Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26437 del 20/11/2020

Cassazione civile sez. III, 20/11/2020, (ud. 20/10/2020, dep. 20/11/2020), n.26437

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente di Sez. –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2457/2016 R.G. proposto da:

A.V., + ALTRI OMESSI, rappresentati e difesi dagli Avv.ti

Giuliano Francis Dinelli, e Rosanna Magro, con domicilio eletto in

Roma, Via Gian Giacomo Porro, n. 8, presso lo studio dell’Avv.

Anselmo Carlevaro;

– ricorrenti –

contro

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,

Ministero dell’Economia e delle Finanze e Università di Pisa;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze, n. 1157/2015

depositata il 18 giugno 2015;

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 20 ottobre

2020 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

1. La Dottoressa A.V. e un gruppo di altri medici convennero in giudizio il Ministero dell’istruzione, università e ricerca, il Ministero dell’economia e finanze e l’Università di Pisa davanti al Tribunale di Firenze e, assumendo di non aver percepito alcun compenso per il periodo nel quale avevano regolarmente frequentato diverse scuole di specializzazione presso l’Università degli studi di Pisa, chiesero che fosse riconosciuto il loro diritto ad un’adeguata remunerazione, come previsto dalle specifiche direttive comunitarie in materia, nella misura di Euro 11.103,82 per ogni anno di frequenza ai corsi suddetti.

Si costituirono in giudizio i convenuti, eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva e la prescrizione del diritto e chiedendo, nel merito, il rigetto della domanda.

Il Tribunale rigettò la domanda, accogliendo l’eccezione di prescrizione.

2. La Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 18 giugno 2015, ha rigettato l’appello interposto dai soccombenti; modificando la motivazione resa dal Tribunale, ha dichiarato la carenza di legittimazione passiva dei Ministeri e dell’Università convenuti.

3. Avverso tale decisione hanno proposto ricorso la dottoressa A.V. ed altri quindici medici indicati in epigrafe, con unico atto affidato ad un solo motivo, illustrato da memoria.

4. All’esito dell’adunanza camerale del 16/4/2019, con ordinanza interlocutoria n. 20781 del 1/8/2019, questa Corte, avendo rilevato che il ricorso era stato notificato al Ministero dell’istruzione, università e ricerca, al Ministero dell’economia e finanze ed all’Università di Pisa presso la sede dell’Avvocatura distrettuale di Firenze anzichè presso l’Avvocatura generale dello Stato, come sarebbe dovuto avvenire ai sensi del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 11, ha ordinato la rinnovazione della notificazione (per errore indicata come integrazione del contraddittorio) nei confronti dell’Avvocatura generale dello Stato, concedendo all’uopo termine di novanta giorni dalla comunicazione della ordinanza medesima.

I ricorrenti hanno provveduto a tale incombente con atto notificato agli intimati presso l’Avvocatura Generale dello Stato in data 25/9/2019.

L’Avvocatura non ha depositato controricorso ma un c.d. “atto di costituzione”, “al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa”.

La trattazione è stata, però, nuovamente fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Devesi preliminare rilevare che la mancata notificazione del ricorso agli altri medici nei cui confronti è stata pronunciata la sentenza, essendo la loro posizione riconducibile all’art. 332 c.p.c., è divenuta ormai irrilevante, dato che per essi non pende alcun termine di impugnazione al momento della trattazione odierna, come non pendeva a quello della prima trattazione.

2. L’unico motivo di ricorso denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. 25 marzo 1958, n. 260, art. 4.

Il motivo si articola in due distinte censure:

a) con la prima i ricorrenti rilevano che l’Avvocatura dello Stato, in entrambi i gradi di giudizio, ha sempre e soltanto eccepito la carenza di legittimazione passiva dei convenuti in ordine alla domanda risarcitoria, indicando quale soggetto legittimato passivo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma non ha mai fatto espresso riferimento alla L. n. 260 del 1958, art. 4, non essendo, in particolare, tale riferimento rinvenibile nella comparsa di costituzione e risposta, diversamente da quanto – essi assumono -“erroneamente affermato dalla Corte d’appello”;

b) sotto altro profilo rilevano che, quand’anche fosse stata correttamente eccepita la questione dell’esatta identificazione del soggetto legittimato passivo ex art. 4 Legge cit., il Tribunale avrebbe dovuto necessariamente prescrivere il termine entro il quale l’atto doveva essere notificato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dovendosi comunque ritenere, come già affermato dalla giurisprudenza, che “l’erronea individuazione dell’organo legittimato non comporta la mancata costituzione del rapporto processuale ma una mera irregolarità, sanabile attraverso la rinnovazione dell’atto nei confronti di quello indicato dal giudice.

