Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26551 del 23/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 23/11/2020, (ud. 16/09/2020, dep. 23/11/2020), n.26551

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – rel. Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 10285/2013 R.G. proposto da:

Peila Spa, rappresentata e difesa dagli Avv.ti Corrado Grande e

Massimo Antonini, con domicilio eletto presso il loro studio in Roma

via XXIV Maggio n. 43, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Valle d’Aosta n. 6/02/12, depositata in data 29 ottobre 2012.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 16 settembre

2020 dal Consigliere Giuseppe Fuochi Tinarelli.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

L’Agenzia delle entrate emetteva nei confronti della società Peilla Spa, esercente attività di commercio di autoveicoli nuovi ed usati, avviso di accertamento per Iva, Ires ed Irap per l’anno 2005, con cui rideterminava il maggior reddito d’impresa per prestazioni d’officina, quantificava maggiori ricavi derivanti da cessione di veicoli usati e disconosceva costi perchè difettanti di inerenza.

L’impugnazione della società, accolta dalla CTP limitatamente ai maggiori ricavi delle vendite di auto usate, era rigettata dal giudice d’appello.

Peilla Spa propone ricorso per cassazione con sei motivi, cui resiste l’Agenzia delle entrate con controricorso. La contribuente deposita altresì memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d, degli artt. 2727 e 2729 c.c., per aver la CTR ritenuto legittimo l’accertamento analitico-induttivo ancorchè effettuato in carenza di indizi gravi, precisi e concordanti e in lesione del divieto di doppia presunzione.

1.1. Il motivo è infondato ed ai limiti dell’inammissibile.

La CTR, infatti, ha ritenuto la legittimità della ricostruzione analitico-induttiva in forza di una pluralità di elementi e, in specie, “non solo sulla assunzione in corso d’anno di due apprendisti” ma anche “sugli esiti ottenuti a seguito della ricostruzione indiretta dei ricavi” a partire “dalle ore lavorative dei dipendenti”, quantificate in base al “riscontro analitico delle presenze giornaliere” del personale, che, come accertato dal giudice d’appello, non è stato considerato in termini asettici ed arbitrari ma distinguendo ruoli e figure professionali (esclusi magazzinieri ed accettatori; abbattimento per gli apprendisti, distinguendo tra “ultrannuali” e assunti nel corso dell’anno; abbattimento per le figure di vertice (capo officina e capo carrozzeria), poi riconoscendo una riduzione aggiuntiva per l’evenienza del “fermo lavoro-guasti”) ed applicando un’ulteriore generale diminuzione forfettaria.

Oltre a ciò, la CTR ha apprezzato, quanto alla cessione delle auto usate, la divergenza, priva di ogni spiegazione, tra fatture e bollette doganali (quanto al valore dei beni), la genericità delle fatture stesse (su cui era indicato solo la marca e il modello del veicolo), nonchè l’obbiettiva macroscopica indicazione del valore dei beni (“es: Euro 100,00 per una Ford Fiesta di 4 anni; Euro 50,00 per una Rover di 5 anni”).

Analogamente quanto al mancato riconoscimento dei costi di pedaggio e carburante per l’uso di un mezzo aziendale, posto che neppure è contestato che il socio B., residente in (OMISSIS) e responsabile della sede di Saint Christophe, copriva la tratta da casa all’ufficio e ritorno ogni giorno e non disponeva di un mezzo proprio, da cui l’inferenza dell’utilizzazione del veicolo per ragioni personali, non contrastata nè dall’introduzione di elementi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto spostamento con altri mezzi, nè dall’avvenuta concreta utilizzazione, per le medesime tratte, del bene per le finalità dell’impresa.

Tale complesso di elementi (apprezzati dalla CTR, peraltro, con congrua e logica motivazione) rendeva dunque legittimo il ricorso alla procedura di accertamento analitico induttivo.

Del resto, la complessiva censura, articolata sull’apprezzamento della concreta incidenza dei parametri di abbattimento (per le singole di lavoratori) o su ulteriori margini di asserita irrilevanza delle ore lavorate o, ancora, sulla sufficienza e rilevanza degli elementi considerati, non investe, in realtà, la scorretta applicazione delle norme, che non sussiste, ma la motivazione e la valutazione degli elementi probatori da parte del giudice di merito, derivandone, in parte qua, la sua inammissibilità.

