Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26514 del 27/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 26514 Anno 2013
Presidente: LAMORGESE ANTONIO
Relatore: BRONZINI GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso 19455-2011 proposto da:
TRINGALI

VINCENZO

SECUNDO

TRNNSC59E07Z614U,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. RIBOTY 23,
presso lo studio dell’avvocato ANTONUCCIO PIETRO, che
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato JOHN
GAI ANTONIO LI CAUSI, giusta delega in atti;
– ricorrente –

2013

contro

2479

FORTE FORMAGGI S.R.L. 0122235530811;
– intimata –

Nonché da:

Data pubblicazione: 27/11/2013

FORTE FORMAGGI S.R.L. 0122235530811, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO BONI 15, presso lo
studio dell’avvocato SAMBATARO ELENA, rappresentata e
difesa dall’avvocato LENTINI GIOVANNI, giusta delega

– controricorrente e ricorrente incidentale contro

TRINGALI

VINCENZO

SECUNDO

TRNNSC59E07Z614U,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. RIBOTY 23,
presso lo studio dell’avvocato ANTONUCCIO PIETRO, che
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato JOHN
GAI ANTONIO LI CAUSI, giusta delega in atti;
– controri corrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 887/2010 della CORTE D’APPELLO
di PALERMO, depositata il 24/07/2010 R.G.N.
2410/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 11/07/2013 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE
BRONZINI;
udito l’Avvocato ANTONUCCI PIETRO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIULIO ROMANO che ha concluso per il
rigetto del ricorso principale, assorbito
l’incidentale.

in atti;

Udienza 11.7.2013, causa n. 4

n. 19455/2011

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 7.11.2008 il Tribunale del lavoro di Marsala, in accoglimento della
domanda proposta da Tringali Vincenzo Secundo, dichiarava illegittimo il
licenziamento intimatogli dalla datrice di lavoro Forte Formaggi srl con lettera del
31.12.2007, condannando detta società alla reintegrazione del lavoratore ed al
risarcimento del danno ex art. 18 L. n. 300/70 nella misura stabilita in sentenza.
Con sentenza del 3.6.2010 la Corte di appello di Palermo accoglieva l’appello della
Forte Formaggi e rigettava la domanda. La Corte territoriale osservava che il
licenziamento era stato impugnato dalla Camera del lavoro di Castelvetrano entro il
termine decadenziale dei sessanta giorni ma che l’impugnativa non era idonea ad
impedire la decadenza ex art. 6 L. n. 604/66 perché al rappresentante non era stata
previamente conferita una procura in forma scritta; alla luce della giurisprudenza di
legittimità non era possibile neppure una ratifica successiva. La Corte di Palermo
osservava ancora che una eventuale legittimazione del sindacato ad impugnare il
recesso poteva derivare solo da una procura speciale rilasciata dal lavoratore con atto
scritto da portare a conoscenza del datore di lavoro entro il termine di decadenza
applicabile al licenziamento, ma che l’esistenza di tale procura non poteva inferirsi dalla
mera adesione del lavoratore al sindacato, non rientrando il potere di impugnazione dei
licenziamenti nell’ambito di quelli derivanti alle OOSS dall’iscrizione del lavoratore.
Pertanto si doveva ritenere che il recesso non fosse stato impugnato nel termine
decadenziale dei 60 gg.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il Tringali Vincenzo Secundo con un
motivo. Resiste controparte con controricorso che ha proposto anche ricorso incidentale
condizionato con tre motivi. Parte ricorrente ha depositato anche memoria illustrativa ex
art. 378 c.p.c.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente vanno riuniti i due ricorsi proposti avverso la medesima decisione.

R.G.

