Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26395 del 26/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 26395 Anno 2013
Presidente: VIDIRI GUIDO
Relatore: MANNA ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 24348-2011 proposto da:
MARCUCCETTI SARA MRCSRA77B47L833V in proprio e quale
titolare dell’omonima Ditta, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA DURAZZO 9, presso lo studio
dell’avvocato SCAPATO GIUSEPPE, che la rappresenta e
difende unitamente all’avvocato GRAZIANO SEBASTIANO,
2013

giusta delega in atti;
– ricorrente –

2707

contro

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA

I.N.P.S.
SOCIALE

C.F.

80078750587

in

persona

del

suo

Data pubblicazione: 26/11/2013

Presidente e legale rappresentante pro tempore, in
proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A.

Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S.,
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DELLA FREZZA
17, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto,

CARLA, MARITATO LELIO, SGROI ANTONINO, giusta delega
in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 454/2011 della CORTE D’APPELLO
di GENOVA, depositata il 10/05/2011 R.G.N. 545/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 25/09/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO
MANNA;
udito l’Avvocato GRAZIANO SEBASTIANO;
udito l’Avvocato DE ROSE EMANUELE per delega MARITATO
LELIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIULIO ROMANO che ha concluso per
l’accoglimento del terzo motivo del ricorso.

rappresentati e difesi dagli avvocati D’ALOISIO

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R.G. n. 24348/11
Ud. 25.9.13
Marcuccetti c. INPS

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza depositata il 10.5.11 la Corte d’appello di Genova rigettava il
gravame interposto da Sara Marcuccetti contro la pronuncia del Tribunale di Massa
che l’aveva condannata a pagare all’INPS la complessiva somma di € 118.708,07

oltre interessi, a titolo di contributi non versati.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre Sara Marcuccetti affidandosi a tre
motivi.
L’INPS, in proprio e quale mandataria della S.C.C.I — Società di
Cartolarizzazione dei Crediti INPS, resiste con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1- Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 13
legge n. 448/98, 17, 24, 25, 36 e 37 d.lgs. n. 46/99, 2964, 2966 e 2969 c.c., nonché
vizio di motivazione, per avere i giudici di merito statuito che l’eccepita decadenza
dell’INPS per tardiva iscrizione dei crediti contributivi nei ruoli esecutivi non
esclude il diritto dell’istituto di esigere nelle forme ordinarie il pagamento dei
contributi non versati, dovendosi invece ritenere — a dire della ricorrente — che tali
crediti possano essere azionati unicamente mediante iscrizione nei ruoli esecutivi
nei termini tassativi indicati dall’art. 25 d.lgs. n. 46/99, norma che — in breve — si
riferirebbe ad una decadenza sostanziale.
Con il secondo motivo si prospetta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697
c.c., 115 e 416 c.p.c., nonché vizio di motivazione, per avere la Corte territoriale
trascurato che è onere dell’INPS, a fronte della contestazione della ricorrente,
provare che le retribuzioni imponibili ex lege n. 389/89 su cui parametrare la
contribuzione dovuta sono superiori a quelle che la Marcuccetti aveva assoggettato
a contribuzione.
Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 3 co. 9
legge 8.8.95 n. 335, nonché vizio di motivazione, perché l’impugnata sentenza ha
erroneamente confermato anche il pagamento delle contribuzioni riferite a periodi
anteriori al quinquennio a retroagire dalla data (1°.6.04) della notifica del verbale di

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RG. n. 24348/11
Ud. 25.9.13
Marcuccetti c. INPS

accertamento; per l’effetto, conclude la ricorrente, sono rimasti prescritti i contributi
maturati anteriormente al 1°.6.99.

2- Preliminarmente è appena il caso di rilevare, quanto ai dedotti vizi di

motivazione, che essi – deducendo non già un’illogica o contraddittoria
ricostruzione di fatti intesi nella loro accezione storico-fenomenica, ma un asserito
vizio dell’argomentazione giuridica – si collocano all’esterno dell’area dell’art. 360
co. 1° n. 5 c.p.c., in quanto il vizio di motivazione spendibile mediante ricorso per
cassazione concerne solo la motivazione in fatto, atteso che quella in diritto può
sempre essere corretta o meglio esplicitata, sia in appello che in cassazione (v. art.
384 ult. co . c.p.c.), senza che la sentenza impugnata ne debba in alcun modo
soffrire.
Invero, rispetto alla questione di diritto ciò che conta è che la soluzione adottata
sia corretta ancorché malamente spiegata o non spiegata affatto; se invece risulta
erronea, nessuna motivazione (per quanto dialetticamente suggestiva e ben
costruita) la può trasformare in esatta ed il vizio da cui risulterà affetta la pronuncia
sarà non già di motivazione, bensì di inosservanza o violazione di legge o falsa od
erronea sua applicazione.

3- Ciò premesso, il primo motivo si rivela infondato. In tema di riscossione di
contributi previdenziali, l’opposizione avverso la cartella esattoriale di pagamento
dà luogo ad un giudizio ordinario di cognizione su diritti ed obblighi inerenti al
rapporto contributivo, con la conseguenza che l’ente previdenziale convenuto può
chiedere, oltre che il rigetto dell’opposizione, anche la condanna dell’opponente al
pagamento del credito di cui cartella, senza che ne risulti mutata la domanda (cfr.
Cass. 6.11.09 n. 23600; Cass. 20.4.02 n. 5763). Ciò perché l’iscrizione a ruolo è
solo uno dei meccanismi che la legge accorda all’INPS per il recupero dei crediti
contributivi, ferma restando — dunque — anche la possibilità che l’istituto agisca
nelle forme ordinarie, come correttamente ritenuto dall’impugnata sentenza (su tale
alternativa, per l’analoga posizione dell’INAIL, v. anche Cass. 6.8.12 n. 14149).

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R. G. n. 24348/11
Ud. 25.9.13
Marcuccetti c. INPS

D’altronde, come questa S.C. ha altresì statuito (v. Cass. n. 13982/07), la cartella
esattoriale costituisce non un atto amministrativo, ma un atto della procedura di
riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già
stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle

parti). E se all’esito del giudizio di opposizione il credito contributivo viene
accertato in misura inferiore a quella azionata dall’istituto, il giudice deve non già
accogliere sic et simpliciter l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la
minor somma.
Coerentemente, va ribadito che un eventuale vizio formale della cartella o il
mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo
comporta soltanto l’impossibilità, per l’istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma
non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria
dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito.
In breve, quella di cui all’art. 25 cit. d.lgs. n. 46/99 è una decadenza processuale e
non sostanziale. Ciò è altresì confermato:
a)

dal tenore testuale della norma, che parla di decadenza dall’iscrizione a ruolo
del credito e non di decadenza dal diritto di credito o dalla possibilità di
azionarlo nelle forme ordinarie;

b)

dall’impossibilità di estendere in via analogica una decadenza dal piano
processuale anche a quello sostanziale (per principio generale le norme in
tema di decadenza sono di stretta interpretazione: cfr., ad esempio, Cass.
25.5.12 n. 8350);

c)

dalla non conformità all’art. 24 Cost. di un’opzione interpretativa che
negasse all’istituto la possibilità di agire in giudizio nelle forme ordinarie;

d)

dalla ratio, evincibile anche dai lavori preparatori, dell’introduzione del
meccanismo di riscossione coattiva dei crediti previdenziali a mezzo
iscrizione a ruolo, intesa a fornire all’ente un più agile strumento di
realizzazione dei crediti (il che la Corte cost. ha ritenuto costituzionalmente
legittimo: v. ordinanza n. 111/07), non già a renderne più difficoltosa
l’esazione imponendo brevi termini di decadenza;

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RG, n. 24348/11
Ud. 25.9.13
Marcuccetti c. INPS

e) dal rilievo che la scissione fra titolarità del credito previdenziale e titolarità
della relativa azione esecutiva (quest’ultima in capo all’agente della
riscossione) mal si concilierebbe con un’ipotesi di decadenza sostanziale.

4- Il secondo motivo è, per un aspetto, inammissibile perché generico, in quanto
non investe specificamente uno dei passaggi argomentativi utilizzati dall’impugnata
sentenza, là dove essa ha evidenziato che riguardo al dipendente Pupuleku le
differenze sui contributi derivavano dal fatto che nel suo caso non potevano
riconoscersi i benefici previsti per l’apprendistato, essendo stato stipulato il relativo
contratto quando il rapporto lavorativo era già in corso.
Invero, per costante insegnamento giurisprudenziale di questa S.C. la parte
soccombente non può limitarsi, a fronte di un’analitica motivazione di rigetto
contenuta nella gravata pronuncia, a riproporre sic et simpliciter le domande, le
eccezioni o le difese respinte o ad allegare genericamente l’erroneità della decisione
impugnata o, ancora, a rifarsi alle difese già svolte nel precedente grado di giudizio,
ma ha l’onere di confutare con specifiche e concrete argomentazioni tutte le ragioni
svolte dal primo giudice, al fine di incrinarne il fondamento logico-giuridico,
precisando in qual modo (se per contrasto con la norma indicata, o con
l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla
prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione in cui si assume essere incorsa
la pronuncia di merito (cfr., ex aliis, Cass, Sez. H 19.11.04 n. 21896; Cass. Sez. III
23.7.04 n. 13830; Cass. Sez. H 16.4.99 n. 3805).
In altre parole, il ricorso deve necessariamente investire tutte le rationes decidendi
adottate dall’ímpugnata sentenza.
Valga in proposito il noto principio secondo cui, ove venga impugnata una
sentenza (o un capo di questa) che si fondi su più ragioni, tutte autonomamente
idonee a sorreggerla, è necessario, per giungere alla cassazione della pronuncia, che
ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura. Diversamente, l’omessa
impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura
relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non
impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza
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Ud. 25.9.13
Marcuccetti c. INPS

(giurisprudenza costante: v. Cass. 25.2.13 n. 4672; cfr. altresì, ex aliis, Cass.
3.11.11 n. 22753 e Cass. S.U. 8.8.2005 n. 16602).
Sotto altro profilo il motivo è, poi, carente di interesse perché (anche a

non nega l’applicabilità del CCNL (autorimesse e noleggio / lavaggio automatico e
non automatico, visto il settore merceologico di riferimento) utilizzato dall’INPS
per individuare l’imponibile contributivo.
Ove mai, poi, il senso della doglianza fosse quello di censurare comunque un
errato calcolo dell’imponibile rispetto a quanto conteggiato dalla ricorrente, è
appena il caso di notare che si tratterebbe pur sempre di censura in punto di fatto, in
quanto tale non prospettabile in sede di legittimità.

5- Il terzo motivo è fondato, come sostanzialmente riconosciuto dallo stesso
istituto controricorrente.
La rilevabilità d’ufficio della prescrizione dei crediti contributivi presuppone
soltanto che i fatti da cui desumerla siano stati allegati dalle parti: nel caso di specie
non v’è dubbio che essi lo siano stati, visto il verbale d’accertamento per cui è
causa (notificato il 1°.6.04 per crediti contributivi risalenti anche al 1998-99) e la
mancanza di precedenti atti di interruzione della prescrizione da parte dell’INPS.

6- In conclusione, vanno rigettati i primi due motivi di ricorso ed accolto il terzo,
con conseguente cassazione della sentenza in relazione al motivo accolto e rinvio,
anche per le spese, alla Corte d’appello di Genova in diversa composizione.

P.Q.M.
La Corte
rigetta i primi due motivi di ricorso, accoglie il terzo e cassa la sentenza impugnata
in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di
Genova in diversa composizione.
Così deciso in Roma, in data 25.9.13.

prescindere dalla tardività o meno dell’eccezione avanzata in appello) la ricorrente

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