1.2. Neppure sussiste, in ogni caso, la dedotta violazione del principio praesumptum de praesumpto non admittitur.

Va rilevato, sul punto, che, da un lato, un tale principio non esiste nel sistema processuale “in quanto lo stesso non è riconducibile nè agli artt. 2729 e 2697 c.c. nè a qualsiasi altra norma e ben potendo il fatto noto, accertato in via presuntiva, costituire la premessa di un’ulteriore presunzione idonea – in quanto a sua volta adeguata a fondare l’accertamento del fatto ignoto” (Cass. n. 20748 del 01/08/2019), mentre, dall’altro non è, in ogni caso, configurabile nell’ipotesi in giudizio traendo origine la ricostruzione induttiva da una pluralità di circostanze e, per i maggiori ricavi delle ore lavorate, dal fatto noto del riscontro analitico delle presenze del personale.

2. Il secondo, il terzo, il quarto ed il sesto motivo denunciano, sotto diversi profili, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, insufficiente motivazione (sulla prova dei presupposti dell’accertamento analitico induttivo; sul calcolo delle ore lavorate dal personale addetto alle lavorazioni; sui maggiori ricavi da cessione di veicoli usati; sulla inerenza dei costi relativi a veicoli aziendali).

2.1. Le doglianze sono tutte inammissibili poichè attingono ad una decisione pubblicata il 29 ottobre 2012, sicchè la censura di insufficienza motivazionale non è più proponibile ex art. 360 c.p.c., n. 5, ratione temporis applicabile (v. Sez. U, nn. 8053 e 8054 del 07/04/2014).

Nè la motivazione, come già evidenziato, può ritenersi carente sì da risultare inesistente o meramente apparente, risultando, anzi, articolata e comprensiva della valutazione delle opposte circostanze dedotte dal contribuente (in ispecie, la consulenza prodotta, con le relative allegazioni), mentre è irrilevante, a tal fine, la non piena corrispondenza tra la rubrica delle singole parti della motivazione e motivazione stessa, che non crea alcuna incertezza sulle ragioni della decisione.

Infine, le censure non sono neppure suscettibili di considerazione quale omesso esame di fatto decisivo, di cui non sussistono i presupposti formali e sostanziali

3. Il quinto motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione dell’art. 109 tuir, comma 5, in relazione all’indeducibilità dei costi (pedaggio, telepass e viacard, e carburante) per veicoli aziendali.

3.1. Il motivo è infondato.

Secondo il consolidato orientamento della Corte, il requisito dell’inerenza dei costi deducibili “attiene alla compatibilità, coerenza e correlazione degli stessi non ai ricavi in sè, bensì all’attività imprenditoriale svolta idonea a produrre redditi” (da ultimo Cass. n. 902 del 17/01/2020). La prova dell’inerenza dei costi quale atto d’impresa, ossia “dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe poi sul contribuente in quanto soggetto gravato dell’onere di dimostrare l’imponibile maturato” (Cass. n. 18904 del 17/07/2018)

La circostanza, poi, che i beni siano “normalmente necessari e strumentali” allo svolgimento dell’attività di impresa non comporta che il contribuente sia esente da questo onere, che, semplicemente, ha un contenuto semplificato e, a fronte del quale, l’Amministrazione può ben addurre “l’esistenza di circostanze di fatto idonee, in concreto, ad inficiare” gli elementi di fatto addotti dal contribuente (Cass. n. 33504 del 27/12/2018).

Nella specie, la ricorrente si limita a dedurre le caratteristiche del mezzo e la tipologia dei costi contestati, a fronte dei quali, peraltro, l’Agenzia ha addotto la sussistenza di circostanze idonee (l’utilizzo del mezzo in proprio da parte del socio per le tratte casa-ufficio, avvalorato dalla carenza di altro mezzo nella sua disponibilità) ad escludere la riferibilità del costo all’attività d’impresa. Incombeva dunque sulla contribuente fornire la prova contraria (ossia che il socio si avvaleva di altri mezzi o modalità di spostamento ovvero che l’utilizzazione del veicolo era in concreto ancorata a specifici e individuati interventi riferibili all’attività d’impresa), rimasta invece insoddisfatta.

4. Il ricorso va pertanto rigettato e le spese, liquidate come in dispositivo, sono regolate per soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna Peila Spa al pagamento delle spese processuali a favore dell’Agenzia delle entrate, che liquida in complessivi Euro 5.600,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2020

 

 

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