Il motivo, nella sua prima parte, appare fondato e pertanto va accolto. La sentenza
impugnata non considera in specifico la formulazione di cui all’art. 6 comma primo L.
n. 604/66 che recita” il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro
sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta ovvero dalla
comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con
qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale idoneo a rendere nota la volontà del
lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad
impugnare il licenziamento scritto”. E’ lo stesso art. 6, quindi, a prevedere
l’impugnativa” anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale” che viene
pertanto ritenuto rappresentante ex lege, riguardo il regime dell’impugnazione dei
licenziamenti. Viceversa la sentenza impugnata si è riferita ad altra e diversa situazione
in cui sia un rappresentante del lavoratore ( ad esempio un legale) ad impugnare entro il
termine decadenziale dei sessanta giorni il recesso, ipotesi che la Legge non contempla
e che pertanto la Suprema Corte con la giurisprudenza richiamata ha risolto attraverso il
ricorso ai principi generali. La questione della titolarità del sindacato all’impugnazione
del licenziamento ( anche attraverso un rappresentante sprovvisto di procura e senza
necessità di una ratifica del lavoratore) peraltro viene data ormai per risolta in dottrina,
la quale afferma che è, come detto, lo stesso art. 6 L. n. 604/66 a conferire
all’associazione sindacale il potere di rappresentare il lavoratore a tal fine, equiparando
l’impugnazione effettuata dalle OOSS a quella compiuta direttamente dagli interessati.
Ma, a ben vedere, non sussistono neppure dubbi di sorta giurisprudenziali sul punto. La
stessa sentenza di questa Corte menzionata nella decisione impugnata ( n. 8412/2000)
richiama, ribadendo l’orientamento interpretativo della giurisprudenza di legittimità, la
precedente decisione n.10972/1996 nella quale a pag. 5 si afferma che ”
l’impugnazione da farsi per iscritto dal lavoratore o dall’associazione sindacale (”
rappresentante legale”)” può essere posta in essere anche da un rappresentante
volontario come un legale purché questi sia munito di specifica procura. Sia la
10972/1996 che la n. 8412/2000 che la più recente n. 15888/2012 si riferiscono tutte al
diverso caso in cui sia stato un legale ad impugnare il recesso ( ipotesi come già
ricordato non disciplinata per legge ) e ricordano espressamente come il sindacato
debba considerarsi un rappresentante legale equiparato dalla legge del 1966 al
lavoratore per questi limitati fini. Diversamente interpretando, la norma quando
aggiunge “anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale” non avrebbe
alcun significato pratico in quanto l’impugnazione del sindacalista sarebbe disciplinata
come una normale impugnazione da parte di un rappresentante del lavoratore
necessitando entrambe di una procura specifica. La ratio della disposizione è, invece,
chiaramente quella di attribuire al sindacato direttamente ( senza procura ex ante e senza
necessità di ratifica del lavoratore) il potere di impugnazione del recesso sulla base della
2

Con l’unico motivo del ricorso principale si allega la violazione e falsa applicazione
dell’art. 6 L. n. 604/66 e dell’art. 410 c.p.c. in ordine alla ritenuta inefficacia del
licenziamento da parte dell’organizzazione sindacale del lavoratore, nonché l’omessa
motivazione in ordine al fatto decisivo del tempestivo svolgimento del tentativo di
conciliazione ritualmente promosso. Il sindacato era da considerarsi ex art. 6 comma
primo L. n. 604/66 rappresentante ex lege del lavoratore ed a questi equiparato ai fini
dell’impugnazione del licenziamento; pertanto non era necessaria alcuna procura
preventiva rilasciata dal lavoratore. Era stata poi ritualmente richiesta nei termini di
legge la procedura obbligatoria di conciliazione che aveva comunque impedito la
decadenza dall’impugnazione.

