Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26531 del 27/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 26531 Anno 2013
Presidente: STILE PAOLO
Relatore: D’ANTONIO ENRICA

SENTENZA
sul ricorso 19707-2008 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona
del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, PIAZZA G. MAZZINI 27, presso lo
STUDIO TRIFIRO’ & PARTNERS, rappresentata e difesa
dall’avvocato SALVATORE TRIFIRO’, giusta delega in
2013

atti;;
– ricorrente –

2926

contro

VENERUSO ANGELA C.F. VNRNGL75B67E839H, elettivamente
domicitiata in ROMA, VIA DELLA GIULIANA 44, presso lo

Data pubblicazione: 27/11/2013

studio

dell’avvocato

MIGLINO

FRANCO,

che

la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO
MIGLINO, giusta delega in atti;

controricorrente

avverso la sentenza n. 648/2007 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 17/10/2013 dal Consigliere Dott. ENRICA
D’ANTONIO;
udito l’Avvocato ZUCCHINALI PAOLO per delega TRIFIRO’
SALVATORE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

di MILANO, depositata il 12/07/2007 R.G.N. 1682/2005;

RG n 19707/2008

Poste Italiane spa/ Veneruso Angela

Svolgimento del processo
Con sentenza depositata il 12/7/ 2007 la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del
Tribunale nella parte in cui il giudice ha dichiarato la nullità del termine apposto ai contratti
intercorsi tra Poste Italiane e Angela Veneruso per il periodo 7 febbraio 2002- 30/4/2002 e
10/6/02- 31/8/02 stipulati per “esigenze tecniche ,organizzative e produttive anche di carattere

riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero
conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché
all’attuazione delle previsioni di cui agli accordi del 17,18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11
gennaio, 13 febbraio, 17 aprile 2002”.
La Corte territoriale, dato atto che le assunzioni a termine erano avvenute dopo l’entrata in vigore
del dlgs n 368/2001 con il quale erano stati liberalizzati i motivi per i quali era consentito apporre
un termine al contratto , ha rilevato, tuttavia ,che nella specie il difetto del collegamento causale e
del limite temporale entro il quale doveva avvenire il processo di ristrutturazione, nell’ambito del
quale sarebbe stato possibile effettuare assunzioni a termine, rendeva nulla l’apposizione del
termine .
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione Poste Italiane formulando sei motivi
successivamente illustrati con memoria ex art 378 cpc.
La Veneruso si è costituita depositando controricorso .
Motivi della decisione
Preliminarmente Poste ha rilevato che la Veneruso aveva rinunciato al ripristino del rapporto di
lavoro in data 24/11/2004.
Con il primo motivo Poste denuncia violazione dell’art 115 cpc nonché degli accordi
collettivi di lavoro nazionali. Lamenta che la Corte aveva ritenuto che i contratti intercorsi tra le
parti facessero riferimento all’art 25 del CCN L , nonna non espressamente richiamata negli stessi.
La Corte, inoltre, non aveva valutato gli accordi sindacali che indicavano la durata dei processi di
ristrutturazione nell’ambito dei quali sarebbe stato possibile effettuare assunzioni a termine .
Con il secondo motivo denuncia omessa, insufficiente motivazione, (articolo 360 n. 5
c.p.c.). Censura la sentenza in quanto non forniva una motivazione in ordine alla ritenuta nullità del
termine limitandosi ad affermare il difetto del collegamento causale e del limite temporale senza
specificare se i contratti fossero nulli ai sensi del dlgs n 368/2001 o ai sensi dell’art 25 del CCNL

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straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale

e che, anzi ,la sentenza era contraddittoria in quanto la Corte aveva richiamato il dlgs n 368 citato
e poi aveva fatto riferimento all’art 25 del CCN L 2001 Con il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 23 della L n 56/1987
• (Art.360 n. 3 c.p.c.)
Rileva che la disposizione citata non prevedeva che le ragioni di carattere tecnico, produttivo o
organizzativo dovessero avere un termine di durata ben preciso o addirittura predeterminato..
Con il quarto motivo denuncia omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione, (art 360 n.

