Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26442 del 26/11/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 26442 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: PETITTI STEFANO

equa riparazione

SENTENZA
sentenza con motivazione
semplificata

sul ricorso proposto da:

LAPORTA Giovanni (LPR GNN 59B14 D422N), LAPORTA Cosima (LPR
CSM 61561 D422C), LAPORTA Anselmo (LPR NLM 65D21 D422A),
LAPORTA Gemma (LPR GMM 69A59 D422D), LAPORTA Angelo (LPR
NGL 75C27 F152X), ROLLO Concepita (RLL CCP 34T68 D422K),
rappresentati e difesi, per procura speciale in calce al
ricorso, dagli Avvocati Antonio Savino e Giulio Guarnacci,
elettivamente domiciliati presso lo studio del secondo in
Roma, via Zara n. 13;

MINISTERO

ricorrenti

contro
V‘i o rt
-eMeviblv L£
in persona del Ministro
BELLA 61U3911151A,

tempore, in persona del Ministro pro tempore,

pro

rappresentato

Data pubblicazione: 26/11/2013

e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui
uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato per
legge;
– resistente –

in data 8 maggio 2012.
Udita

la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 5 novembre 2013 dal Consigliere relatore Dott.
Stefano Petitti;
sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore

generale Dott. Luigi Salvato, che ha chiesto l’accoglimento
del ricorso per quanto di ragione.
Ritenuto

che, con ricorso in riassunzione depositato

presso la Corte d’appello di Roma, Laporta Giovanni,
Laporta Cosima, Laporta Anselmo, Laporta Gemma, Laporta
Angelo e Rollo Concepita, nella loro qualità di eredi di
Laporta Giacinto, chiedevano la condanna del Ministero
della giustizia al pagamento del danno non patrimoniale
derivato dalla irragionevole durata di un giudizio iniziato
dal loro dante causa dinnanzi alla Corte dei conti, sezione
giurisdizionale della Puglia nel settembre 1968 e definito
con sentenza di appello depositata il 18 novembre 2007, con
la precisazione che il loro dante causa era deceduto in
data 11 novembre 2006 e che essi ricorrenti si erano
costituiti con istanza di prosecuzione del 17 maggio 2007;

avverso il decreto della Corte d’appello di Roma depositato

che l’adita Corte d’appello riteneva che i ricorrenti
nulla potessero vantare a titolo proprio, mentre la domanda
a titolo ereditario era fondata, atteso che il giudizio
presupposto, detratti la durata ragionevole di cinque anni

aveva avuto una durata irragionevole di diciotto anni e due
mesi, in relazione ai quali liquidava la complessiva somma
di euro 17.420,00, oltre agli interessi legali dalla
domanda al saldo, applicando il criterio di liquidazione di
750,00 euro per i primi tre anni e di euro 1.000,00 per
ciascuno degli anni successivi di ritardo;
che per la cassazione di questo decreto Laporta
Giovanni, Laporta Cosima, Laporta Anselmo, Laporta Gemma,
Laporta Angelo e Rollo Concepita hanno proposto ricorso
sulla base di un motivo;
che l’intimato Ministero non ha resistito con
controricorso, ma ha depositato atto di costituzione ai
fini della partecipazione alla discussione.
Considerato

che il Collegio ha deliberato l’adozione

della motivazione semplificata nella redazione della
sentenza;
che con l’unico motivo di ricorso i ricorrenti
denunciano violazione dell’art. 6, par. 1, della CEDU,
dell’art. 2 della legge n. 89 del 2001 e vizio di
motivazione, dolendosi della determinazione della durata

nonché un anno occorso per la proposizione dell’appello,

del giudizio presupposto, che era stata pari ad oltre
trentasette anni, sicché la durata irragionevole, detratti
i cinque anni di ragionevole durata e il tempo intercorso
tra il deposito della sentenza di primo grado e la

anni trentadue circa;
che i ricorrenti si dolgono altresì della disposta
compensazione parziale delle spese del procedimento di
merito;
che il ricorso è in parte inammissibile e in parte
fondato;
che quanto all’aspetto della determinazione della
durata complessiva del giudizio, occorre rilevare che
questa Corte ha avuto modo di precisare che «posto che la
finalità della legge 24 marzo 2001, n. 89 è quella di
apprestare, in favore della vittima della violazione del
diritto alla ragionevole durata del processo, di cui
all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali, un rimedio giurisdizionale interno analogo
alla prevista tutela internazionale, deve ritenersi che,
anche nel quadro dell’istanza nazionale, al calcolo della
ragionevolezza dei tempi processuali sfugga il periodo di
svolgimento del processo presupposto anteriore agosto
1973 – data a partire dalla quale è riconosciuta la facoltà

