obbligo da eseguire, essendo consentita l’interpretazione extratestuale del provvedimento, sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato”.

Nel caso di specie è la medesima sentenza di secondo grado a dare espressamente atto che il dispositivo della sentenza alla base della pretesa monitoria conteneva una statuizione solo generica di condanna e che era privo degli elementi necessari al fine della esatta quantificazione del credito azionato. Ciò tuttavia, non escludeva in radice la possibilità di azione esecutiva diretta del credito portato dal dispositivo della sentenza dovendo, alla luce della richiamata pronunzia a sezioni unite, essere verificata la possibilità di pervenire alla quantificazione del dovuto anche sulla base dell’interpretazione extratestuale del provvedimento nei termini chiariti da ss.uu. n. 11066/2012.

Il giudice di secondo grado ha quindi errato nell’escludere la possibilità di esecuzione diretta e nel ritenere quindi l’ammissibilità della procedura monitoria sulla base dell’esame del solo dispositivo.

A tanto consegue l’accoglimento del motivo in esame e la cassazione della decisione impugnata con rinvio ad altro giudice di secondo grado per la verifica demandata in base ai principi richiamati.

Il giudice del rinvio provvederà anche sul regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso e accoglie il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche ai fini del regolamento delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 8 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2016

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