essa si era offerta di provare anche con i testi la sussistenza delle ragioni addotte nel contratto,
mentre la temporaneità delle esigenze emergeva dagli accordi collettivi . La sentenza non aveva
motivato circa l’inidoneità della prova e della documentazione a provare la legittimità delle
assunzioni.
Con il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1418, 1419 e
1457 codice civile, dell’articolo I del decreto legislativo n. 368 del 2001 (art 360 n.3 c.p.c.).
Censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto che l’accertamento dell’illegittimità del termine
determinava la conversione del contratto a tempo indeterminato.
Con il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1206,1207, 1217,
1219, 2094, 2099 cc ( art 360 n 3 cpc ). Osserva che la sentenza non aveva indicato quale fosse a
l’atto di messa in mora ,tale non potendo considerarsi la lettera ex art 410 cpc o il ricorso davanti al
Tribunale i quali non contenevano alcuna espressa messa in mora.

I motivi 1,2 e 4 del ricorso sono fondati restando assorbiti gli altri.
Deve, in primo luogo , rilevarsi che i contratti a termine in esame, conclusi in data 7/2/2002 e
10/6/2002 sono soggetti alla disciplina di cui al dlgs n 368 del 2001 . La ricorrente ha specificato
che il contratto di assunzione non faceva alcun riferimento all’art 25 del CCN L 2001 che, del
resto, pur vigente alla data di entrata in vigore del dlgs citato, ai sensi dell’ 11 del dlgs n 368 del
2001 , avrebbe mantenuto la sua efficacia solo fino alla scadenza del contratto collettivo.
Tali precisazioni consentono di ritenere inconferente il secondo motivo del ricorso con i quali sono
mosse censure alla sentenza impugnata e si afferma la legittimità dell’assunzione alla luce della
citata normativa collettiva.
Ciò premesso deve rilevarsi che il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, di “Attuazione della direttiva
1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICE, dal CEEP e dal
CES” stabilisce ai primi due commi:
“I – E consentita l’apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro subordinato a fronte di ragioni
di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo. 2 – L’apposizione del termine è priva di effetto se
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5 c.p.c.). Rileva che il contratto individuale era legittimo anche ai sensi del dlgs n 368/2001 e che

non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma
1″.
Questa Corte ha affermato ( cfr Cass n 2279/2010 ) che” con l’espressione sopra riprodotta, di chiaro
significato già alla stregua delle parole usate, il legislatore ha infatti inteso stabilire un vero e proprio onere
di specificazione delle ragioni oggettive del termine finale, perseguendo la finalità di assicurare la
trasparenza e la veridicità dì tali ragioni nonché l’immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto (così
Corte Costituzionale sent. 14 luglio 2009 n. 214).

causali che consentono l’apposizione dì un termine finale al rapporto di lavoro (in parte già oggetto di
ripensamento da parte del legislatore precedente), in favore di un sistema ancorato alla indicazione di
clausole generali (ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo), cui ricondurre le
singole situazioni legittimanti come individuate nel contratto, si è infatti posto il problema, nel quadro
disciplinare tuttora caratterizzato dal principio di origine comunitaria del contratto di lavoro a tempo
determinato (cfr., in proposito, Cass. 21 maggio 2008 n. 12985) del possibile abuso insito nell’adozione di
una tale tecnica.
Per evitare siffatto rischio di un uso indiscriminato dell’istituto, il legislatore ha imposto la trasparenza, la
riconoscibilità e la verificabilità della causale assunta a giustificazione del termine, già a partire dal momento
della stipulazione del contratto di lavoro, attraverso la previsione dell’onere di specificazione, vale a dire di
una indicazione sufficientemente dettagliata della causale nelle sue componenti identificative essenziali, sia
quanto al contenuto che con riguardo alla sua portata spazio-temporale e più in generale circostanziale”.
Si è, inoltre, affermato( cfr Cass n. 8286/2012, n 16303/2010 , n 2279/2010) che la specificazione