3

presunzione che l’associazione sindacale, in quanto a conoscenza della situazione
aziendale, sia in grado di valutare al meglio gli interessi del lavoratore, almeno
impedendo che si verifichi il termine decadenziale e si possa, poi, valutare con
l’interessato l’opportunità di una prosecuzione dell’impugnazione in sede giudiziaria.
La difesa di parte resistente eccepisce tuttavia che l’impugnativa sarebbe intervenuta ad
opera di un sindacato cui il ricorrente non era iscritto, posto che proveniva dalla camera
del lavoro CGIL di Castelvetrano mentre il Tringali era iscritto alla Flai aderente alla
CGIL, ma con un proprio statuto, una propria organizzazione ed un autonomo
tesseramento. Volendo prescindere dai profili di inammissibilità dell’eccezione in
quanto non emerge dalla memoria di costituzione se e come la stessa sia stata proposta
nelle precedenti fasi del giudizio ( la sentenza non ne parla) in ogni caso la stessa non ha
pregio: l’art. 6, primo comma, L. n. 604/66 parla solo genericamente di” sindacato” e
non dello specifico sindacato cui il lavoratore abbia precedentemente aderito. Quella
proposta dalla società resistente è una interpretazione contrastante con la chiara
formulazione letterale della norma che equipara lavoratore e sindacato ai fini
dell’impugnazione del recesso sulla base della presunzione che autonomamente anche le
OOSS siano in grado di valutare gli interessi dei lavoratori in questo campo. Peraltro in
ogni caso si osserva che la stessa parte resistente (pag. 13) dà atto che il sindacato cui il
Tringali è iscritto aderisce a sua volta alla CGIL e quindi non vi è dubbio che
l’impugnazione sia stata in effetti proposta da un sindacato cui il Tringali ha aderito
attraverso l’avvenuta iscrizione alla Flai. Una interpretazione diversa finirebbe con il
restringere indebitamente il potere di impugnazione del recesso che la Legge ha voluto
rendere, almeno in ordine alle modalità di interruzione del termine decadenziale , il più
agevole possibile onde consentire alla parte socialmente più debole di poter poi valutare
con il tempo e la razionalità necessaria se proseguire l’azione in via giudiziaria. Si tratta
della stessa ratio che ha portato la giurisprudenza a precisare che ” il licenziamento può
essere impugnato con qualsiasi atto scritto, anche stragiudiziale, purché idoneo a
manifestare al datore di lavoro indipendentemente dalla terminologia usata e senza
necessità di formule sacramentali la volontà del lavoratore di contestare la validità e
l’efficacia del licenziamento” ( cass. n. 2200/98; cass. n. 7405/94). Il diritto alla tutela
contro il licenziamento ingiustificato costituisce oggi un diritto sociale fondamentale
così come riconosciuto anche dalla Carta dei diritti dell’Unione europea all’art. 30 della
Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, certamente non direttamente
applicabile alla fattispecie ex art. 51 della stessa Carta ( non investendo la presente
controversia una questione di diritto dell’Unione), ma che può certamente operare come
fonte di “libera interpretazione” anche del dato normativo nazionale, stante il suo
“carattere espressivo di principi comuni agli ordinamenti europei” ( Corte cost. n.
135/2002) e, quindi, in linea generale, operanti anche nei sistemi nazionali ( sull’art. 30
della Carta cfr. cass. n. 15519/2012; cass. n. 229678/2010; sul rilievo della Carta come
fonte interpretativa cfr. cass. n. 28658/2010, cass. n. 7/2011, sul richiamo alla Carta
anche in casi non qualificabili come di “diritto comunitario” cfr. Corte cost. n. 93/2010,
n. 81/2011, n. 31/2012 ). Tale norma della Carta va posta necessariamente in
correlazione con il diritto di cui all’art. 47 della stessa Carta che stabilisce il principio
del diritto “ad un ricorso effettivo” cioè ad una tutela giurisdizionale piena ed efficace
che verrebbe frustrata dall’apposizione di termini e condizioni troppo gravose per far
valere una pretesa sostanziale che, sul piano sovranazionale, costituisce un ” diritto
fondamentale”. L’art. 6 prima ricordato va quindi interpretato anche alla luce
dell’esigenza di assicurare con facilità il controllo giurisdizionale in ordine alla
legittimità degli atti unilaterali di interruzione, ad opera del datore di lavoro, dei
rapporti di lavoro a carattere continuativo, esigenza che il legislatore italiano ha inteso

P.Q.M.
La Corte:
riunisce i ricorsi; accoglie il ricorso principale, assorbito l’incidentale:
cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e rinvia anche
per il regolamento delle spese del presente giudizio alla stessa Corte di
appello di Palermo in diversa composizione.
Così deciso in Roma nelle camere di consiglio dell’11.7.2013 e del

soddisfare anche consentendo al sindacato autonomamente di impugnare tali atti
attribuendogli direttamente questo potere, senza condizioni di previa iscrizione, sulla
base della presunzione di una cura” istituzionale” da parte delle OOSS degli interessi
del lavoratore.
Si impone, quindi, la cassazione della sentenza impugnata con rinvio anche in ordine
alle spese alla Corte di appello di Palermo in diversa composizione che esaminerà gli
altri motivi di appello concernenti il merito del contestato recesso e che si atterrà al
seguente principio di diritto “il termine decadenziale per l’impugnazione del
licenziamento di cui all’art. 6 L. n. 604/66 può essere autonomamente interrotto
dall’organizzazione sindacale, senza che sia necessaria né una procura ex ante del
lavoratore, né una ratifica successiva dello stesso lavoratore”.
L’appello incidentale con il quale si ripropongono tre motivi di merito già avanzati in
appello concernenti la pretesa ( da parte della società oggi resistente) legittimità del
recesso e la misura del risarcimento liquidato in primo grado va dichiarato assorbito per
le ragioni che precedono.

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