proposizione dell’appello, avrebbe dovuto essere pari ad

del ricorso individuale alla Commissione (oggi, alla Corte
europea dei diritti dell’uomo), con la possibilità di far
valere la responsabilità dello Stato dovendosi,
peraltro, tenere conto della situazione in cui la causa si

che dunque, dal 1° agosto 1973 alla data del decesso
del dante causa dei ricorrenti (novembre 2006), il giudizio
presupposto ha avuto una durata pari a circa trentatre
anni, dalla quale occorre detrarre quella ragionevole di
cinque anni nonché il tempo intercorso tra il deposito
della sentenza di primo grado e la proposizione
dell’appello, sicché la durata irragionevole deve stimarsi
pari ad anni ventisette circa;
che la rilevata sussistenza del denunciato errore
comporta infatti la necessità di dover procedere alla nuova
determinazione della durata irragionevole e
conseguentemente

ad

una

nuova

determinazione

dell’indennizzo dovuto;
che tale determinazione, tuttavia, non può avvenire
altro che alla luce dei parametri adottati da questa Corte
in ipotesi analoghe di giudizi amministrativi o contabili
protrattisi per oltre dieci anni;
che invero, in siffatti casi la Corte, seguendo anche
un indirizzo espresso dalla Corte europea dei diritti
dell’uomo, è solita liquidare, per la durata irragionevole

trovava a quel momento» (Cass. n. 14286 del 2006);

un indennizzo rapportato ad una base unitaria di 500,00
euro per ogni anno di durata eccessiva del processo (Cass.,
18 giugno 2010, n. 14753; Cass., 10 febbraio 2011, n. 3271;
Cass., 13 aprile 2012, n. 5914);

indennizzo inferiore a quello liquidato dalla Corte
territoriale in euro 17.420,00;
che si deve solo aggiungere che l’importo unitario in
base al quale è stata effettuata dal giudice di merito la
liquidazione del pregiudizio da irragionevole ritardo, pur
in assenza di ricorso incidentale, non è suscettibile di
passare in giudicato;
che trova infatti applicazione il principio, enunciato
da questa Corte con riferimento alla indennità di
espropriazione (Cass. n. 21143 del 2007), ma di indubbia
portata generale, secondo cui non è concepibile
acquiescenza al criterio legale di determinazione
dell’indennità di espropriazione, posto che il bene della
vita alla cui attribuzione tende l’opponente alla stima è
l’indennità, liquidata nella misura di legge, non
l’indicato criterio legale (Cass. n. 14966 del 2012);
che, in conclusione, la censura relativa alla
determinazione della durata e alla conseguente richiesta di
nuova liquidazione dell’indennizzo deve essere dichiarata
inammissibile per carenza di interesse;

6

che pertanto ai ricorrenti verrebbe liquidato un

che è invece fondata la censura relativa alla
compensazione delle spese del giudizio di merito, atteso
che la statuizione della Corte d’appello è del tutto
carente di motivazione ed è contenuta in dispositivo dopo

applicazione del principio della soccombenza;
che deve ulteriormente rilevarsi che la determinazione
delle spese fatta dalla Corte d’appello risulta difforme
tra quanto affermato in motivazione (spese liquidate in
complessivi euro 3.740,00, di cui euro 2.462,00 per
onorari) e quanto statuito in dispositivo (spese da
rifondere in favore di ciascun ricorrente nella misura di
2/3 e liquidate in complessivi euro 1.346,00, di cui euro
445,00 per onorari da distrarsi);
che, non essendo possibile ricostruire la volontà della
Corte distrettuale in ordine alla quantificazione delle
spese, il motivo, In parte qua, deve essere accolto, con
conseguente cassazione, sempre

in parte qua,

del decreto

impugnato, e con rinvio per nuova statuizione sulle spese
del giudizio di merito, alla Corte d’appello di Roma, in
diversa composizione;
che quanto alle spese del giudizio di legittimità, si
ritiene

sussistano

interamente,

in

giusti

motivi

considerazione

accoglimento del ricorso.

per
del

compensarle
limitatissimo

che nella parte precedente si è implicitamente fatta

PER QUESTI MOTIVI
La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione;
cassa il decreto impugnato in relazione alla statuizione
sulle spese e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in

del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della
Seconda Sezione Civile della Corte suprema di cassazione,
il 5 novembre 2013.

diversa composizione; dispone la compensazione delle spese

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