3. La prima censura è inammissibile.

Il dato fattuale da cui essa muove, ossia l’affermazione – che i ricorrenti attribuiscono alla Corte d’appello – che, nel giudizio di merito, nell’eccepire il difetto di legittimazione passiva degli enti da essa rappresentati, l’Avvocatura avrebbe fatto espressamente riferimento alla L. n. 260 del 1958, art. 4, non trova riscontro in sentenza, in essa al riguardo testualmente leggendosi quanto segue:

“deve invero rilevarsi che, nel caso, sin dal primo grado, le amministrazioni convenute hanno eccepito la loro carenza di legittimazione passiva in ordine alla domanda risarcitoria con espressa indicazione della legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei Ministri (cfr. p. 6, primi tre righi della comparsa di costituzione in tribunale) tempestivamente e ritualmente eccependo la questione L. n. 260 del 1958, ex art. 4”.

Appare oltremodo chiaro che quest’ultima proposizione incidentale (“tempestivamente e ritualmente eccependo la questione L. n. 260 del 1958, ex art. 4”) non esprime un accertamento fattuale ma una mera valutazione giuridica, quella cioè secondo cui l’avere l’Avvocatura distrettuale accompagnato l’eccezione di difetto di legittimazione passiva con la espressa indicazione del soggetto effettivamente legittimato, renda l’eccezione medesima rituale (in quanto) conforme alla prescrizione di cui alla L. n. 260 del 1958, art. 4.

La questione è comunque del tutto irrilevante, dal momento che, come sarà appresso subito precisato, perchè l’eccezione di difetto di legittimazione passiva discendente dall’erronea identificazione dell’organo statuale passivamente legittimato possa produrre gli effetti previsti dalla citata norma, non è affatto richiesto uno specifico ed espresso riferimento a quest’ultima, ma soltanto che essa sia accompagnata anche dalla indicazione del soggetto passivamente legittimato, ciò che nella specie, oltre ad essere affermato in sentenza, non è in alcun modo contestato dai ricorrenti.

E’ appena il caso di soggiungere che ad opinare diversamente – a ritenere cioè che: a) l’espressa indicazione della norma applicabile (ossia della L. n. 260 del 1958, art. 4) fosse necessaria; b) la sentenza ne abbia affermato la presenza negli atti difensivi – la censura (come detto diretta a contestare la veridicità di tale ultimo ipotetico asserto) si risolverebbe nella prospettazione di un errore revocatorio, se del caso deducibile con ricorso per revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4 e non certo quale motivo di ricorso per cassazione.

4. E’ invece parzialmente fondata la seconda censura, nei termini e con le conseguenze appresso precisate.

La parziale fondatezza si apprezza nella sola parte in cui essa investe la statuizione di rigetto pronunciata nei confronti dei Ministeri, non anche, invece, là dove coinvolge anche la pronuncia assolutoria resa nei confronti dell’Università.

Con riferimento alla legittimazione dei Ministeri, la questione posta risulta funditus affrontata e risolta dal recente arresto di Cass. Sez. U n. 30649 del 27/11/2018, pronunciata in un caso per molti versi analogo, la quale ha affermato i seguenti principi:

A) la legittimazione passiva sostanziale nei riguardi della azione giudiziale diretta a far valere (alla stregua dell’orientamento espresso da Cass. Sez. U. n. 9147 del 2009) l’inadempimento dello Stato italiano all’obbligo ex lege di trasposizione legislativa, nel termine prescritto, di direttive comunitarie (nella specie nn. 75/362/CEE e 82/76/CEE) non autoesecutive, compete per l’appunto esclusivamente allo Stato italiano, e per esso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri quale articolazione dell’apparato statuale che è legittimata a rappresentare lo Stato nella sua unitarietà (v. ex multis Cass. n. 8292 del 2015; n. 10613 del 2015; n. 16104 del 2013);

B) l’erronea individuazione, da parte degli attori, dell’organo legittimato passivamente non si traduce nella mancata instaurazione del rapporto processuale, ma costituisce una mera irregolarità, la quale attiva il meccanismo sanante previsto dalla L. n. 260 del 1958, art. 4, da ritenere applicabile anche al caso in questione alla luce della interpretazione (già avallata da Cass. Sez. U. n. 3117 del 2006 e ormai consolidata) secondo la quale la norma va riferita più che all’erronea identificazione della persona fisica titolare dell’organo della Amministrazione dello Stato da evocare in giudizio, proprio all’erronea indicazione dell’organo legittimato, intendendosi cioè per “persona” il soggetto (e cioè la specifica articolazione dell’organizzazione dello Stato) fornito di legittimazione;