delle ragioni giustificatrici ex art I del dlgs n 368 del 2001 può risultare dall’atto scritto non solo
per indicazione diretta, ma anche per relationem ad altri testi scritti accessibili alle parti,richiamati
nel contratto di lavoro , in particolare nel caso in cui, data la complessità e l’ articolazione del fatto
organizzativo, tecnico o produttivo che è alla base della esigenza di assunzioni a termine, questo
risulti analizzato in documenti specificatamente ad esso dedicati per ragioni di gestione consapevole
e/o concordata con i rappresentanti del personale.
Nella fattispecie in esame la ricorrente ha dedotto che il contratto di lavoro della lavoratrice , dopo
aver enunciato , nella prima parte, solo genericamente motivi attinenti ad esigenze aziendali, faceva
riferimento, per precisarne in concreto la portata, “all’attuazione delle previsioni di cui agli accordi
17, 18 e 23 ottobre, Il dicembre 2001 e 11 gennaio, 13 febbraio, 17 aprile, 30 luglio e 18
settembre 2002.
Da tali accordi, riprodotti dalla difesa della società nelle parti rilevanti ai fini del rispetto del
principio di autosufficienza del ricorso per cassazione ( con indicazione della loro collocazione
attuale nel fascicolo di cassazione ) , si desumerebbe infatti l’attivazione, nel periodo dagli stessi
considerato e nell’ambito del processo di ristrutturazione in atto, di processi di mobilità del
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11 decreto legislativo n. 368 del 2001, abbandonando il precedente sistema di rigida tipicizzazione delle

personale all’interno dell’azienda al fine di riequilibrane la distribuzione su tutto il territorio
nazionale, nonché quanto alle mansioni, da posizioni sovradimensionate, in genere di staff, verso il
servizio di recapito, carente di personale. In tale contesto, secondo la ricorrente, l’accordo 17 ottobre
2001, sul punto implicitamente richiamato anche nelle sede contrattuali successive, prevedrebbe che
“La società potrà continuare a ricorrere all’attivazione di contratti a tempo determinato per sostenere
il livello di servizio del Recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità di cui al
presente accordo”.

che la causa dell’apposizione del termine consisteva nella necessità di coprire, temporaneamente e
fino al progressivo esaurimento del processo di mobilità interaziendale di cui agli accordi medesimi,
posizioni di lavoro scoperte, su tutto il territorio nazionale, presso il servizio recapito della società,
e quindi per mansioni e qualifiche ben individuate, al fine di assicurare il regolare espletamento
del servizio del recapito al quale i lavoratori erano stati effettivamente assegnati , e ciò fino
all’ultimazione del processo di mobilità interna promosso da Poste Italiane ex art 4 e 24 della L. n
223/1991. L’Azienda ha dedotto di trovarsi nella necessità di dover far fronte alla copertura di posti
vacanti che non avrebbe potuto coprire con assunzioni a tempo indeterminato se non dopo che fosse
terminata la fase di mobilità.
Alla luce delle considerazioni che précedono la motivazione della Corte che ha escluso la
sussistenza del collegamento causale e della sussistenza di un limite temporale ai processi di
ristrutturazione sebbene la società avesse dedotto che l’assunzione della lavoratrice rientrasse tra
quelle assunzioni a termine previste negli accordi sulla mobilità interna per far fronte alle esigenze
aziendali ,nel tempo necessario di volta in volta determinato nell’ambito delle trattative sindacali ,
risulta del tutto insufficiente, mancante di un esame adeguato degli accordi menzionati nel
contratto individuale e basato sull’affermazione dell’assenza di un ben preciso arco temporale di
durata di tali processi di ristrutturazione senza valutare se tale durata potesse essere desunta
attraverso l’esame complessivo di detti accordi .
Risulta, altresì, non motivata la mancata ammissione della prova testimoniale richiesta dalla
ricorrente, al fine di valutare l’effettiva sussistenza e ricorrenza del requisito di cui all’art I ,
comma 2, del dlgs n 368/2001 .
Entro tali limiti il ricorso deve essere accolto rimettendo alla Corte d’Appello ,cui il giudizio
viene rinviato , di accertare come sufficientemente specificata la causale del ricorso al contratto a
termine, nonché la sussistenza delle condizioni di cui all’art I, comma 2°, dlgs n 368/2001.
La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio alla Corte
d’Appello di Milano in diversa composizione perché provveda anche le spese del presente giudizio.
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Attraverso il richiamo agli accordi collettivi citati risulta, dunque, secondo l’assunto della ricorrente

PQM

la Corte

Accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione , cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte
d’Appello di Milano in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese del presente
giudizio .

Roma 17/10/2013

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