Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26495 del 17/10/2019

Cassazione civile sez. II, 17/10/2019, (ud. 24/05/2019, dep. 17/10/2019), n.26495

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20504-2015 proposto da:

P.A.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE ANGELICO

38, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO SINOPOLI, rappresentata

e difesa dall’avvocato ALFREDO LOVELLI;

– ricorrente –

contro

P.F., P.C., PU.CA., elettivamente

domiciliati in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 18, presso lo studio

dell’avvocato GIANMARCO GREZ, rappresentati e difesi dall’avvocato

VINCENZO GIGANTE;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 312/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE

sezione distaccata di TARANTO, depositata il 28/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/05/2019 dal Consigliere ROSSANA GIANNACCARI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

P.A.P. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Taranto i germani Pu.Ca. e F., chiedendo dichiararsi la nullità dell’atto pubblico dell’1.4.2003, con il quale la madre Po.El. aveva trasferito ai convenuti la proprietà indivisa del suo patrimonio, con riserva di usufrutto e con obbligo dei cessionari di prestarle assistenza per tutta la vita, fornendole anche vitto, alloggio e vestiario. Chiedeva, inoltre, previa dichiarazione della nullità dell’atto, lo scioglimento della comunione.

L’attrice deduceva che il contratto avesse causa illecita ovvero fosse stato concluso per motivi illeciti comuni alle parti, con l’intento di pretermetterla dalla successione materna, che esso fosse in frode alla legge e che, in ogni caso, simulasse una donazione.

All’esito dei giudizi di merito, la Corte d’Appello di Lecce, Sezione Distaccata di Taranto, con sentenza del 26.6.2015, confermava la sentenza di primo grado, che aveva rigettato la domanda.

Per quel che ancora rileva in sede di legittimità, la corte qualificava il contratto come vitalizio alimentare e, ritenuti insussistenti i profili di nullità denunciati in citazione, escludeva la possibilità di esaminare ulteriori ipotesi di nullità del contratto che non fossero stati dedotti nei termini di cui all’art. 183 c.p.c..

Regolava le spese di lite in ragione della soccombenza anche nei confronti di P.F., evocato in giudizio con riferimento alla domanda di scioglimento della comunione, che aveva come presupposto la domanda di nullità.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso P.A.P. sulla base di tre motivi.

Hanno resistito con controricorso P.F., Ca. e C.. In prossimità dell’udienza, le parti hanno depositato memorie illustrative.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1421 c.c., artt. 112,183 e 345 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere il giudice d’appello pronunciato sulla nullità del contratto vitalizio sotto il profilo della mancanza di causa, per assenza dell’alea della prestazioni dovuta alle gravi condizioni di malattia della Po., che rendevano prevedibile il suo esito letale, nonostante tale profilo di nullità fosse desumibile dall’esposizione dei fatti in citazione e dall’atto d’appello. Il potere – dovere del giudice di rilevare d’ufficio la nullità – afferma la ricorrente – troverebbe conferma nella sentenza delle Sezioni Unite del 12.2.2014 n. 26243, sicchè non rileverebbero le preclusioni relative alla modifica della domanda in primo grado e al divieto dei nova in appello.

Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1418,1322,1325 e 1346 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere il giudice d’appello rilevato d’ufficio la nullità del contratto di vitalizio alimentare per assenza di alea, in considerazione della grave patologia da cui era affetta la Po. e del prevedibile esito letale.

I motivi, da trattare congiuntamente, sono fondati.

La questione relativa al rilievo d’ufficio della nullità è stata affrontata nei suoi molteplici aspetti dalle Sezioni Unite con sentenza 12/12/2014, n. 26242.

Nel caso che qui rileva, si pone la questione di una nullità negoziale diversa da quella prospettata dalla parte nell’atto introduttivo, ma chiaramente desumibile dalla prospettazione dei fatti da parte dell’attrice.

Le Sezioni Unite, con la nota sentenza del 12/12/2014 n. 26243, hanno affermato che la nullità debba essere sempre oggetto di rilevazione ed indicazione da parte del giudice con riguardo a tutte le azioni di impugnativa negoziale, sicchè può dirsi espunta dal nostro ordinamento ogni ipotesi di limitazione posta alla rilevabilità officiosa della nullità.

E’ stato quindi superato l’orientamento restrittivo che faceva divieto al giudice di rilevare d’ufficio un profilo di nullità diversa da quella originariamente prospettata dalla parte con la domanda introduttiva.