C) pertanto, in tali casi, in applicazione della detta norma, la carenza di legittimazione passiva dell’organo dello Stato convenuto in giudizio: a) deve essere eccepita dalla Avvocatura dello Stato nella prima udienza con la contemporanea indicazione (non più eccepibile) dell’organo legittimato; b) in tal caso il giudice prescrive (a prescindere da una richiesta in tal senso) un termine all’attore per la rinnovazione dell’atto nei confronti dell’organo legittimato; c) in difetto degli atti sub a) e b) – salva naturalmente la facoltà per l’organo legittimato di intervenire in giudizio – resta preclusa la possibilità di far valere in seguito l’irrituale costituzione del rapporto processuale.

5. Alla luce di tali indicazioni è agevole osservare quanto segue.

Nel caso di specie – presente la condizione di cui sopra alla lett. a), (essendo pacifico, come detto, che l’Avvocatura distrettuale aveva, già nella costituzione nel giudizio di primo grado, eccepito il difetto di legittimazione degli enti convenuti, contemporaneamente indicando l’organo legittimato (P.C.M.)) – è mancata, invece, quella di cui alla lett. b), non avendo a detta rituale eccezione fatto seguito la concessione da parte del giudice, ancorchè non richiesta dagli attori, di un termine per la rinnovazione dell’atto nei confronti dell’organo legittimato a rappresentare lo Stato.

Restava pertanto preclusa la possibilità di far valere in seguito l’irrituale costituzione del rapporto processuale e ciò, ovviamente, anche per il giudice d’appello, dovendo pertanto ritenersi errata, in diritto, la decisione assolutoria in rito della Corte d’appello, in quanto resa anche nei confronti dei Ministeri.

6. Diversamente deve dirsi, invece, con riferimento alla statuizione resa in relazione alla pretesa coevamente avanzata nei confronti dell’Università.

Questa Corte ha invero già più volte affermato che “nella qualificazione della domanda alla stregua di Cass. sez. un. 9147 del 2009 e che corrisponde all’unico diritto configurabile in relazione alla vicenda, la legittimazione passiva in senso sostanziale all’azione di risarcimento danni basata sull’obbligo insorto per effetto dell’inadempimento statuale quale altro fatto rilevante ai sensi dell’art. 1173 c.c., compete allo Stato Italiano e non, nemmeno concorrentemente, alle Università presso le quali la specializzazione venne acquisita. Al riguardo, proprio nella logica di qualificazione della domanda seguita dalle Sezioni Unite questa Corte si è già pronunciata con la sentenza n. 22440 del 2009, alla quale è sufficiente rinviare” (si veda Cass. n. 10814 del 2011, seguita da numerose conformi, fra cui Cass. n. 23577 del 2011; n. 8578 del 2013).

Tale orientamento non può dirsi in nulla contrastato dalla pronuncia, sopra richiamata, di Cass. Sez. U. n. 30649 del 2018, che anzi lo conferma essendo in essa espressamente ribadita, attraverso il richiamo al precedente arresto di Cass. Sez. U. n. 8516 del 2012, “la necessità di una limitazione della operatività della norma stessa (ossia della L. n. 260 del 1958, art. 4, n.d.r.) nei casi in cui gli errori di identificazione ricadano su distinte soggettività di diritto pubblico”, quale ovviamente deve intendersi quella propria delle Università degli Studi.

Quel meccanismo può, infatti, venire in rilievo (e, per sua propria ratio e per tenore letterale, vale) solo ove l’erronea individuazione del soggetto legittimato si collochi pur sempre nell’ambito del rapporto tra Presidenza del Consiglio e singoli Ministeri: rapporto che invece “non corre tra distinte persone giuridiche pubbliche (stante per l’appunto la unitarietà e inscindibilità dello Stato nell’esercizio delle sue funzioni sovrane…), bensì tra organi, cioè articolazioni dell’organizzazione dello Stato, forniti di distinta legittimazione”.

7. In parziale accoglimento e del ricorso e con riguardo alle sole statuizione dei rapporti processuali relativi agli odierni (Ndr: testo originale non comprensibile) la sentenza impugnata va pertanto cassata, limitatamente alla parte in cui rigetta l’appello nei confronti dei Ministeri appellati, dichiarandone il difetto di legittimazione passiva. In tali limiti la causa va rinviata al giudice a quo, al quale va anche demandato il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione; cassa la sentenza in relazione alla censura accolta; rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Firenze, comunque in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 20 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA