Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2652 del 05/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 05/02/2020, (ud. 04/12/2019, dep. 05/02/2020), n.2652

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. PENTA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14290/2016 R.G., proposto da:

la “ECOENERGIA S.r.l.”, con sede in Cervinara (AV), in persona

dell’amministratore unico e legale rappresentante pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avv. Porreca Gianfranco, con studio in

Avellino elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour c/o la

Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

il Comune di Bisaccia (AV), in persona del presidente del sindaco e

legale rappresentante pro tempore, autorizzato a resistere nel

presente procedimento in virtù di Delib. Giunta municipale 3 giugno

2016 n. 55, rappresentato e difeso dall’Avv. Rago Carlo, con studio

in Napoli, elettivamente domiciliata presso l’Avv. De Bonis Marco,

con studio in Roma, giusta procura in calce al controricorso di

costituzione nel presente procedimento;

– controricorrente –

avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

di Napoli – Sezione Staccata di Salerno il 26 novembre 2015 n.

10633/04/2015, non notificata;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 4 dicembre 2019 dal Dott. Lo Sardo Giuseppe.

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza depositata il 26 novembre 2015 n. 10633/04/2015, non notificata, la Commissione Tributaria Regionale di Napoli – Sezione Staccata di Salerno dichiarava l’inammissibilità del ricorso proposto dalla “ECOENERGIA S.r.l.” per la revocazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale di Napoli – Sezione Staccata di Salerno il 22 ottobre 2014 n. 9011/04/2014, con condanna alla rifusione delle spese giudiziali.

2. Avverso la predetta sentenza, la “ECOENERGIA S.r.l.” proponeva ricorso per cassazione, consegnato per la notifica il 26 maggio 2016 ed affidato ad un unico motivo; il Comune di Bisaccia (AV) si costituiva con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

Con un unico motivo, la ricorrente chiede la cassazione della sentenza impugnata per violazione degli artt. 64 c.p.c., comma 1, e 395 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sul rilievo che essa era affetta da un palese- fraintendimento della portata dell’espressione “punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare” di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, derivandone che l’errore revocatorio – consistito nell’omessa considerazione ai fini della decisione del documento comprovante il pagamento della TOSAP per l’anno 2008 e, dunque, l’estinzione dell’obbligazione tributaria – aveva riguardato un fatto assolutamente incontroverso tra le parti.

RITENUTO:

Che:

1. La ricorrente deduce che la postulata revocazione concerne l’errore di fatto in cui il giudice di appello era incorso per aver negato l’esistenza del documento, che, invece, risultava essere stato prodotto dalla medesima parte nel corso del giudizio tributario di primo grado.

A suo dire, il giudice a quo avrebbe condotto la verifica del requisito negativo dell’art. 395 c.p.c., n. 4, con riferimento al rilievo del fatto estintivo del debito fiscale dedotto con i motivi di appello, anzichè con riferimento alla incontestata produzione del documento, di cui era stata erroneamente esclusa la rituale acquisizione agli atti di causa.

2. E’ pacifico che l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a costituire motivo di revocazione, consiste in una falsa percezione della realtà o in una svista materiale che abbia portato ad affermare o supporre l’esistenza di un fatto decisivo incontestabilmente escluso oppure l’inesistenza di un fatto positivamente accertato dagli atti o documenti di causa, purchè non cada su un punto controverso e non attenga a un’errata valutazione delle risultanze processuali (da ultima: Cass. Sez. 5, 22 ottobre 2019, n. 26890).

Peraltro, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, richiamato per le sentenze della Corte di Cassazione dall’art. 391-bis c.p.c., rientra fra i requisiti necessari della revocazione che il fatto oggetto della supposizione di esistenza o inesistenza non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciarsi; pertanto, non è configurabile l’errore revocatorio qualora l’asserita erronea percezione degli atti di causa abbia formato oggetto di discussione e della consequenziale pronuncia a seguito dell’apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dal giudice (da ultima: Cass., Sez. 1, 4 aprile 2019, n. 9527).

Nella specie, la stessa ricorrente ha evidenziato (alla pagina 3 del ricorso per cassazione) come uno dei motivi di appello (precisamente il sesto) avverso la sentenza resa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Avellino il — n. 698/05/2012 riguardasse proprio l’omessa considerazione del documento summenzionatò nella decisione di prime cure, censurandola “per aver trascurato il dato fondamentale che l’importo del tributo determinato dalla CTP in C 18.400,00 risultava integralmente versato dalla conferitaria (doc. 6 all.to a nota deposito 27.4.2012”.

Per cui, non si può affermare che, “dal momento (…) che il fatto erroneamente presupposto dal giudice di appello (inesistenza agli atti della prova del pagamento) non ha minimamente formato oggetto del dibattito processuale, l’esistenza o meno del documento non rappresentò neppure un fatto controverso sul quale la CTR ebbe a pronunciare”. Questa Corte ha avuto modo di chiarire che l’inammissibilità della revocazione delle decisioni, anche della Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, per errore di fatto, qualora lo stesso abbia costituito un punto controverso oggetto della decisione, ricorre ove su detto fatto siano emerse posizioni contrapposte tra le parti che abbiano dato luogo ad una discussione in corso di causa, in ragione della quale la pronuncia del giudice non si configura come mera svista percettiva, ma assume necessariamente natura valutativa, sottraendosi come tale al rimedio revocatorio (in tal senso: Cass., Sez. 5, 8 giugno 2018, n. 14929; Cass., Sez. 5, 30 ottobre 2018, n. 27622). L’errore in questione presuppone, quindi, il contrasto fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una emerge dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali, semprechè la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione e non di giudizio, formatosi sulla base di una valutazione (in tal senso: Cass., Sez. 5, 11 gennaio 2018, n. 442).

In ogni caso, l’errore deve essere essenziale e decisivo, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione da lui emessa deve esistere un nesso causale tale che senza l’errore la pronuncia sarebbe stata diversa (Cass., Sez. Un., 10 agosto 2000, n. 561; Cass., sez. 1, 5 aprile 2002, n. 4934; Cass., Sez. 3, 24 novembre 2003, n. 17831).

Peraltro, ai fini della sussistenza dell’interesse ad impugnare una sentenza con il mezzo della revocazione rileva una nozione sostanziale e materiale di soccombenza, che faccia riferimento non già alla divergenza tra le conclusioni rassegnate dalla parte e la pronuncia, ma agli effetti pregiudizievoli che dalla medesima derivino nei confronti della parte (Cass., Sez. 3, 3 maggio 2004, n. 8326).

Nella specie, riformando pro parte la sentenza di prime cure, il giudice di appello ha adottato una (anomala) pronunzia dichiarativa con una sorta di “riserva”, riconoscendo che la tassa per Euro 18.400,00 era dovuta “se non già corrisposta”, nonostante la premessa posta in motivazione che, “contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, non risulta effettuato alcun pagamento della tassa per l’anno in contestazione (Euro 18.400,00)”.

3. Il controricorrente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per cassazione, assumendone la carenza di interesse per l’insussistenza di un qualsivoglia pregiudizio riveniente dalla sentenza di appello. Per cui, secondo l’assunto difensivo, una eventuale revocazione della sentenza di appello non comporterebbe alcun vantaggio nella sfera giuridica della ricorrente, dal momento che la rideterminazione del quantum debeatur (in riforma della sentenza di prime cure) era accompagnata dall’espressa riserva della sopravvivenza dell’obbligazione tributaria per il solo caso di mancata corresponsione della somma dovuta (“dichiara dovuta la tassa per Euro 18.400,00 se non già corrisposta”).

4. Il motivo è infondato.

Invero, l’esistenza del documento comprovante il pagamento della TOSAP per l’anno 2008 nella minor misura accertata dal giudice di appello, pur non avendo suscitato un’esplicita discussione tra le parti nel giudizio di appello, è stato oggetto di un’evidente svista da parte del giudicante, che non ne ha coerentemente tenuto conto ai fini della conseguente dichiarazione di estinzione della pretesa tributaria nella ridotta consistenza.

Ciò non di meno, l’anomalo ed ambiguo tenore della decisione adottata dal giudice di appello (che, a ben vedere, non ha escluso nè ha riconosciuto l’effettivo pagamento del tributo nella misura accertata, limitandosi ad affermarne la debenza in caso di mancata corresponsione) non consente di ritenere che l’apprezzamento del documento ignorato avrebbe dato luogo ad una decisione idonea (per il diverso contenuto) ad arrecare un sostanziale vantaggio per la ricorrente, nè che la ricorrente avrebbe avuto un reale e concreto interesse ad agire in revocazione senza aver subito un qualche pregiudizio alla propria sfera patrimoniale in dipendenza della rideterminazione del quantum debeatur (in riforma della sentenza di prime cure) con l’espressa riserva della sopravvivenza dell’obbligazione tributaria per il solo caso di mancata corresponsione della somma dovuta.

Ne deriva che il giudice a quo ha correttamente dichiarato l’inammissibilità del ricorso per revocazione, rilevando come il documento a cui si riferisce l’errore denunciato abbia costituito un punto controverso e discusso del giudizio di appello (al punto di integrare uno dei motivi di gravame).

5. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura fissata in dispositivo.

6. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite in favore del controricorrente, che liquida nella misura complessiva di Euro 2.800,00 per compensi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge; dà atto dell’obbligo, a carico della ricorrente, di pagare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2020

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