Hanno osservato le Sezioni Unite che la sentenza dichiarativa della nullità di un contratto per un motivo diverso da quello allegato dalla parte corrisponde pur sempre alla domanda originariamente proposta, sia per causa petendi (l’inidoneità del contratto a produrre effetti a causa della sua nullità), sia per petitum (la declaratoria di invalidità e di conseguente inefficacia ab origine dell’atto).

Al giudice cui sia stata proposta la corrispondente istanza dovrebbe pertanto essere riconosciuto il potere-dovere di accertare tutte le possibili ragioni di nullità, non soltanto quella indicata dall’attore; la soluzione opposta condurrebbe, sul piano processuale, a conseguenze assai problematiche, in quanto l’eventuale giudicato di rigetto della domanda di nullità comporterebbe la formazione del giudicato sulla validità del contratto, con conseguente preclusione di ulteriori azioni di nullità di quel rapporto negoziale sulla base di diversi profili.

Unico limite del rilievo officioso della nullità, che si salda con la garanzia del contraddittorio, consiste nell’obbligo per il giudice di instaurare il contraddittorio sull’esistenza di una causa di nullità diversa da quella prospettata, che abbia carattere portante ed assorbente e che emerga dai fatti allegati e provati o comunque dagli atti di causa.

Con successiva pronuncia del 22/03/2017, n. 7294, le Sezioni Unite hanno affermato che il potere di rilievo officioso della nullità del contratto spetta anche al giudice investito del gravame relativo ad una controversia sul riconoscimento di pretesa che suppone la validità ed efficacia del rapporto contrattuale oggetto di allegazione – e che sia stata decisa dal giudice di primo grado senza che questi abbia prospettato ed esaminato, nè le parti abbiano discusso, di tali validità ed efficacia – trattandosi di questione afferente ai fatti costitutivi della domanda ed integrante, perciò, un’eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio anche in appello, ex art. 345 c.p.c..

La corte territoriale non ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto citati, in quanto ha esaminato la validità del contratto in relazione ai motivi di nullità espressamente indicati in citazione e, segnatamente, per l’illiceità della causa o dei motivi comuni ad entrambe le parti, per frode alla legge e perchè si deduceva che il contratto di vendita simulasse una donazione. Dall’allegazione dei fatti in citazione e dai motivi d’appello, veniva in rilievo, però, un ulteriore profilo di nullità, relativo all’assenza di alea, che costituisce elemento essenziale del contratto di vitalizio alimentare, sul quale la corte ha omesso di pronunciarsi.

La ricorrente aveva, infatti, allegato che la madre Po.Eg., con atto pubblico dell’1.4.2003, aveva trasferito ai convenuti la proprietà indivisa del suo patrimonio, con riserva di usufrutto e con obbligo dei cessionari di prestarle assistenza per tutta la vita, pur essendo affetta da gravi patologie, che rendevano pressochè certo o fortemente prevedibile l’esito letale, tanto che il decesso si verificò dopo soli due mesi.

La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che il contratto di vitalizio alimentare è nullo per mancanza di alea ove, al momento della sua conclusione, il beneficiario sia affetto da malattia che, per natura e gravità, renda estremamente probabile un esito letale e ne provochi la morte dopo breve tempo o abbia un’età talmente avanzata da non poter certamente sopravvivere oltre un arco di tempo determinabile (Cassazione civile sez. II, 27/10/2017 25624, Cass. 28.9.2016 n. 19214).

La Corte d’appello ha omesso di esaminare se, sulla base della patologia della Po. e della possibile evoluzione della malattia fosse prevedibile l’esito mortale in un breve arco temporale, indipendentemente dalla percezione della gravità della malattia e delle possibilità di sopravvivenza che di essa aveva la beneficiaria del vitalizio, come erroneamente sostenuto dalla corte di merito (pag. 7 dell’impugnata sentenza).

L’ulteriore profilo di nullità del contratto per l’assenza dell’alea doveva essere rilevato d’ufficio dal giudice di merito, che, invece, ha erroneamente ritenuto che fossero maturate le preclusioni di cui agli artt. 183 e 345 c.p.c..

La sentenza va, pertanto, cassata in relazione ai motivi accolti e rinviata, anche per le spese del giudizio di legittimità, innanzi ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce.

Va dichiarato assorbito il terzo motivo di ricorso, con il quale si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la corte territoriale erroneamente condannato alle spese di lite P.F., il quale non sarebbe stato evocato in giudizio in relazione alla domanda di nullità ma quale litisconsorte necessario nel giudizio di divisione.

P.Q.M.

Accoglie il primo ed il secondo motivo di ricorso, dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, innanzi ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte di cassazione, il 24 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2019

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